di Rocco De Pietro

“Luce dei miei occhi!” è una frase che ci rimanda ad un amore umano, importante. Lo è l’amore di coppia dove si vuol dichiarare che l’altro è più importante di se stesso, richiamando per immagine il senso prezioso della vista. Lo è anche l’amore familiare di un genitore verso i figli e viceversa o tra fratelli, ma con sostanziali diversificanti caratteristiche, anche di profilo psicologico. Quando ci siamo dichiarati con questa frase a qualcuno, gli abbiamo consegnato noi stessi, ci siamo diminuiti fino ad idealizzare l’altro. E in tutto ciò che è umano, l’idealizzazione tende a falsare il giudizio, l’Io diventa sempre meno esigente a favore dell’idealizzato che si impossessa dell’amore proprio, divorando l’Io (cfr. S. Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’io). E nella vita di relazione tutto ciò che è idealizzato, divinizzato, perlopiù acceca, ottenebra la luce degli occhi e difficilmente sfugge alla deriva delle anomalie comportamentali, possessività anomala, gelosia morbosa, stalking, naufragando in vicende estreme che riempiono le pagine di cronaca e animano i dibattiti di trasmissioni televisive, che in questo campo si sono ormai specializzate con forte primato nei palinsesti in termini di audiens. Ma allora la frase di apertura è qualcosa da cui rifuggire? Luce o occhi sono due parole dal significato sinistro, soprattutto se combinate tra loro? Assolutamente no! Anzi, tutt’altro! Lo snodo è dare senso alla parola Luce, o meglio riscoprirne il valore cristiano, lux.jpgmeditarne il significato teologico. E per farlo il Natale è il momento più favorevole. La festa del Natale si connota sia antropologicamente sia laicamente come festa luminosa, quasi per definizione è festa di luce e di luci, e quelle natalizie che sovrabbondano in ogni dove ne sono, appunto, espressione tipica esteriore. Ma il Natale è anche e soprattutto cristianamente festa della Luce. La venuta di Gesù è “luce per illuminare le genti” (Lc 2, 32).  Gesù stesso dice di se “io sono la luce del mondo” (Gv 8,12), e nel Prologo del Vangelo di Giovanni (Gv 1,1-18), inno che aiuta a contemplare il mistero dell’Incarnazione, Gesù viene definito come “luce vera che illumina ogni uomo” (1,9) e ci rimanda in principio, a prima della creazione del mondo. Nell’alba del primo mattino del mondo la Luce è segno vitale per gli esseri viventi.  Dio è la Luce. Nella creazione la Luce proviene da Dio, il primo giorno (cfr. Gn 1, 3-5). Quindi la Luce è elemento principale per passare dal caos all’armonia. Dio vide che la Luce era cosa buona e la separò dalle tenebre chiamandola giorno e notte, quale espressione di successione del tempo, ma anche come atto di “separazione” funzionale a mettere ordine nel caos. Dunque la Luce di cui si parla non è intesa come quella del sole, della luna e delle stelle, elementi questi creati da Dio il quinto giorno. Il giorno e la notte, infatti, sussistono indipendentemente dal sole, dalla luna e dalle stelle. Abbiamo infatti giorni comunque luminosi anche se non soleggiati e notti senza cielo stellato. Non a caso il libro della Genesi, e in modo particolare i primi 11 capitoli, ci rivela anzitutto verità di fede. Non è un libro storico o scientifico, ma una riflessione sapienziale che attraverso il genere letterario della narrazione mitologica, ci racconta del rapporto di Dio con l’umanità e del senso della vita e della storia. La Bibbia è ricca di metafore sulla luce. Sin dall’Antico Testamento luce e tenebre sono state sempre associate metaforicamente a bene e male, sicché il buio non è solo mancanza di luce, ma caos, inferi, male, malvagità, peccato, punti oscuri della nostra anima, negatività del nostro io. La luce diventa espressione non solo di benignità, rettitudine e supremazia rispetto alle tenebre, ma assume anche il significato della vita stessa, della conoscenza e della salvezza. Anche nel Nuovo Testamento la luce continua ad essere immagine di Dio, insieme a Spirito e Amore. La Bibbia è Parola di Dio, il cui tenore espressivo appartiene prevalentemente all’universo simbolico. Essa va interpretata attraverso la tradizione apostolica ed evangelica con grande discernimento, soprattutto riguardo a concezioni antropologiche che non collimano con le scoperte fatte nel tempo dalle scienze umane. La Sacra Scrittura, in quanto Parola di Dio, consente e promuove un constante lavoro di attualizzazione interpretativa, sempre fedele e sempre nuova, un tesoro da cui attingere “cose antiche e cose nuove” (Mt 13,52). E questa “Parola di Dio è luce: apre orizzonti di speranza”, opera guarigioni, trasforma i cuori, inonda di consolazione, rallegra (cfr. Pontificia Commissione Biblica, Che cosa è l’uomo?, Ed. L.E.V. 2019).

Nel novendiale che ci prepara al Santo Natale, alla venuta di Gesù, la liturgia ci fa lux2pregare le “antifone maggiori”, di origini antichissime, che sono un mirabile concentrato teologico. Esse iniziano tutte con l’invocazione “O” (dette, infatti, anche antifone in “O”) e tutte contengono anche l’invito “vieni”: O (astro) Sorgente, splendore di luce eterna, vieni ed illumina chi è nelle tenebre e nell’ombra della morte”. Nel Natale dunque aspettiamo Gesù che è la luce eterna che illumina le nostre tenebre. Non a caso la nascita di Gesù viene collocata per tradizione al solstizio d’inverno, quando il sole sembra soccombere al buio e riprende la sua ascesa, permettendo la nascita della luce nuova. Cristo è la Luce delle genti (cfr. Lumen Gentium, 1), che porta in dono la luce della fede, capace di illuminare tutta l’esistenza dell’uomo. Una luce così potente che non può provenire da noi stessi, ma che deriva da Dio. La luce della fede ci trasforma con l’amore di Dio e da questo amore noi riceviamo occhi nuovi. La fede non abita nel buio, essa è luce per le nostre tenebre. La luce della fede è luce incarnata, che procede dalla vita luminosa di Gesù. Quando la sua fiamma si spegne anche tutte le altre luci finiscono per perdere il loro vigore (cfr. Francesco, Lumen Fidei, 4, 34). Nella liturgia della notte di Pasqua la luce del cero pasquale è simbolo di Cristo che sconfigge il male, illumina gli uomini e ne guida il cammino; dal cero si accendono tante altre candele, anche simbolo della fede che si trasmette “per contatto” da persona a persona (cfr. Francesco, Lumen Fidei, 37). Ed il simbolismo liturgico della luce del cero pasquale accompagna la vita del cristiano, dal battesimo dei bambini quando dal cero, il genitore o il padrino, accendono una candela perché il battezzato sia “illuminato da Cristo” e viva sempre “come figlio della luce”, sino al rito esequiale dove la presenza del cero acceso ricorda la luce di Cristo che illumina il mistero della morte. Dunque solo la luce della fede ci da occhi nuovi, per vedere “oltre” la contingenza dei nostri limiti umani. Possiamo affermare, a questo punto, che questa “Luce dei miei occhi” è la fede attraverso la quale tutto vediamo e viviamo, camminando secondo l’insegnamento di Gesù che viene. La sua Parola è luce che illumina i passi della nostra vita, il nostro cammino (cfr. Sal 118), beato è chi mette in pratica la Parola di Dio (cfr. Lc 11,28). La Parola di Dio è luce, una luce che ci apre gli occhi e ci consente di vivere in modo nuovo le relazioni umane, andando oltre i limiti dei legami di sangue, introducendoci nella famiglia di Dio, fatta da coloro che ascoltano e praticano la sua Parola (cfr. Lc 8,21). Rispetto a Dio, tutto ha carattere di provvisorietà, nessuna realtà umana in se stessa è assoluta (cfr. W. Kasper, Teologia del matrimonio cristiano, Ed. Queriniana). Anche la relazione di coppia, ad esempio, non può essere un’esperienza assoluta, idolatrica, ma deve essere vissuta nella luce della fede e tendere verso l’Assoluto. Senza la luce che ci porta Gesù non possiamo trovare luce vera, tutto sarà parziale, effimero. Solo la luce della fede consente ai nostri occhi di guardare alle cose del mondo con la giusta gradazione, cogliere la sfumatura essenziale e la giusta cromaticità di ogni vicenda che caratterizza il nostro quotidiano, storicizzandola e relativizzandola nell’ottica dell’economia della salvezza che Dio ci ha offerto nell’Incarnazione del Suo Figlio. Tutte le più grandi ideologie, i più grandi poteri, assoluti o dinastici, hanno avuto il loro ciclo storico, breve o lungo che sia, ma sempre con un inizio e una fine. Solo Dio-Creatore suscita nell’uomo eterna istanza di sé. Sarà per questo che la luce che ci porta questo Bambino nel mistero dell’Incarnazione, un messaggio d’amore vicendevole, suscita ancora oggi “timore” in qualcuno, come lo destò in Erode duemila anni fa (cfr. Mt 2,3), fino al punto di metterne in discussione alcuni simboli, che per noi rappresentano – peraltro – anche un contrassegno identitario culturale, oltre che cristiano! 

lux3Lo scrittore Paul Claudel diceva: “Il Vangelo è sale, e voi ne avete fatto dello zucchero”. A volte (…) ad essere troppo concilianti si diventa insipidi, si perde la forza corrosiva del Vangelo nella nostra vita. Se si sacrifica la verità per evitare le difficoltà che la testimonianza della nostra fede comporta, il cristiano perde il suo sale… Se il cristiano, come un camaleonte, assume colore in base all’ambiente in cui si trova, egli non è più segno tangibile del Regno di Dio. (…) Ci sono oggi falsi profeti che, per ragioni ideologiche, per piacere agli uomini o per rendere la Chiesa più seducente, mistificano la parola di Dio (cfr R. Sarah, Si fa sera e il giorno ormai volge al declino, Ed. Cantagalli, 2019). E allora auguri: che questo Natale dia nuova luce ai nostri occhi facendoci guardare oltre le luci esteriori della vita e riscoprire la luce vera, quella interiore, capace di farci vedere ogni cosa nel profondo e dal profondo; che questo Natale ci faccia andare oltre la sapidità delle pietanze di pranzi e cenoni e riscoprire il sale evangelico e ritrovare il sapore autentico ed essenziale della vita, pregustando la luce celeste.

 

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