Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 4, 12-23)

[ Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret Ghirlandaio,_Domenico_-_Calling_of_the_Apostles_-_1481
e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». ] Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

Breve commento

Rileggiamo questo brano evangelico che la Chiesa ci dona per oggi, con la particolare prospettiva offertaci dalla Domenica della Parola di Dio (leggi la scheda approfondimento), che si celebra per la prima volta, per volontà di Papa Francesco (Lettera Apostolica Aperuit Illis, del 30 settembre 2019). Il salmista canta: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Sal 119,115). Ed è proprio a questa Luce che si riferisce il profeta Isaia, nell’espressione citata da Matteo, per raccontare gli inizi del ministero pubblico di Gesù in Galilea. La sua venuta nel mondo, come Verbo, Parola fatta carne, ha portato una luce nuova all’umanità che camminava nelle tenebre del peccato, dell’ignoranza e della lontananza da Dio. La potenza della Parola di Dio consegnata alla Chiesa continua a far sì che tante anime incontrino Gesù, conoscendolo, amandolo, dialogando con Lui ancora oggi. Non è un caso, dunque, che i primi passi del ministero pubblico del Figlio di Dio corrispondano con la sua predicazione, la spiegazione delle Scritture, l’annuncio del Regno e l’invito alla conversione. A conclusione del bellissimo Prologo al suo Vangelo, San Giovanni ci ricorda: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1, 18). É molto interessante che il verbo greco utilizzato da Giovanni per dire che Gesù rivela il Padre, richiami il senso di un’esegesi, lo stesso concetto che si usa per la spiegazione delle Scritture. Gesù, quindi, è il vero esegeta, l’unico a poterci dare la vera spiegazione della verità su Dio e su noi stessi e quindi anche il centro delle Scritture. San Tommaso d’Aquino ci insegna: “Il cuore di Cristo designa la Sacra Scrittura, che appunto rivela il cuore di Cristo. Questo cuore era chiuso prima della passione, perché la Scrittura era oscura. Ma la Scrittura è stata aperta dopo la passione, affinché coloro che ormai ne hanno l’intelligenza considerino e comprendano come le profezie debbano essere interpretate” (San Tommaso d’Aquino, Expositio in Psalmos, 21, 11). Continuando a riflettere sul brano evangelico di questa domenica, poi, emergono gli effetti del ministero di Gesù: Egli invita alla conversione, perché il Regno è vicino, chiama i discepoli a collaborare alla sua opera e opera guarigioni. Riflettendoci bene, quali sono gli effetti di un ascolto autentico della Parola di Dio nella nostra vita? Se il nostro cuore è aperto e disponibile a lasciarsi toccare da Essa, anzitutto sentiremo il bisogno urgente di conversione: la nostra vita non può mai essere all’altezza di questo annuncio, ma necessitiamo continuamente cambiare mentalità, adeguarci ad esso, cioè convertirci! Chi può dirsi arrivato o “a posto” di fronte alla Parola? In secondo luogo, da un ascolto autentico, sorge la vocazione: Dio ha un disegno per ciascuno di noi. Ascoltare la sua voce nelle Scritture ci aiuta a capire quello che Lui vuole da noi. Spesso basta una parola, rav_2672582_767un’immagine, un’espressione delle Scritture per aiutarci a comprendere quel che Dio ci sta chiedendo. Quanto è importante questo ascolto nel discernimento vocazionale, non solo per il sacerdozio, la vita consacrata, la vita missionaria, ma anche per la vocazione al matrimonio, alla famiglia e in generale alla santità battesimale, dalla quale nessuno può e deve sentirsi escluso. Infine, come Gesù passando guariva ogni sorta di malattia e infermità, così lasciando spazio alla Parola nel nostro cuore, noi possiamo sperimentare la guarigione da tante ferite interiori, da tanti pensieri cattivi, da tanti desideri disordinati. La Parola di Gesù, quando è ben accolta e pregata, porta con sè una grande forza risanatrice, aiutandoci a chiamare per nome le malattie del nostro spirito, perché Essa – come ci ricorda la lettera agli Ebrei –  è “viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4, 12). Portando questa luce divina in noi, dunque, non può lasciarci come ci ha trovati, ma ci riempie della presenza di Dio.


Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

«Convertitevi e credete all’Evangelo!» (Marco I, 15); «Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicinissimo!» (Matteo 4,17). La richiesta di conversione è al cuore delle due differenti redazioni del grido con cui Gesù ha dato inizio al suo ministero di predicazione. Collocandosi in continuità con le richieste di ritorno al Signore di Osea, di Geremia e di tutti i profeti fino a Giovanni Battista (cfr. Matteo 3,2), anche Gesù chiede conversione, cioè ritorno (in ebraico teshuvah) al Dio unico e vero. Questa predicazione è anche quella della chiesa primitiva e degli apostoli (cfr. Atti 2,38; 3,19) e non può che essere la richiesta e l’impegno della chiesa di ogni tempo. Il verbo shuv, che appunto significa «ritornare», è connesso a una radice che significa anche «rispondere» e che fa della conversione, del sempre rinnovato ritorno al Signore, la responsabilità della chiesa nel suo insieme e di ciascun singolo cristiano. La conversione non è infatti un’istanza etica, e se implica l’allontanamento dagli idoli e dalle vie di peccato che si stanno percorrendo (cfr. 1 Tessalonicesi 1,9; 1 Giovanni 5,21), essa è motivata e fondata escatologicamente e cristologicamente: è in relazione all’Evangelo di Gesù Cristo e al Regno di Dio, che in Cristo si è fatto vicinissimo, che la realtà della conversione trova tutto il suo senso. Solo una chiesa sotto il primato della fede può dunque vivere la dimensione della conversione. E solo vivendo in prima persona la conversione la chiesa può anche porsi come testimone credibile dell’Evangelo nella storia, tra gli uomini, e dunque evangelizzare. Solo concrete vite di uomini e donne cambiate dall’Evangelo, che mostrano la conversione agli uomini vivendola, potranno anche richiederla agli altri. Ma se non c’è conversione, non si annuncia la salvezza e si è totalmente incapaci di richiedere agli uomini un cambiamento. Di fatto, dei cristiani mondani possono soltanto incoraggiare gli uomini a restare quel che sono, impedendo loro di vedere l’efficacia della salvezza: così essi sono di ostacolo all’evangelizzazione e depotenziano la forza dell’Evangelo. Dice un bel testo omiletico di Giovanni Crisostomo: «Non puoi predicare? Non puoi dispensare la parola della dottrina? Ebbene, insegna con le tue azioni e con il tuo comportamento, o neobattezzato. Quando gli uomini che ti sapevano impudico o cattivo, corrotto o indifferente, ti vedranno cambiato, convertito, non diranno forse come i giudei dicevano dell’uomo cieco dalla nascita che era stato guarito: “È lui?”. “Sì, è lui!” “No, ma gli assomiglia”. “Non è forse lui?”». Possiamo insomma dire che la conversione non coincide semplicemente con il momento iniziale della fede in cui si perviene all’adesione a Dio a partire da una situazione «altra», ma è la forma della fede vissuta.
(Enzo Bianchi, Le parole della spiritualità, 67-70).

Preghiera

O Signore, mio Dio e mio Salvatore, Gesù Cristo,
continuo a chiederti di darmi la grazia della conversione.
Giorno e notte spero soltanto una cosa:
che tu mi mostri la tua misericordia
e lasci che io sperimenti la tua presenza nel mio cuore.
Fa’ che io pervenga a un genuino atto di pentimento,
a una preghiera sincera e umile e a una generosità libera e spontanea.
Vedo così chiaramente la strada da seguire!
Comprendo così bene che mi è necessario venire a te.
Posso insegnare e parlare con eloquenza sulla vita in te;
ma il mio cuore esita,
il mio io interiore e più profondo ancora si tira indietro,
vuole mercanteggiare, vuole dire: «Sì, ma…».
O Signore, continuo forse a dimenticare che tu mi ami,
che tu mi aspetti a braccia aperte?
Come un padre con le lacrime agli occhi,
tu vedi come il tuo figlio stia distruggendo la vita stessa che tu gli hai dato.
Ma anche come un padre tu sai che non puoi costringermi a tornare a te.
Solo quando verrò liberamente a te,
quando mi scuoterò liberamente di dosso le preoccupazioni e gli affanni
e confesserò liberamente le mie vie sbagliate
e chiederò liberamente misericordia,
solo allora tu potrai darmi liberamente il tuo amore.
Ascolta la mia preghiera, o Signore, ascolta la mia difesa,
ascolta il mio desiderio di ritornare a te.
Non lasciarmi solo nella mia lotta.
Salvami dalla dannazione eterna e mostrami la bellezza del tuo volto.
Vieni, Signore Gesù, vieni. Amen.
(J.M. NOUWEN, (manoscritto inedito), in ID., La sola cosa necessaria. Vivere una vita di preghiera, Brescia, Queriniana, 2002, 239-240).

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