di don Andrea Giovita

King_David.jpgLa Gioia se c’è si vede subito, fa brillare gli occhi, esplode e irradia, fa piangere e ridere, collega istantaneamente il sé con gli altri, con la totalità del mondo circostante, suscita una dinamica espansiva, come quella che hanno vissuto i pastori e che ci apprestiamo a vivere anche noi oggi…Natale, una nuova Nascita! Papa Francesco ha definito la Gioia cristiana come il respiro del cristiano. Perché un cristiano che non è gioioso nel cuore non è un buon cristiano. La Gioia è “il respiro, il modo di esprimersi del cristiano. Del resto, la Gioia non è una cosa che si compra o io la faccio con lo sforzo: no, è un frutto dello Spirito Santo. Perché a causare la Gioia nel cuore è lo Spirito Santo. C’è la Gioia cristiana se noi siamo in tensione fra il ricordo (la memoria di essere rigenerati) e la speranza di quello che ci aspetta” (Meditazione mattutina in Santa Marta, 28 maggio 2018). E quando una persona è in questa tensione, è gioiosa. Generosa e contagiosa la Gioia, quando ci investe con la sua luce, crea uno slancio che ci invita a condividerne i raggi, slancio vitale incontenibile. Ecco perché la scena della Santa Notte coinvolge tutti, tutto il creato ne è irradiato. Molto bene ce lo ricorda Bernanos: “Trovare la propria Gioia nella Gioia dell’altro: ecco il segreto della felicità” (Romanzi e Dialoghi delle carmelitane). La Gioia ci trasmette una spinta di cui a volte ci sentiamo incapaci di capirne l’origine o di controllarne la portata. Essa non convive col calcolo o con tecniche di simulazione: sorge sincera, dimentica le preoccupazioni pratiche della vita quotidiana. La Gioia è anche pura e fragile come il cristallo, essa si incupisce, si sbriciola non appena compaiono all’orizzonte le nostre stanchezze, le paure, la noia… Per questo la Gioia coincide molto spesso con una condizione/sensazione di felicità passeggera e furtiva, un istante fugace che si dissolve quando la pesantezza della vita ordinaria riprende il sopravvento. San Paolo VI sottolinea che il problema è soprattutto di ordine spirituale. “È l’uomo, nella sua anima, che si trova sprovvisto nell’assumere le sofferenze e le miserie del nostro tempo. (…) Egli ha desacralizzato l’universo ed ora l’umanità; ha talora tagliato il legame vitale che lo univa a Dio. (…) Dio gli sembra astratto, inutile: senza che lo sappia esprimere, il silenzio di Dio gli pesa. Si, il freddo e le tenebre sono anzitutto nel cuore dell’uomo che conosce la tristezza” (Gaudete in Domino, I). Cicerone la descrive in questi termini: “quando abbiamo la sensazione di godere qualche bene si producono due effetti: se la passione esercita sull’anima un azione calma ed equilibrata soggetta alla ragione, l’effetto si chiama gioia; quando invece l’anima si agita a vuoto senza freno all’ora l’effetto si può chiamare esultanza” (Tusculanae disputationes). Nella vita moderna spesso, in realtà, si preferisce la tranquillità della soddisfazione ai soprassalti della gioia, tendiamo a scegliere ciò che ci promette un piacere contenuto, non ciò che invece può divampare davanti nascendo da una scintilla. Spesso concepiamo la felicità come una condizione di appagamento stabile e duratura, fondata sulla padronanza di noi stessi, sulla capacità di tenere a distanza quanto ci appare incompatibile con la ragione, sulla conquista di una tranquillità nella quale sembra annullarsi ogni negatività. Questo può indurci però a dimenticare il prossimo, indebolisce le relazioni, la capacità di accogliere la dinamicità della vita, della meraviglia, del non previsto. La Gioia non è uno “stato”, non vi si può “soggiornare”. Per limitare le possibili sofferenze, gli uomini si sono sempre adoperati a ridurre la loro pretesa di felicità, fuggendo i loro stessi desideri e assicurandosi piaceri che possono controllare per riuscire a stare tranquilli. All’uomo, che orienta se stesso verso soddisfazioni pacate più vicine alla tranquilla felicità e più lontane possibile dai rischi di delusioni o dagli scompigli che un esperienza troppo intensa potrebbe provocare, Dio rivolge il suo invito, annunciato dai cieli, “agli uomini che egli ama”. Non è rifiutando le sofferenze della vita che troveremo la felicità, ma accettandole nel momento in cui non si possono evitare e comprendendo che queste possono essere per noi anche fonte di crescita. Gibran lo sottolinea molto bene “allora la donna domandò: parlaci della Gioia e del Dolore. Ed egli rispose: la vostra Gioia è il vostro Dolore senza maschera. E il pozzo da cui scaturì il vostro sorriso, sovente fu colmo di lacrime. Come può essere diverso? Quanto più in fondo si scava il Dolore, tanta più Gioia vi potete contenere” (Il Profeta). Per liberare il cuore, il corpo e la mente, e realizzarsi nel desiderio occorre aver fatto prima una lunga strada, aver scavalcato ostacoli, in questo ci sono da maestri figure come i Re Magi. Infatti comprendiamo la forza della Gioia quando sappiamo accoglierla come creazione e puro slancio, in modo da porci in contatto diretto col 00000adoraz-magi.jpgdesiderio, per questo non riusciamo a stare fermi quando accogliamo la Gioia, il cristiano gioioso è missionario, è in continuo annuncio e testimonianza. Provare Gioia coincide con ciò che lo Spirito è e desidera: la gioia del Natale coincide con il nostro desiderio di Vita, di sentirci pienamente umani, giungendo così a cogliere ciò che siamo, facendo pace con i nostri limiti e le nostre forze. “La gioia annuncia sempre che la vita ha avuto successo, che ha guadagnato terreno, che ha riportato una vittoria” (Bergson, L’energia spirituale). Esiste un esperienza più desiderabile di quella della Gioia? Tutti vi aspiriamo, ostinatamente, avendola già vissuta, in diversi modi e con differenti intensità. La Gioia, più profonda del piacere, più concreta della felicità, coinvolge tutto l’essere diventando, con le sue mille sfaccettature il massimo bene che si possa desiderare, per questo la Gioia è quanto di più vicino a Dio si possa desiderare e vivere. Niente ci rende più vivi dell’esperienza della Gioia, non possiamo decidere di essere felici, ma possiamo imparare a coltivare questa Gioia. La Gioia fonda l’essere, è come una seconda nascita grazie alla quale ci sentiamo in grado di non subire più, come fossero una fatalità, le aggressioni esterne, i pregiudizi, le passioni. La crescita e realizzazione dell’uomo presuppone la creatività che esige un adesione sempre nuova e attiva tra pensiero e desiderio, di modo che la Gioia possa iscriversi nella continuità della vita, e poiché la Gioia non esiste se non è condivisa, la Gioia è anche ciò che apre in me la casa dell’altro.

Preghiera del buonumore di san Tommaso Moro
Dammi o Signore, una buona digestione
ed anche qualcosa da digerire.

Dammi la salute del corpo,
col buonumore necessario per mantenerla.

Dammi o Signore, un’anima santa,
che faccia tesoro di quello che è buono e puro,
affinché non si spaventi del peccato,
ma trovi alla Tua presenza
la via per rimettere di nuovo le cose a posto.

Dammi un’anima che non conosca la noia,
i brontolamenti, i sospiri e i lamenti,
e non permettere che io mi crucci eccessivamente
per quella cosa troppo invadente che si chiama “io”.

Dammi, o Signore, il senso dell’umorismo,
concedimi la grazia di comprendere uno scherzo,
affinché conosca nella vita un po’ di gioia
e possa farne parte anche ad altri.
Amen.

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