Andrà tutto bene… forse

di don Antonio Donadio

In questi giorni di quarantena, è capitato a tutti di abitare più del solito le piattaforme1 digitali, i cosiddetti social network – per essere più precisi e cool (giusto per sentirsi alla moda, perché se non usi un linguaggio “giovanile”, non sei nessuno…) – e in questo digital zapping (sempre per essere fashion) imbattersi in “trasmissioni religiose” (perché di questo si tratta! Non sfoderate il Denzinger, sono TRASMISSIONI e basta!), magari incastonate tra un post che proponeva l’ultima offerta irrinunciabile del “bymby” e quello dell’urlatore seriale che, stufo del suo soggiorno domestico obbligato, approfittava del balcone per dare sfogo alla suo sincero ottimismo, ripetendo – stile mantra – l’ormai abusata espressione: «Ce la faremo» (meglio urlarlo che scriverlo – sia chiaro – perché vedere la lingua di Dante – tanto per citarne uno – oggetto di cotanto disprezzo, provoca una violentissima fitta al cuore). Si, proprio incastonate lì, messe e devozioni varie trattate alla stregua di un qualsiasi video virale offerto a famelici divoratori internettiani.

All’inizio, questa presenza digitale ha suscitato nel cuore di tutti (anche nel mio, nonostante l’animo da super sayan che mi ritrovo) una certa curiosità mista ad approvazione, soprattutto nel leggere le didascalie che accompagnavano le dirette: «È un modo per continuare a sentirci comunità; vogliamo manifestare la nostra vicinanza; vicini anche se lontani, etc. etc. …» (anche se sul pensare la Messa come un modo “per manifestare la vicinanza”, potremmo aprire un nuovo capitolo, ma lasciamo perdere…). Col passare dei giorni però, oppressi dalla cappa della reclusione, è iniziato un processo che oserei definire inquietante. La “creatività pastorale” ci è sfuggita di mano e al grido: «La fantasia al potere», abbiamo assistito ad una serie di performances che in confronto i partecipanti di Italia’s Got Talent sono dilettanti. Tanto per fare degli esempi: preti che corrono tra le navate della chiesa per dare un “augurio dinamico” ai fedeli, altri che lavano i piedi a bambole di ogni tipo, esplosioni pirotecniche che accompagnano l’annuncio della resurrezione e balletti improvvisati per prepararci alle “attività estive”.

Anche in questo caso – sempre per essere misericordiosi – i commenti a tali oscenità (si, ho detto proprio oscenità, un altro sostantivo non rende bene l’idea) si sono limitati a evidenziare che in questo tempo così complesso bisogna capire chi, non riuscendo a “sentirsi utile” in altro modo, propone questi “piacevoli” spettacoli.

2In realtà, a ben riflettere, il problema è un altro e, permettetemi, molto più serio. Siamo sicuri che tali “forme espressive” sono prerogativa esclusiva di questo periodo, oppure questo tempo è servito a far venire a galla ciò che purtroppo, molti fedeli laici, sono costretti a sopportare da molto, troppo tempo? Dare una risposta a tale quesito non è difficile, basta prendersi qualche minuto e fare un giro su You Tube, per accorgersi che di queste “spettacolari esibizioni” ne è piena la rete.

La domanda allora diventa: perché tutto ciò? Qual è la causa di queste deviazioni? Dove affondano le loro radici questi discutibili atteggiamenti? Senza voler far qui un trattato di teologia dell’Ordine Sacro, mi limiterò ad alcune mie personalissime riflessioni che, in questi giorni, tra lo sconcerto e la perplessità, mi hanno accompagnato.

Il problema, a mio parere, nasce da una scarsa conoscenza di ciò che il ministro ordinato è e di cosa deve “fare”. Questa confusione non è di recente comparsa, ma accompagna da alcuni anni la vita delle nostre comunità cristiane e riguarda sia chi è chiamato a vivere il ministero e sia chi è affidato alla cura pastorale dei sacerdoti. Il prete, nella mentalità comune (purtroppo diffusa), deve essere un uomo simpatico, un amicone, deve cercare in tutti i modi di suscitare il favore della gente, ricorrendo ai più disparati metodi che, seppur apparentemente “giocosi” e inizialmente efficaci, alla lunga generano un senso di disorientamento da parte di chi, dal prete, si aspetta e deve aspettarsi “Altro” (si, con la “A” maiuscola, non è un errore di battitura!).

È vero, in questi ultimi anni si insiste molto sul fatto che il prete debba essere un uomo “normale”, ma con questo cosa si vuol dire? Uno stile sacerdotale “normale” nasce dalla consapevolezza che l’unica normalità ammessa per il ministro ordinato è quella della vita cristiana sine glossa nella vocazione specifica che ha ricevuto in dono dal Signore. Solo abitando costantemente l’amore del Divin Maestro, il sacerdote può imparare le autentiche modalità di vicinanza ai fratelli e, in questo modo, far sue le necessità di chi gli è affidato con lo stile che gli è proprio, senza mai rischiare di appiattirsi sui dettami del mondo che mai combaceranno con le prerogative evangeliche. Ciò diventa possibile se si ha ben chiara la dimensione “ontologica” del sacerdozio ministeriale, che ci dice come l’essere in sé del prete è molto di più rispetto alla funzione svolta, e che quest’ultima, per essere efficace e fruttuosa, ha bisogno di crescere nella fedeltà rispetto a quello che è il proprium sacerdotale: annuncio, Eucaristia e sacramenti. Elementi normali di ogni vissuto sacerdotale che però vanno sempre recuperati, per non relegarli al secondo posto nel tentativo di voler essere più adeguati alle “nuove sfide” imposte dalla società contemporanea e che, pur rendendo (apparentemente) il prete più simpatico e umanamente attivo, finiscono per ridicolizzarlo e appiattirlo sulla liquidità dei nostri giorni, allontanandolo dai reali doveri della sua vocazione e del suo ministero.

Nel Rito di ordinazione presbiterale tra gli impegni che l’eletto deve assumere c’è quello dell’obbedienza. Il Vescovo, prima dell’imposizione delle mani e della Preghiera di Ordinazione chiede: «Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza?». In una lettura riduttiva, questa domanda va collocata nell’ambito dell’obbedienza disciplinare; dal mio punto di vista, ho sempre preferito leggerla e comprenderla con un occhio più ampio e maggiormente ecclesiale. Quel «Si, lo prometto» detto dal candidato all’Ordine Sacro del Presbiterato, non può voler significare una obbedienza militarmente intesa. Quella risposta pronunciata davanti al Vescovo, al di là del suo nome e delle sue fattezze fisiche, è qualcosa che va e deve andare oltre. Obbedire significa dire di “si” alla Chiesa, sempre e comunque. A ciò che Essa ha insegnato e continua ad insegnare nella fedeltà alla Tradizione, a ciò che Essa ti sta affidando in quel momento e che, per quanto tu sia bravo e capace, supera sempre e di gran lunga le tue possibilità. Obbedire, nel suo senso più autentico, significa essere consapevoli che il tuo è e deve essere un “servizio” e che questo, per essere tale, non potrà mai diventare “tua proprietà”. Obbedire significa che, quando stai per salire sull’Altare per celebrare i Divini Misteri o sei dedito ad altri impegni ministeriali, non potrai e dovrai mai mettere da parte ciò che ti è stato affidato per dono, e mai per diritto; e che l’unico diritto che ti è concesso è quello di essere fedele al dono che hai ricevuto. Forse ciò potrebbe apparire come una mortificazione, una inaudita violenza alla potenza creativa di ognuno. Non è così. A ben guardare, ci si accorge che questo è il sentiero della santità sacerdotale, al contempo feriale e straordinaria, ed essendo santità non potrà mai essere oppressiva, ma, al contrario, liberante e feconda… e forse anche più creativa di quanto si possa immaginare.

Per me, solo in questo modo, “ce la faremo” … e, forse “andrà tutto bene”, perché, permettetemi, fino ad oggi non tutto è andato secondo il verso giusto.

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