Caritas Veritatis

L'amore della Verità cerca l'ozio santo (Sant'Agostino)… blog di riflessioni, pensieri e condivisioni cristiane..


V domenica del T.O./A: Il sapore e lo splendore del Vangelo

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,13-16)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Commento

Dopo le Beatitudini, che possiamo considerare la costituzione del Regno, Gesù si rivolge direttamente ai suoi discepoli. Le Beatitudini descrivono il volto del Regno; ora Gesù indica il volto del discepolo dentro la storia. E lo fa attraverso due immagini semplici e concrete: il sale e la luce, due realtà che parlano al gusto e alla vista. Il Vangelo coinvolge la vita reale, ciò che si sente e ciò che si vede. Il sale, nell’antichità, serviva a dare sapore e a conservare. Gesù affida al discepolo una responsabilità decisiva: dare gusto alla vita, preservare ciò che rischia di corrompersi, impedire che tutto scivoli nell’insignificanza. Una vita cristiana senza incidenza, senza peso, senza testimonianza perde la sua forza. Gesù è molto concreto quando dice che il sale può diventare inefficace. Il sale antico, estratto in modo imperfetto, poteva deteriorarsi, mescolarsi ad altre sostanze, perdere la sua capacità. Anche la vita cristiana può smarrire il suo “sapere”, il suo sapore. Può diventare tiepida, priva di slancio, incapace di incidere. L’Apocalisse usa un’immagine durissima per descrivere questa condizione, nella lettera alla Chiesa di Laodicea: «Poiché non sei né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Ap 3,16). Una fede tiepida non trasmette il Vangelo e finisce per renderlo irriconoscibile. Dopo il gusto, Gesù richiama la vista: «Voi siete la luce del mondo». Il discepolo vive illuminato da Cristo e, per questo, è chiamato a risplendere della sua luce. La luce ricevuta diventa testimonianza, presenza che orienta, chiarezza che permette di vedere e di camminare. Gesù ricorda che ogni luce ha un luogo. La lampada viene posta sul candelabro perché illumini la casa. Anche la nostra vita ha un posto preciso nel progetto di Dio. Le circostanze in cui viviamo, le relazioni che ci sono affidate, il tempo e lo spazio che abitiamo hanno un valore decisivo: è lì che la luce del Vangelo è chiamata a diffondersi attraverso di noi. Resta allora una domanda essenziale per ciascuno di noi: siamo consapevoli di questa realtà? Sappiamo che il Vangelo prende forma, cresce e diventa visibile anche attraverso la nostra vita quotidiana? Essere sale e luce è il modo concreto di partecipare alla vita del Regno, affinché, vedendo le opere buone, gli uomini rendano gloria al Padre che è nei cieli.

Bene-dire (a cura di Mons. Francesco Diano)

La vita interiore ci rivela i nostri limiti e le nostre negatività. È ricerca di luce ed esperienza di illuminazione, ma dove la luce splende nel fondo delle tenebre. È necessario toccare questo fondo buio di sé per conoscere la luce. Uno splendido racconto mistico musulmano (di Suhrawardî), in forma di dialogo, dice: O sapiente, dove si trova la fonte della vita? Nelle tenebre. Se vuoi partire alla ricerca di questa fonte, mettiti i sandali e avanza nel cammino dell’abbandono confidente, finché arriverai alla regione delle tenebre. Da che parte si trova il sentiero per questa regione? Da qualunque parte tu vada, se sei un vero pellegrino, tu compirai il viaggio. Che cosa segnala la regione delle tenebre? L’oscurità di cui si prende coscienza. Quando colui che intraprende questo cammino vede se stesso come uno che è nelle tenebre, allora comprende che egli era anche prima e fino allora nella Notte, e che la luce del Giorno non ha ancora raggiunto il suo sguardo. Eccolo, il primo passo dei veri pellegrini. Il cercatore della fonte della vita nelle tenebre passa attraverso ogni sorta di stupori e angosce. Ma se è degno di trovare questa fonte, finalmente dopo le tenebre contemplerà la luce. Allora non dovrà fuggire davanti alla luce, perché questa luce è uno splendore che, dall’alto dei cieli scende sulla fonte della luce (Cf. H. Corbin, «L’Archange empourpré: récit mystique de Sohrawardî», in Hermès 1 (1963), p. 21).


È la luce della notte, delle tenebre, è la vita trovata là dove muore qualcosa, è il cammino della vita interiore, il descensus ad cor che porta a vedere le proprie tenebre, ad accettare le proprie limitatezze e a integrarle in un’esperienza di pacificazione e di unificazione. Chi vede la propria ignoranza e la conosce può entrare nella vera sapienza; chi vede i limiti della propria mortalità e temporalità può entrare nella vita; chi vede i propri limiti affettivi può entrare nell’autenticità dell’amore. Chi non accetta di vedere i propri limiti non potrà neppure iniziare a superarli o meglio, forse, a traversarli. Allora, questa illuminazione che viene dalla conoscenza delle proprie tenebre appare chiaramente come esperienza di resurrezione: se toccare il fondo del proprio cuore è esperienza di morte, la luce che si intravede è ingresso in una nuova vita. Allora si disvela l’uomo interiore (2Cor 4,16; Rm 7,22; Ef 3,16 e 1Pt 3,4 che parla dell’«uomo nascosto del cuore» là dove la Bibbia CEI traduce «l’interno del vostro cuore»), ovverosia una vita interiore che dà forza, unificazione pace, serenità, anche nel declinare delle forze e nell’andare verso la morte. Si sia credenti o no, se questa vita interiore è presente, forse si potrà fare della morte un compimento, non una fine. E si potrà dare vita alla propria vita (L. MANICARDI, La vita interiore oggi. Emergenza di un tema e sue ambiguità, Magnano, Qiqajon, 1999, 25-26).

Preghiera

Signore Gesù,
Tu ci chiami con parole semplici e forti,
e affidi alla nostra povertà una missione grande:
“Siete sale della terra,
luce del mondo”.

E noi, che tante volte ci sentiamo piccoli,
incerti, nascosti,
restiamo stupiti davanti alla fiducia che riponi in noi.

Donaci, Signore,
di non perdere il sapore del Vangelo.
Liberaci da una fede tiepida,
da parole vuote,
da gesti senza amore.
Fa’ che la nostra vita sappia di Te,
che porti il gusto della bontà,
della misericordia, della giustizia.

Rendici sale che si scioglie,
capace di consumarsi in silenzio
per custodire e dare sapore alla vita dei fratelli.

E rendici luce.
Non una luce che cerca sé stessa,
ma una fiamma umile e fedele,
posta sul candelabro del servizio,
perché chi è nel buio trovi speranza,
chi è stanco trovi consolazione,
chi cerca Te possa incontrare il tuo volto.

Quando vorremmo nasconderci per paura,
quando la testimonianza costa,
ricordaci che la luce non è nostra:
viene da Te,
e a Te deve tornare ogni gloria.

Fa’ che le nostre opere buone
non parlino di noi,
ma conducano al Padre,
perché il mondo, vedendo l’amore,
impari a benedirti.

Maria, donna luminosa e discreta, insegnaci a custodire la fiamma della fede e a portarla nel quotidiano.



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