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V domenica del T.O./A: Vincere le tenebre dell’insipienza

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,13-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Commento

Proseguendo il suo insegnamento sul monte, nella pagina evangelica che la liturgia ci propone per questa domenica, Gesù ci consegna due immagini molto semplici e concrete, ma allo stesso tempo altamente cariche di significato, per presentare l’identità del discepolo: il sale e la luce. Partendo dalla prima, siamo invitati a riflettere sul significato del sale. Esso è un elemento naturale, che serve a dar sapore ai cibi e a conservarli. Il sale è anche utile alla terra per concimarla. Si caratterizza per un sapore forte, deciso, fermo. Perché allora Gesù usa questo paragone per definire l’identità dei suoi discepoli? Quando pensiamo al Maestro, al suo insegnamento e al suo ministero, siamo spesso mossi dal contemplarne la dolcezza, la bontà, l’amorevolezza. Lui stesso, però, nella Scrittura ci ha detto chiaramente: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada” (Mt 10,34). Il suo passaggio infatti non è stato e non è mai irrilevante e melenso, al contrario è forte e deciso, richiede una seria presa di posizione e il cambiamento serio. Anche noi, come discepoli, siamo chiamati ad essere forti e decisi, proprio come il sapore del sale. La cultura di massa oggi ci induce a vivere in modo un po’ insipiente, soprattutto quando ci rifugiamo nelle nostre comodità e nel nostro individualismo, senza lasciarci toccare da quanto ci sta attorno. Seguire Cristo ed essere suoi discepoli, invece, ci provoca sempre di nuovo ad essere fecondi, a concimare la realtà dove viviamo, a dare sapore a quanto ci circonda, uscendo dai noi stessi e non soccombendo alle tenebre dell’insipienza insignificante. La seconda immagine, poi, quella della luce, viaggia di pari passo con la prima. L’insipienza è come le tenebre, in cui non si distingue nulla, tutto sembra immobile e stagnante. La luce di Cristo, invece, svela le forme e i colori, trasfigura le linee e permette di cogliere il dinamismo della vita. I discepoli, che vivono di Lui, ricevono in sé stessi questa luce soprannaturale e divenendone partecipi attraverso la grazia, sono chiamati ad espanderla attorno a sé nella trasparenza della vita. Spesso, però, la nostra vita rimane nell’opacità del peccato e dell’incoerenza e non permette alla luce di espandersi e raggiungere gli altri. La trasparenza che permette alla luce di riverberarsi e di non rimanere intrappolata è rappresentata dalle opere buone che il discepolo realizza, come frutti maturi di carità. La bellezza di questi frutti non è mai fine a sé stessa, ma come ci dice chiaramente Gesù, è finalizzata alla gloria di Dio. Oggi, interrogandoci seriamente sul senso della nostra presenza in questo mondo, siamo invitati a domandarci: la mia testimonianza cristiana è davvero significativa, feconda e incisiva, come il sapore del sale? La mia vita è trasparenza della luce di Cristo, oppure la mia opacità ne blocca gli effetti. Infine, attraverso le opere buone che fioriscono nella mia vita – sempre come effetti della grazia!-, aiuto gli altri a rendere gloria al Padre che è nei cieli, oppure desidero che i riflettori siano continuamente puntati su me stesso? Solo pochi versetti più avanti, nel capitolo 6 di San Matteo, Gesù ci ricorda: “State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.  Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa” (Mt 6, 1-2).

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

La vita interiore ci rivela i nostri limiti e le nostre negatività. È ricerca di luce ed esperienza di illuminazione, ma dove la luce splende nel fondo delle tenebre. È necessario toccare questo fondo buio di sé per conoscere la luce. Uno splendido racconto mistico musulmano (di Suhrawardî), in forma di dialogo, dice: – O sapiente, dove si trova la fonte della vita? – Nelle tenebre. Se vuoi partire alla ricerca di questa fonte, mettiti i sandali e avanza nel cammino dell’abbandono confidente, finché arriverai alla regione delle tenebre. – Da che parte si trova il sentiero per questa regione? – Da qualunque parte tu vada, se sei un vero pellegrino, tu compirai il viaggio. – Che cosa segnala la regione delle tenebre? – L’oscurità di cui si prende coscienza. Quando colui che intraprende questo cammino vede se stesso come uno che è nelle tenebre, allora comprende che egli era anche prima e fino allora nella Notte, e che la luce del Giorno non ha ancora raggiunto il suo sguardo. Eccolo, il primo passo dei veri pellegrini. Il cercatore della fonte della vita nelle tenebre passa attraverso ogni sorta di stupori e angosce. Ma se è degno di trovare questa fonte, finalmente dopo le tenebre contemplerà la luce. Allora non dovrà fuggire davanti alla luce, perché questa luce è uno splendore che, dall’alto dei cieli scende sulla fonte della luce (Cf. H. Corbin, «L’Archange empourpré: récit mystique de Sohrawardî», in Hermès 1 (1963), p. 21). È la luce della notte, delle tenebre, è la vita trovata là dove muore qualcosa, è il cammino della vita interiore, il descensus ad cor che porta a vedere le proprie tenebre, ad accettare le proprie limitatezze e a integrarle in un’esperienza di pacificazione e di unificazione. Chi vede la propria ignoranza e la conosce può entrare nella vera sapienza; chi vede i limiti della propria mortalità e temporalità può entrare nella vita; chi vede i propri limiti affettivi può entrare nell’autenticità dell’amore. Chi non accetta di vedere i propri limiti non potrà neppure iniziare a superarli o meglio, forse, a traversarli. Allora, questa illuminazione che viene dalla conoscenza delle proprie tenebre appare chiaramente come esperienza di resurrezione: se toccare il fondo del proprio cuore è esperienza di morte, la luce che si intravede è ingresso in una nuova vita. Allora si disvela l’uomo interiore (2Cor 4,16; Rm 7,22; Ef 3,16 e 1Pt 3,4 che parla dell’«uomo nascosto del cuore» là dove la Bibbia CEI traduce «l’interno del vostro cuore»), ovverosia una vita interiore che dà forza, unificazione pace, serenità, anche nel declinare delle forze e nell’andare verso la morte. Si sia credenti o no, se questa vita interiore è presente, forse si potrà fare della morte un compimento, non una fine. E si potrà dare vita alla propria vita (MANICARDI L., La vita interiore oggi. Emergenza di un tema e sue ambiguità, Magnano, Qiqajon, 1999, 25-26).

Preghiera

O Padre, non vogliamo possedere nessun vanto, nessuna gloria ma solo il nome del tuo Figlio crocifisso e risorto, un nome più prezioso e potente dell’oro e dell’argento per far alzare e camminare chi ha bisogno di speranza. È la sua Parola la luce che ci affidi perché si ravvivino i luoghi imprigionati dalle tenebre, è il vangelo la lampada che non si consuma, il sapore incorruttibile da dare all’esistenza. E sorgeranno le nostre opere buone, come un sole che non tramonta, perché acceso al tuo splendore.

IV domenica del Tempo Ordinario/A: Lo sguardo differente delle Beatitudini

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,1-12)

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Commento

Il Vangelo di questa domenica invita a porci una domanda molto seria: come credenti, come guardiamo alla nostra vita e ai nostri obiettivi? Da un punto di vista solamente terreno, oppure la nostra scala valoriale si confronta con la memoria viva di Gesù? La pagina delle beatitudini, che apre il primo dei cinque discorsi attorno ai quali si costruisce il Vangelo secondo Matteo, rappresenta la “magna charta” della vita cristiana, o come ha detto qualcuno, la vera biografia di Gesù. Se Lui chiama beati i poveri in spirito, il mondo in cui viviamo sembra piuttosto esaltare i ricchi e i supponenti, coloro che non sembrano aver bisogno di nulla, ma sono sicuri di sé ed autoreferenziali. Voler divenire partecipi del regno di Dio, invece, deve necessariamente tradursi in una scelta di umiltà, dipendenza totale da Dio ed infanzia spirituale. Chi piange, nella nostra cultura, è uno “sfigato”, uno che non sa vivere, un debole. Esorcizzare la debolezza, illudendosi che il mondo sia fatto di super uomini, chiude ogni spazio alla consolazione di Dio, condannando alla disperazione. Solo chi sa riconciliarsi con la propria debolezza, sapendo piangere per il dolore o per la gioia, in un modo autenticamente umano, può trovare in Dio la vera consolazione, che apre alla speranza. Gli spazi – nella visione mondana – si conquistano con la prepotenza, la violenza e il sopruso. Nella prospettiva di Gesù, è solo la mitezza, ossia la bontà di chi rinuncia ad ogni guerra fratricida, perché riconosce nell’altro l’immagine di Dio, a poter guadagnare la terra promessa della vita eterna. Il sazio, che nella prospettiva del mondo è chi guadagna il più possibile, anche a scapito della giustizia e della correttezza, nella logica del Regno è colui che desidera la giustizia vera, in cui non ci sono parzialità e disuguaglianze, ma il bene, il vero e l’equo trionfano sempre. La sete di vendetta che agita tanti cuori può essere vinta solo dalla Misericordia. Come ci ricordava San Giovanni Paolo II, essa è il solo margine a tutto il male del mondo, che guarisce noi stessi e gli altri dal tarlo della vendetta. Lo sguardo del cuore è capace di vedere Dio, specialmente nei fratelli, quando esso è trasparente e puro, libero da ogni egoismo e libidinosa cupidigia, che fa vedere le persone come oggetti, piuttosto che soggetti da amare e rispettare e da cui essere amati e rispettati. Saremo veramente partecipi della natura divina, figli nel Figlio, se alla prevaricazione e all’odio, alla mancanza di dialogo e comunione, risponderemo costruendo ponti di pace ad ogni livello. La schiera degli eletti, cui appartiene il regno, è composta da chi per amore della giustizia affronta le persecuzioni degli ingiusti e di coloro che la disprezzano. Se scegliamo Cristo, e non il mondo, abbracciando il rifiuto e il disprezzo di Lui che il maligno insinua in esso, saremo felici per sempre. Non ci viene promesso nulla qui giù; è  solo nell’eternità con Lui che potremo sperimentare la vera gioia che non conoscerà tramonto. Se tutti scegliessimo questa strada in salita, per quanto faticosa che sia, oltre alla felicità senza fine che ci viene promessa dopo la morte, anche questo mondo sarebbe trasfigurato da una luce differente.

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

Le beatitudini indicano il cammino della felicità. E, tuttavia, il loro messaggio suscita spesso perplessità. Gli Atti degli apostoli (20,35) riferiscono una frase di Gesù che non si trova nei vangeli. Agli anziani di Efeso Paolo raccomanda di «ricordarsi delle parole del Signore Gesù, il quale disse: “Vi è più gioia nel dare che nel ricevere”». Da ciò si deve concludere che l’abnegazione sarebbe il segreto della felicità? Quando Gesù evoca ‘la felicità del dare’, parla in base a ciò che lui stesso fa. È proprio questa gioia – questa felicità sentita con esultanza – che Cristo offre di sperimentare a quelli che lo seguono. Il segreto della felicità dell’uomo sta dunque nel prender parte alla gioia di Dio. È associandosi alla sua ‘misericordia’, dando senza nulla aspettarsi in cambio, dimenticando se stessi, fino a perdersi, che si viene associati alla ‘gioia del cielo’. L’uomo non ‘trova se stesso’ se non perdendosi ‘per causa di Cristo’. Questo dono senza ritorno è la chiave di tutte le beatitudini. Cristo le vive in pienezza per consentirci di viverle a nostra volta e di ricevere da esse la felicità. Resta tuttavia il fatto, per chi ascolta queste beatitudini, che deve fare i conti con una esitazione: quale felicità reale, concreta, tangibile viene offerta? Già gli apostoli chiedevano a Gesù: «E noi che abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, che ricompensa avremo?» (Mt 19,27). Il regno dei cieli, la terra promessa, la consolazione, la pienezza della giustizia, la misericordia, vedere Dio, essere figli di Dio. In tutti questi doni promessi, e che costituiscono la nostra felicità, brilla una luce abbagliante, quella di Cristo risorto, nel quale risusciteremo. Se già fin d’ora, infatti, siamo figli di Dio, ciò che saremo non è stato ancora manifestato. Sappiamo che quando questa manifestazione avverrà, noi saremo simili a lui «perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3,2), (J.-M. LUSTIGER, Siate felici, Marietti, Genova, 1998, 111-117).

Preghiera

Signore Gesù Cristo,
custodisci questi giovani nel tuo amore.
Fà che odano la tua voce e credano a ciò che tu dici,
poiché tu solo hai parole di vita eterna.
Insegna loro come professare la propria fede,
come donare il proprio amore,
come comunicare la propria speranza agli altri.
Rendili testimoni convincenti del tuo Vangelo,
in un mondo che ha tanto bisogno della tua grazia che salva.
Fà di loro il nuovo popolo delle Beatitudini,
perché siano sale della terra e luce del mondo
all’inizio del terzo millennio cristiano.
Maria, Madre della Chiesa,
proteggi e guida questi giovani uomini e giovani donne del ventunesimo secolo.
Tienili tutti stretti al tuo materno cuore.
Amen.

(Preghiera di Giovanni Paolo II, al termine della Giornata della Gioventù di Toronto)

III domenica del T.O./A: Nella luce della Parola

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 4,12-23)

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce,per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

Commento

Per volontà di Papa Francesco, a partire dal 2020, la Terza domenica del Tempo Ordinario è dedicata alla Parola di Dio. È ovvio che ogni domenica fondamentalmente lo è, dal momento che siamo sempre chiamati a nutrirci alla doppia mensa, quella della Parola e del Pane di vita. In questa, in particolare, il Santo Padre ci invita a riflettere in modo ancora più profondo sul nostro rapporto con la Parola, che è faro per il nostro cammino di fede, come ben canta il salmo 118: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino”. Entrando nel brano del Vangelo di questa domenica, contempliamo Gesù che inizia il suo ministero a Cafarnao, nella terra di Zabulon e Neftali, tradizionalmente considerata una zona pagana, lontana dalla sfera di influenza del giudaismo tradizionale. L’evangelista Matteo rilegge questi eventi richiamando una profezia di Isaia, che fa riferimento proprio ad un evento di luce che accade per quei popoli. La luce della Parola, attraverso la presenza e la predicazione del Verbo fatto carne, rifulge per quei popoli apparentemente abbandonati alle tenebre. Quando diveniamo destinatari di una parola, facciamo esperienza di esistenza. Se ci pensiamo, cosa c’è di più terrificante di non vedersi rivolgere la parola da qualcuno? Dio non resta indifferente, per questo motivo, sin dalla creazione parla al cosmo e all’umanità, facendo passare con la forza della sua Parola dal non essere all’essere. Il salmista riecheggia questa circostanza del silenzio di Dio accostandola all’esperienza della morte: “A te grido, Signore, mia roccia, con me non tacere: se tu non mi parli, sono come chi scende nella fossa” (Sal 28,1). Dio parla al cuore dell’uomo come ad un amico e vuole anzitutto che egli si renda conto della sua presenza e della sua attenzione. È questo il senso dell’espressione di Gesù, secondo la quale il regno dei cieli sta arrivando, è prossimo. In fin dei conti, questo è il contenuto più essenziale della Parola: Dio c’è, è vicino a noi, tanto da farsi carne nel grembo di Maria. Questa irruzione ha certamente una conseguenza: l’uomo non è più solo, né schiavo delle tenebre. Egli è nella luce e per la luce, per questo deve convertirsi, ossia cambiare mentalità, orientarsi sempre di nuovo verso di essa, lasciando le opere delle tenebre. San Paolo ce lo ricorda bene: “È ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce” (Rm 13,11-12). In questo clima di illuminazione e di ascolto, si inserisce sempre di nuovo il mistero della vocazione. Dio parla a tutti, ma ad alcuni rivolge l’invito ad un coinvolgimento ancora più profondo: quello di lavorare per il regno a tempo pieno. In questa domenica della Parola, con onestà e coraggio, chiediamoci: perché oggi si avverte meno nelle nostre comunità questo desiderio di coinvolgimento vitale dei nostri giovani nella causa del Vangelo? Forse perché Gesù non chiama più, oppure forse perché i nostri giovani non sono più generosi? Non è forse, invece, perché non siamo più in grado di rimanere in questo clima di illuminazione e di ascolto che solo la Parola viva ed efficace di Cristo può darci? Torniamo a fare un po’ più di silenzio, ad ascoltare, a familiarizzare con la Scrittura e forse così, come Chiesa, torneremo ad ascoltare la voce dello Sposo, che ci parla e parla al cuore di tanti per chiederne un coinvolgimento e un impegno più profondi, senza lasciarci distrarre dal tanto fare, dalla sete di iniziative, che spesso genera soltanto protagonismo e mediocrità, senza intima adesione a Lui.

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

La prima attività o energia dello Spirito in noi è la metànoia, la conversione o pentimento. Questo volgersi indietro del nostro nous (metanoia), questo cambiamento del cuore, è il nostro primo momento di verità davanti a Dio, a noi stessi e ai fratelli. Alcuni padri della chiesa ritenevano che essa comportasse normalmente il battesimo delle lacrime, a loro avviso il chiaro segno che lo Spirito si stava impossessando del corpo di un uomo: l’uomo capitola, la sua resistenza va in frantumi, ed egli piange. Si potrebbero vedere dei paralleli a quest’esperienza con esperienze analoghe riscontrate nella psicanalisi: ha luogo una sorta di catarsi. L’uomo piange e si arrende, si arrende allo Spirito santo, a quella nuova consapevolezza di se stesso che gli è possibile acquisire mediante il battesimo delle lacrime. Mi sembra di poter dire che la conversione, il pentimento, non è solo un tema del quale è difficile parlare ai nostri giorni, ma è anche  visti i complessi che attanagliano l’uomo moderno  uno dei più difficili da mettere a fuoco con precisione e da vivere autenticamente. E tuttavia rimane essenziale. Il pentimento è oggi qualcosa che suscita repulsione. Ci troviamo a vivere in un periodo di transizione tra la nevrosi ossessiva (se così si può chiamarla) che caratterizzava il periodo immediatamente precedente al nostro, e l’effervescenza e l’aggressività adolescenziali di un periodo che si sta liberando da tale nevrosi. A chi è già divorato dall’angoscia l’evidenza del peccato può creare soltanto un’angoscia ancor più insopportabile. Il peccato era del tutto intollerabile nell’epoca precedente alla nostra, e gli uomini cercavano di liberarsene ricorrendo a quella che i padri erano soliti chiamare dikaioma, la pretesa di esser giusti, l’autogiustificazione: non si era in grado di portare il peso del peccato? E allora ci si convinceva d’esser giusti mediante un’osservanza esteriore della legge, o piuttosto, di un certo numero di regole. In realtà, in questo modo non si fa che sfuggire alla conversione, alla metànoia. Oggi, invece, manifestiamo un’effervescenza e un’aggressività adolescenziali che sono altrettanto nevrotiche, e per le quali il peccato è altrettanto insostenibile; la soluzione odierna consiste tuttavia nel dire che non esiste il peccato (A. Louf, La vita spirituale, Edizioni Qiqajon/Comunità di Bose, Magnano (Biella) 2001, 9-20).

Preghiera

O Signore, mio Dio e mio Salvatore, Gesù Cristo,
continuo a chiederti di darmi la grazia della conversione.
Giorno e notte spero soltanto una cosa:
che tu mi mostri la tua misericordia
e lasci che io sperimenti la tua presenza nel mio cuore.
Fa’ che io pervenga a un genuino atto di pentimento,
a una preghiera sincera e umile, a una generosità libera e
spontanea.
Vedo così chiaramente la strada da seguire!
Comprendo così bene che mi è necessario venire a te.
Posso insegnare e parlare con eloquenza sulla vita in te;
ma il mio cuore esita,
il mio io interiore e più profondo ancora si tira indietro,
vuole mercanteggiare, vuole dire: «Sì, ma…».
O Signore, continuo forse a dimenticare che tu mi ami,
che tu mi aspetti a braccia aperte?
Come un padre con le lacrime agli occhi,
tu vedi come il tuo figlio stia distruggendo la vita stessa che tu gli hai
dato.
Ma anche come un padre tu sai che non puoi costringermi a tornare a
te.
Solo quando verrò liberamente a te,
quando mi scuoterò liberamente di dosso le preoccupazioni e gli
affanni
e confesserò liberamente le mie vie sbagliate
e chiederò liberamente misericordia,
solo allora tu potrai darmi liberamente il tuo amore.
Ascolta la mia preghiera, o Signore, ascolta la mia difesa,
ascolta il mio desiderio di ritornare a te.
Non lasciarmi solo nella mia lotta.
Salvami dalla dannazione eterna e mostrami la bellezza del tuo volto.
Vieni, Signore Gesù, vieni. Amen.

 
(J.M. NOUWEN, (manoscritto inedito), in ID., La sola cosa necessaria.
Vivere una vita di preghiera, Brescia, Queriniana, 2002, 239-240)

II domenica del T.O./A: Ecco l’agnello di Dio

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,29-34)

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Commento

La pagina evangelica di questa domenica, tratta dal primo capitolo del Vangelo di Giovanni, si pone in continuità con l’episodio del Battesimo del Signore, sul quale abbiamo meditato nella festa di domenica scorsa. Il quarto evangelista non presenta il racconto del battesimo di Gesù come i sinottici, ma attraverso la prospettiva del testimone dell’evento, Giovanni il Battista. Vedendo passare il Figlio di Dio, lo proclama “Agnello di Dio”, richiamando tutto un filone dell’Antico Testamento che era chiarissimo ai suoi ascoltatori. Cristo, il Verbo-Agnello, viene a compiere le prefigurazioni dell’Antico Testamento, in particolare dell’Esodo, operando la vera liberazione dalla schiavitù: non quella dall’Egitto e dal faraone, ma quella dal peccato e dal maligno. In ogni epoca e latitudine si è sempre riflettuto sui problemi del mondo, esorcizzando la sofferenza e la morte, in tanti modi e con tante tecniche. Questo annuncio del Battista va alla radice: il vero problema e la vera malattia del mondo è il peccato, il rifiuto di Dio. L’Agnello innocente e mansueto è venuto nel mondo per assumere questo peccato su di sé ed eliminarlo completamene! Questa è l’unicità del mistero di Cristo, che realizza l’opera di Dio. Nessuno può rimettere il peccato, se non Dio solo! Giovanni lo annuncia e lo testimonia, con umiltà e decisione. Egli si riconosce oggetto privilegiato di questa rivelazione, che proclama e diffonde con coraggio! Lui stesso lo ha conosciuto, facendo il proprio cammino di fede e di adesione personale, per poi diventarne il testimone. L’apertura di Giovanni nel cogliere i segni e le profezie gli concede di poter riconoscere in Cristo il Figlio di Dio, colui che riapre la comunicazione fra il cielo e la terra, donando lo Spirito in abbondanza. Come Giovanni, anche noi siamo chiamati a vivere questo cammino di incontro con il Signore, riconoscendolo come l’unico nostro Salvatore e il medico delle nostre anime, l’unico che può estirpare dal mondo e da noi stessi il veleno del peccato e donarci lo Spirito, che ci dona il potere di diventare figli di Dio.

Epifania del Signore 2023: Il santo viaggio

Dal vangelo secondo Matteo (Mt 2,1-12)
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Commento

Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio” (Sal 84,6). Con questa espressione del salmo iniziamo la breve riflessione per questa solennità dell’Epifania, in cui celebriamo la manifestazione (epiphaneia) di Nostro Signore Gesù Cristo a tutte le genti, rappresentate dalle figure affascinanti e misteriose dei Magi. Questi sapienti, partiti dall’oriente, uomini dal cuore inquieto e in ricerca, hanno seguito la stella delle loro domande di senso ed osservando la realtà, si sono messi in cammino verso l’ignoto. Dio ha misteriosamente operato nei loro cuori, come fa in quelli di tanti che apparentemente sono lontani, per permettere l’incontro con Lui in Cristo. Essi hanno deciso nel loro cuore il “santo viaggio” della ricerca, del mettersi in discussione, dell’abbandono delle certezze, per lasciarsi condurre dall’Altro. Questi sapienti non hanno temuto di lasciarsi guidare, prima dalla stella, poi dalle profezie, per raggiungere il Logos fatto carne, la Ragione di tutte le cose. Troppo spesso a causa del nostro orgoglio e della nostra autoreferenzialità non ci mettiamo in questo santo viaggio della vita e della ricerca di Dio, perché pensiamo di non averne bisogno. Pieni di noi stessi, distratti dalla ricerca di consensi e dal desiderio di apparire perfetti, seppelliamo sotto le ceneri del nostro orgoglio il desiderio di infinito ed eterno che c’è in noi. Senza questa umiltà di chi riconosce il proprio limite, sa farsi domande e soprattutto sa lasciarsi guidare, nessun viaggio spirituale può iniziare in noi, rimanendo prigionieri delle acque stagnanti delle nostre pseudo-certezze. Chi invece con umiltà si lascia interrogare e guidare, proprio come i Magi, può giungere alla “grandissima gioia” dell’incontro col Cristo e aprire lo scrigno della propria vita davanti a Lui. Alla sua presenza, il nostro cuore spesso prigioniero della paura e degli schemi, proprio come lo scrigno dei Magi si apre, per effondere davanti a lui ciò che c’è di più prezioso, l’oro dei nostri doni di fronte al vero Bene, l’unica Ricchezza dei popoli, l’incenso del nostro essere, dei nostri pensieri, dei nostri desideri, di fronte al Dio Vero, la mirra delle nostre fragilità e inconsistenze, di fronte al Vero Uomo. Di certo, vivendo quest’esperienza unica e trasformante, non si può far ritorno alla stessa vita di prima, ma come i sapienti dell’oriente, anche noi siamo chiamati a far ritorno “per un’altra strada”, attraverso un’autentica esperienza di conversione, lasciando le vecchie strade, per intraprenderne di nuove e più luminose.

Solennità di Maria Santissima Madre di Dio 2023 – Il valore del nostro tempo

Dal vangelo secondo Luca (Lc 2,16-21)

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Commento

Il primo gennaio, solennità di Maria Santissima Madre di Dio, che cade nell’ottava di Natale, coincidendo con il primo giorno dell’anno solare, è sempre un’occasione per riflettere sul nostro rapporto con il tempo e la storia. Il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, avvenuto nella “pienezza del tempo” (Gal 4,4), è l’evento che ha cambiato il corso della storia, in quanto per mezzo di Lui noi siamo stati costituiti in una relazione nuova con l’Assoluto e con l’Eterno, quella della figliolanza. La venuta di Cristo coincide con la pienezza del tempo, in quanto tutti gli annunci profetici trovano il loro compimento in Lui e questa unione tra l’eterno e il temporaneo, l’infinito e il finito, nel grembo di Maria, da’ un senso nuovo allo scorrere del tempo e alla vita di ciascuno. Il nostro concetto di tempo non può essere ormai più soltanto di natura cronologica, ovvero considerato semplicemente come istanti che si succedono senza senso, ma – come figli ed amici di Cristo – siamo immersi in una dimensione orientata e salvifica del tempo, in cui riceviamo la salvezza e la grazia nell’oggi del nostro spazio e della nostra storia. La fede cristiana, proprio alla luce del mistero dell’Incarnazione, è sempre ben radicata nello spazio e nel tempo, ed è proprio lì che si gioca la nostra salvezza. È sempre significativa l’espressione usata da Gesù nei confronti di Zaccheo, quando, vedendolo sull’albero, intento a guardarlo dall’alto, lo invita a scendere perché in quell’oggi, voleva fermarsi da lui (Cf. Lc 19,5). Anche noi, come il discepolo Zaccheo, siamo in quest’oggi dell’incontro con il Signore che viene. Alla fine di un anno solare e sul punto di accogliere il nuovo, siamo chiamati a rendere lode al Signore, facendone memoria, per le belle occasioni di grazia che ci ha dato, in cui si è fermato con noi, ma anche a chiedergli perdono per tutte le volte in cui siamo stati distratti e abbiamo vissuto senza di Lui, preferendo la solitudine del peccato e dell’egoismo. Questa occasione del nuovo anno ci è propizia per rafforzare la nostra memoria spirituale, che non è certamente lo spazio dei rimpianti e dei rimorsi, ma quella terra santa in cui custodiamo – come nel cuore di Maria – gli eventi meravigliosi della nostra salvezza e dove rinnoviamo la nostra fiducia infinita nella misericordia, che come un mare sconfinato seppellisce le nostre miserie. È anche un momento in cui affidarci alla Provvidenza, che guida la storia, e nei cui imperscrutabili disegni si ritrova il nostro futuro, a cui guardare con fiducia e speranza, senza angosce e paure del domani. In ogni caso, seppure il passato è memoria e misericordia e il futuro provvidenza e speranza, su di essi non abbiamo “potere”. È sempre il presente, invece, che siamo chiamati a vivere in pienezza, perché lì si gioca l’occasione per essere presenti a noi stessi, far tesoro delle conquiste e degli errori del passato e costruire pazientemente il futuro, lasciandoci illuminare dalla sua Presenza.

Natale del Signore 2022

Dal vangelo secondo Luca (Lc 2,1-14)
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Commento

Matto è chi spera che la nostra ragione Possa trascorrer l’infinita via Che tiene una sustanza in tre persone

State contenti umana gente al quia Che se potuto aveste veder tutto Mestier non era parturir Maria” (Dante Alighieri, Purgatorio, III).

Queste splendide parole del Sommo Poeta sono un’ottima introduzione per la riflessione di questo Santo Natale. L’ incarnazione del Figlio di Dio è, infatti, un grande mistero, non afferrabile dalla ragione umana, esattamente al pari di quello della Santissima Trinità. Come non sarebbe possibile con la sola ragione umana comprendere il senso di un’unica sostanza divina uguale e distinta in tre persone, così allo stesso modo non si potrebbe comprendere il senso dell’unione fra la natura divina e la natura umana nel grembo di Maria, senza la speciale rivelazione di Dio, che accanto al piano della semplice ragione, esige l’adesione umile e ferma della fede. Dio si è fatto uomo per rivelare se stesso all’uomo e realizzare una nuova Alleanza con lui, colmando l’abisso tra il cielo e la terra, tra l’infinito e il finito, tra il tutto e il frammento. Nel mistero del Natale, unendosi all’umanità nel Verbo fatto carne, Dio manifesta il suo interesse per l’umanità e per ciascuno di noi. Egli decide di abitare le trame della nostra storia umana scegliendo una volta per sempre la strada della piccolezza e della fragilità. Leggendo la pagina evangelica del racconto della nascita di Gesù, secondo la redazione di Luca, ci colpisce sempre di nuovo come la storia dell’Impero e della Palestina del I secolo divenga l’ambito della realizzazione del piano di Dio. Questo accade anche nella nostra vita. Dio non è lontano dalla nostra esistenza e dal nostro tempo, ma usa questi come luoghi in cui operare e salvare. L’agire di Dio si intreccia con la grande storia dell’umanità, ma avviene con la semplicità di un bambino che nasce. Colui che è generato prima del tempo Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, viene alla luce nel tempo da una madre vergine, una fanciulla debole e sconosciuta. Colui che i cieli non possono contenere, l’Absolutus, colui che non ha i vincoli dello spazio e del tempo, viene avvolto in fasce, prigioniero della fragilità e della piccolezza. L’incontenibile si lascia contenere in una mangiatoia. Colui che dall’eternità abitava i padiglioni inaccessibili del cielo, non trova posto neppure in un alloggio umano, ma si fa compagno delle bestie. Leggendo il brano, si percepisce come i paradossi continuino. Non sono i potenti, i ricchi e quelli che stanno sul pezzo, ad essere i primi destinatari dell’annuncio del Natale, ma i pastori, accampati in quella valle per badare alle greggi: essi sono gli ultimi, i disprezzati e reietti, coloro che stanno più con le bestie che con gli uomini. Eppure Dio li sceglie e vuole loro come primi testimoni della sua Venuta. Di fronte a questo Mistero ineffabile, siamo anche noi disposti ad accogliere questo modo di fare di Dio? Siamo capaci di lasciarci sorprendere dal suo modo di fare paradossale e irrituale? Dio ci supera sempre! La nascita di Cristo è per noi oggi, in questo mondo segnato da violenze e contraddizioni, un segno di salvezza e speranza, che ci aiuta a rinnovare il nostro desiderio di luce e di compimento. Il regista della storia è sempre Lui, che ha scelto la nostra umanità come luogo per rivelarsi e salvarci. Buon Natale a tutti!

IV domenica di Avvento/A: L’eccomi di Giuseppe

Dal vangelo secondo Matteo (Mt 1,18-24)

Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Commento

In questa quarta domenica di Avvento, già collocata nelle cosiddette “ferie maggiori”, gli ultimi giorni che ci separano dalla celebrazione del Natale del Signore, la liturgia della Chiesa ci invita a contemplare gli antefatti immediati alla nascita del Figlio di Dio. Nella prospettiva di Matteo, complementare a quella di Luca che narra l’annuncio dell’angelo a Maria, i fatti vengono narrati dal punto di vista dell’esperienza di Giuseppe. Come si può vedere qualche versetto prima, la genesis di Gesù, ossia la sua generazione, rompe lo schema della genealogia secondo la quale A genera B. Al versetto 16 ci viene detto: “Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo”. Già da quest’elemento testuale è evidente che la nascita del Messia è in discontinuità rispetto ad una normale nascita umana. Giuseppe è lo sposo di Maria e pur non avendo concepito Gesù dal punto di vista genitale, egli ha una speciale vocazione, quella di essere il vero padre di Gesù, avendolo inserito nella discendenza davidica ed essendo stato il custode di questo evento straordinario. Questa pagina evangelica descrive la sua vocazione. Egli viene descritto come uomo giusto, che nella prospettiva biblica significa uomo di fede, uomo che vive alla presenza di Dio e cerca la sua volontà. In questa disposizione egli si trova ad affrontare una situazione più grande di lui. Leggendo in modo superficiale, possiamo pensare che Giuseppe fosse molto arrabbiato, alla scoperta che la sua promessa fosse già incinta, e certamente non di lui! Scendendo più in profondità, però, possiamo intuire che Giuseppe può essere venuto a conoscenza della verità dei fatti solo da Maria, la quale gli avrà certamente raccontato l’esperienza dell’angelo. Di fronte a questo, il giusto si sente inadeguato, indegno, turbato, per questo pensa di farsi da parte. È troppo per lui. Nello stesso tempo non vuole esporre Maria a rischi, quindi pensa di separarsi da lei in segreto. Di sicuro, un uomo arrabbiato e deluso, non avrebbe agito in questo modo e con tutta questa delicatezza! Il seguito della narrazione, centrandosi sul modo in cui Giuseppe vive il suo dramma interiore, i suoi dubbi vocazionali, dimostra – come in ogni racconto di vocazione – che il Signore incoraggia e sostiene, perché le paure umane e le resistenze siano vinte. Quante volte anche nella nostra vita, di fronte ai nostri dubbi ed incertezze, quando ci apriamo con verità ai disegni di Dio, sperimentiamo queste divine rassicurazioni. Come per Giuseppe, chiamato a dare il nome al figlio di Dio, esercitando una vera paternità, anche per ciascuno di noi c’è un disegno di Dio che siamo chiamati a riscoprire nel silenzio e nella preghiera, anche vivendo le contraddizioni della storia. Con la conferma della Parola, Giuseppe, il giusto, agisce di conseguenza, rinnovando la sua piena fedeltà a Dio e alla sua vocazione. Con i fatti, anche lui dice il suo “eccomi!’, senza riserve.

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

Giuseppe è della stessa tempra di Maria: un credente in ascolto di ciò che gli avviene. La notizia della maternità prossima di Maria non suscita in lui alcuna reazione difensiva. Di lui non si conserva alcuna parola. Non è una persona che parla o aggiusta le cose a proprio vantaggio: si limita ad ascoltare ciò che l’angelo gli rivela. La verità di Dio è più importante di ciò che Giuseppe vive. E questa verità Giuseppe la rispetta senza alcuna aggressività, senza nemmeno pensare a difendersi. Sia per Maria che per Giuseppe, l’annunciazione è una cosa incredibile. Nessuno può essere all’altezza di una simile verità. Nonostante questo, non vi è nessuno scetticismo, nessun comportamento attendista, nessuna presa di distanza, niente che faccia pensare a un sentimento di rivalsa. Solo fede e abbandono. Maria e Giuseppe hanno rinunciato alla loro verità per entrare in quella di Dio. E noi? Noi non possiamo essere felici, se non riusciamo a leggere in profondità gli eventi della nostra esistenza. Dio è presente nella nostra esistenza: in nessuna delle sue vicende manca il suo disegno, la sua intenzione di dirci qualche cosa. È una verità da scoprire anche in questo momento (DANNEELS G., Le stagioni della vita, Brescia 1998, 210-211).

Preghiera

Laudato sii, mio Signore, per questo nostro infinito amore. A te ritornerà come goccia nel mare. Laudato sii, mio Signore, per il forte desiderio di amare che ci hai posto in cuore… Laudato sii, mio Signore, per il desiderio mai saziato di te, unico Amore, del quale stesso amore ci amiamo senza mai sazietà, per il quale amore è più desiderabile soffrire che non possederlo. Laudato sii, mio Signore, per questa nostra esistenza che ti degni di condurre provvidente, e per la quale, grati, ti benediciamo. Laudato sii, mio Signore, per ogni evento della tua volontà, che su di noi troverà il suo compimento.. Laudato sii, mio Signore, per il nostro infinito amore.

III domenica di Avvento/A: L’amore è giustizia superata

Dal vangelo secondo Matteo (Mt 2,1-11)

In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

Commento

Tutta la vita e la predicazione di Giovanni il Battista sono stati una fedele preparazione all’arrivo del Signore ed egli, come vero profeta, ha pagato di persona con il carcere e poi con il martirio. Il suo messaggio non è stato soltanto pura teoria, ma ha toccato la sua carne viva. Ed è proprio questo uno dei segni della verità di un profeta: la sua vita non è mai “altro” rispetto al suo messaggio, perché la medesima esistenza diventa messaggio. Nonostante la trasparenza della sua testimonianza radicale al Messia, egli ha dovuto anche camminare come pellegrino nella fede. La domanda, infatti, che rivolge a Gesù per mezzo dei suoi discepoli, è il chiaro segno di questo cammino spirituale di ricerca che egli stesso ha vissuto. Evidentemente l’idea che egli aveva del Veniente non coincideva esattamente con quello che vedeva realizzarsi nel figlio di Maria. Spiritualmente sveglio e vigile, egli si è interrogato, disposto a lasciarsi mettere in discussione dai fatti. Di fronte alla domanda, Gesù non risponde in maniera teorica, ma lo fa riferendosi ad esperienze concrete e tangibili. Ricordiamo sempre che la conoscenza di Dio e il discernimento nella fede non si realizzano con teorie, belle parole o discorsi astrusi; soltanto l’incontro vivo e l’esperienza personale di una vita trasformata possono essere i segni del passaggio di Dio. Giovanni aspettava un Messia giudice, capace di dividere subito il nero dal bianco, il grano dalla zizzania, attraverso la scure della verità e della giustizia. L’arrivo del Messia, però, lo spiazza: Egli non viene a tagliare teste, a sradicare violentemente la zizzania col rischio di estirpare anche il buon grano, ma – come ci ricorda il profeta Isaia – “Egli non griderà, non alzerà la voce, non la farà udire per le strade. Non frantumerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante; insegnerà la giustizia secondo verità” (Is42,2-3). Chi di fronte a questo agire di Cristo non si scandalizza, ma vi riconosce il Messia Salvatore, come Lui stesso ci dice, è beato. In un mondo in cui spesso non si vede altro che bianco e nero, in cui non si ha la sensibilità di vedere il positivo che può esserci in ogni persona o situazione, Gesù viene ad aprirci una strada nuova, in cui la forza trasformante è data dall’amore e della misericordia, anche quando tutto sembra perduto. Il Vangelo non ci dice cosa accadde in carcere, dopo che i discepoli tornarono a riferire a Giovanni la risposta di Gesù. Dalle parole del Maestro e dalla storia del martirio del Battista, tuttavia, possiamo facilmente intuire che egli non si scandalizzò di Lui, ma lo annunciò fino in fondo, con il sangue. L’espressione finale di Gesù, infine, ci regala un ulteriore motivo di riflessione. È vero, Giovanni è stato l’uomo più grande della storia, il profeta più santo e radicale. La prospettiva del Regno, tuttavia, è infinitamente più grande: Giovanni era uno che umanamente aveva capito molte cose ed ha saputo essere fedele. Chi, però, è nella piena signoria di Dio, nel Regno, seppure sia il più piccolo lì, è comunque oltre ogni prospettiva umana. Scrive don Fabio Rosini: “Non un piccolo nato da donna possiede per sua propria qualità il Regno dei Cieli. Perché lo vedono i ciechi, vi entrano gli zoppi, lo odono i sordi e ne beneficiano i lebbrosi; risveglia i morti. È dei poveri. Non è giustizia, la supera. È amore che riscatti chi ha sbagliato, che raccoglie chi dovrebbe essere buttato via, che viene a cercare chi non serve a niente perché non ne può fare a meno” (F. ROSINI, Di Pasqua in Pasqua, Commenti al Vangelo domenicale dell’anno liturgico A, San Paolo, 2022, 25-26).

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

Nelle mie riflessioni sulla fede ho incontrato una pagina di un documento che i cristiani riconoscono come “parola di Dio”: il capitolo 11 della Lettera che un autore anonimo ha scritto due mila anni fa agli Ebrei per mostrare che Gesù di Nazaret è proprio quel salvatore che loro stavano aspettando. […] Il capitolo si apre con una definizione di fede, tanto originale quanto simpatica: “La fede è un modo di possedere già le cose che si sperano, di conoscere già le cose che non si vedono” (Eb 11,1). Nei fatti della nostra vita ci sono delle cose che si vedono e ce ne sono molte altre che invece restano nascoste. Di solito, è facile distinguere tra ciò che si vede. Vedo l’amico che è fisicamente presente vicino a me. Posso sentire la sua voce, gioire (o rammaricarmi) della sua presente. Questa non è l’unica possibile. Altre persone sono vicine anche se, in questo momento, non lo sono fisicamente. Non le possiamo vedere, se non con gli occhi dell’amore e della fantasia. In questi casi è chiaro ciò che si vede e ciò che non si vede. Il gioco tra ciò che si vede e ciò che non si vede, suggerito dalla definizione di fede della Lettera agli Ebrei, non va inteso come la differenza tra un amico che sta fisicamente vicino a te ed un altro, egualmente simpatico, che non è in questo momento vicino fisicamente. In un avvenimento e in una persona, possiamo vedere ciò che, in qualche modo, può essere toccato con mano. Riconoscimento però che non finisce tutto lì. In una persona amara c’è un mistero, grande e profondo, che tutta l’avvolge. Questa realtà invisibile e misteriosa è tanto decisiva da avvertire la persona stessa in un modo specialissimo. Quello che non si vede diventa la categoria attraverso cui impostiamo il nostro giudizio e il nostro rapporto con quello che si vede. […] La definizione di fede che ho riportato dalla Lettera agli Ebrei parte da questa situazione e aggiunge: la fede è quell’atteggiamento che permette di vedere anche quello che non si vede, fino al punto di valutare ed esprimere quello che si vede dalla parte di quello che non si vede. Un piccolo particolare non dovrebbe sfuggirci. La definizione di fede riportata contiene una ripetizione. Apparentemente le due frasi dicono, con parole diverse, la stessa cosa. C’è però una sottolineatura originale: le cose che non si vedono sono “sperate”… e cioè attese, desiderate, ricercate. La voglia di verità porta a scavare in quello che si vede per arrivare a mettere le mani, con gioia, sul mistero che si portano dentro (TONELLI R., Vivere di Fede in una stagione come è la nostra, Roma, LAS, 2013, 17-19).

Preghiera

«Beato chi non si scandalizzerà di me»: sostieni la nostra fede, Signore Gesù, quando è tentata di scandalizzarsi per la tua ‘debolezza’. Donaci la convinzione e la sapienza che animava il tuo apostolo Giacomo: egli, che ben conosceva le grandiose promesse di Isaia, ha creduto che tu le hai realizzate, anche se nulla sembrava apparentemente cambiato nel mondo, dopo il tuo passaggio. Dona anche a noi la pazienza dell’agricoltore, per seminare speranza. Fa’ che accogliamo con riconoscenza il tuo vangelo di gioia, la buona notizia per i poveri e insegnandoci la pazienza; edifica in noi una fede forte. Donaci la beatitudine di essere tuoi discepoli, la tua stessa gioia, la gioia del Padre nel fare del bene, anche quando ci toccasse di apparire perdenti. Ravviva in noi la memoria dei benefici ricevuti, perché possiamo deciderci ancora oggi per il tuo vangelo e perché, anche quando non riconosciamo le tue vie, continuino come il Battista ad esserti fedeli.

Solennità dell’Immacolata Concezione della B.V. Maria 2022: La tutta bella

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1,26-38)

In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Commento

L’Avvento, questo tempo forte che ci prepara al Natale e ci fa contemplare la venuta di Dio nella storia, ha in Maria uno dei protagonisti privilegiati. Dal punto di vista liturgico, infatti, il vero “mese mariano” è proprio l’Avvento. Contemplando la bellezza della Madre del Signore, nella solennità dell’Immacolata Concezione, veneriamo in modo speciale Colei che il Padre dall’eternità ha eletto per essere la dimora splendente del Figlio e nel cui grembo si sono realizzate le mistiche nozze fra Dio e l’umanità nel mistero del Natale. Dio, nel suo disegno imperscrutabile, ha preservato la Madre del Figlio suo dal peccato originale e da ogni peccato. La luminosa pagina evangelica di questa solennità ci aiuta ad entrare nel mistero di questa umile fanciulla che Dio ha scelto nella periferia di un villaggio della Galilea, concedendole il dono di una grazia tutta particolare. La Vergine è salutata dall’angelo come “colei che è ripiena della grazia” (kecharitoméne). Ella, infatti, è un vero miracolo della grazia, che trasborda dalla sua persona. Dio si serve di lei per irrompere con la sua potenza nella storia. Chi, se si mettesse nei panni di questa fanciulla, non rimarrebbe turbato di fronte ad un mistero così grande? È l’irruzione del Tutto nel frammento, dell’Eterno nel tempo. Maria ne è il sacrario e il tabernacolo. La potenza dell’Altissimo la copre con la sua ombra e si compiono le parole dell’Esodo: “allora la nube coprì la tenda del convegno e la Gloria del Signore riempì la Dimora” (Es 40,34). Il miracolo dell’Immacolata consiste nel fatto che Maria, in virtù dei meriti della Passione e Morte redentrice di Cristo, è resa tutta bella, “tota pulchra” come si canta nell’antifona tradizionale. Ella viene introdotta in quell’innocenza che per noi uomini, eredi della condizione di Adamo, è possibile solo accogliendo la grazia divina nel cammino di conversione e santificazione. Ciò che è avvenuto in Maria in modo preveniente, per noi è possibile solo aderendo all’opera santificatrice dello Spirito, con un percorso di piena maturità nel Figlio. Maria, dunque, per una grazia singolarissima, è già ciò che noi potremo essere soltanto alla fine del cammino di santità. Il privilegio di Maria, però, non deve farci sentire distanti e diversi da Lei, ma piuttosto spronarci a ricercare e perseguire sempre di più la bellezza della santità, imitandone le virtù, l’esempio del discepolato e invocandone la tenera e materna intercessione. Maria è per noi modello di una vita pura, bella e santa, che solo Dio – se aderiamo al suo disegno di amore – può donare a ciascuno di noi.