Dal Vangelo secondo Luca (Lc 23, 35-43)

In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».
Commento
Dopo cento anni dal 1925, quando Pio XI — pubblicando l’enciclica Quas primas — istituì la solennità di Cristo Re dell’universo, la celebrazione di oggi conserva un’attualità sorprendente. Il Papa la volle in un tempo segnato dai grandi totalitarismi e dal trionfo del secolarismo; e tuttavia, a distanza di un secolo, il contesto non è meno problematico. Anzi: le dinamiche culturali, sociali ed esistenziali del nostro tempo rendono ancora più complesso e amplificato quel fenomeno che il Papa denunciava allora, cioè il tentativo di espellere Cristo dalla vita degli uomini e dei popoli. Celebrare oggi la regalità di Cristo — di lui che è “lo stesso ieri, oggi e sempre” — significa andare controcorrente. Noi viviamo in una cultura che moltiplica i suoi “re”: il potere, i mercati, le mode, il piacere, la comodità, le grandi hi-tech che orientano persino il pensiero e il desiderio. Qual è il ruolo di Cristo dentro questo mondo? Come può regnare colui che appare così distante dai criteri del successo? La Parola di Dio ci viene incontro con forza: per comprendere la regalità di Cristo, bisogna guardare alla sua Passione. Non c’è vera regalità al di fuori di questo contesto. È lì, sul trono della Croce, che Cristo regna. E sul Calvario si manifestano vari modi di rapportarsi alla sua regalità. Anzitutto il popolo. È presente, assiste, ma gran parte rimane spettatrice: alcuni partecipano interiormente, molti altri restano indifferenti e distratti. Poi ci sono i capi, che conservano un’idea distorta del Messia: se Gesù è il Cristo, allora deve salvare se stesso. La loro idea di regalità resta chiusa nelle categorie del potere umano. Ci sono i soldati, che non solo non comprendono, ma deridono: riducono la regalità di Cristo a un paradosso, convinti che un vero re debba innanzitutto dimostrare la propria forza. E tuttavia, il titulus crucis — “Questi è il re dei Giudei” — dice la verità. Cristo regna da quel legno, non attraverso eserciti, influenza o manipolazione delle masse, ma con la forza disarmata dell’amore. Regna offrendo totalmente la sua vita. Infine, ci sono i due malfattori. Uno rimane imprigionato nella mentalità dominante: non riesce a immaginare un Messia che non salvi se stesso. L’altro — che la tradizione ha chiamato Disma — riconosce l’innocenza di Gesù, ma riconosce anche la sua vera regalità. Eosa chiedere: “Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. È a questi cuori che Cristo rivela la sua sovranità: a chi, anche nel buio del dolore, sa intravedere una presenza diversa, una luce che apre all’eternità. È a questi cuori che il Re crocifisso promette il suo regno, regno di misericordia, di verità e di vita.

Bene-dire (a cura di Mons. Francesco Diano)
Coloro ch’egli ama, si accalcano, montano la guardia. Intorno al suo corpo esposto, ricoprendo, velando col loro amore la sua nudità, troppo sanguinante, troppo dolorosa per offendere qualsiasi sguardo. Attraverso il sangue e il pus, egli vede la propria pena riflessa sui volti cari: quelli di Maria sua madre, di Maria Maddalena, d’una delle sue zie, moglie di Cleofa. Giovanni ha forse gli occhi chiusi. Ed ecco l’episodio sublime, l’ultima invenzione dell’Amore, innocente e crocifisso, che Luca solo riporta: L’uno dei malfattori appiccati lo ingiuria dicendo: – Se tu sei il Cristo, salva te stesso e noi. Ma l’altro lo riprendeva dicendo: – Non hai tu timore di Dio, che sei nel medesimo supplizio? Per noi è giustizia, perché riceviamo la pena degna dei nostri misfatti: ma costui non ha commesso nulla di male. E tosto che ha parlato, una grazia immensa gli piove in cuore: quella di credere che quel suppliziato, quel miserevole rifiuto che i cani schiferebbero, è il Cristo, il Figlio di Dio, l’Autore della vita, il Re del cielo. E dice a Gesù: «Signore, ricordati di me, quando sarai entrato nel tuo regno». « Oggi stesso tu sarai con me in paradiso ». Un solo moto di puro amore, e un’intera vita criminale è cancellata. Buon ladrone, santo operaio dell’ultima ora, inebriaci di speranza. (E. MAURIAC, Vita di Gesù, Milano, Mondadori, 1950, 149-150).
Preghiera
Troppe volte, Signore Gesù,
abbiamo rivolto il nostro cuore ad altri sovrani, ai vari dominatori del mondo.
Troppe volte, dominati dall’ansia del futuro e dall’angoscia del pericolo,
ci rivolgiamo ad altri «re».
Solo l’amore e la fiducia che ne deriva
liberano l’uomo dalla fobia
e dalla tirannia della sua presunzione.
Oggi, Signore, ci inviti ad alzare il capo
e a guardare nel tuo futuro.
Tu, Re di misericordia,
ricordati di noi nel tuo Regno,
facci percepire il palpito del tuo cuore.
Un mondo disgregato dalla diffidenza,
dal dubbio e dallo scetticismo
trova solo in te la salvezza.
Il tuo Regno non è fatto
di splendido isolamento,
ma di profonda solidarietà
con l’umanità redenta.
Il tuo Regno non impone diffidenza,
ma libera, salva, assicura speranza.
Amen.
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