Passione di Nostro Signore Gesù Cristo secondo Giovanni (Gv 18,1-19,42)

Commento
Quando Maria disse all’angelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38), non sapeva ciò che l’attendeva. Ha detto sì a un’avventura: essere Madre, generare la vita, mettersi al servizio di un progetto più grande di lei, nella certezza che Dio non delude mai. Eppure, dopo pochi mesi, le parole di Simeone pesano già come macigni: “Egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione… e anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Lc 2, 34-35). Parole che lasciano intravedere l’ombra della croce. Maria sa di essere dentro un disegno grandioso, misterioso, pieno di amore, ma non sotto il suo controllo. Lo accoglie, lo vive, non lo rifiuta. Il Concilio la chiama “pellegrina nella fede” (cfr. Lumen Gentium, 58) : ha cresciuto il Figlio, lo ha amato, educato, seguito e servito, fino a quel venerdì. Forse, qualche volta, non ha compreso tutto fino in fondo, ma non ha mai smesso di fidarsi di Dio. È sempre struggente contemplare quella stazione della Via Crucis in cui Maria incontra il Figlio, carico della croce, deriso, abbandonato, sofferente. È lì che la spada profetizzata da Simeone affonda davvero. È il dolore lancinante di una madre che vede il proprio figlio schiacciato dalla violenza del male. Dov’è la forza dei miracoli? Dov’è la parola potente che incantava le folle? Ora è deriso, umiliato, solo… eppure continua ad amare. Maria sente il dolore, ma nello sguardo del Figlio intuisce anche l’amore. È il tempo in cui questo amore si rivela nella sua forma più estrema: il dono totale di sé.

E lei, addolorata, in silenzio e obbedienza, lo segue, forse sperando fino alla fine che qualcosa cambi. Come non pensare, in questo Venerdì Santo, a tante madri che vedono soffrire e morire i loro figli? Alle madri di Gaza, di Kiev, di Khartoum, di tante città ferite del nostro mondo. Alle madri che vegliano accanto ai letti di ospedale. A quelle che piangono figli strappati dalla violenza, dagli incidenti, dalla droga, dal non-senso di tante dipendenze. Eppure, di fronte a tutto questo, l’evangelista Giovanni usa un verbo che dice tutto: «stava». Maria stava sotto la croce. Non fugge. Non si lascia travolgere. È lì. Soffre con Lui. Rimane. Il Venerdì Santo, giorno del silenzio di Dio — un Dio che sembra tacere mentre il Figlio muore — è anche il giorno della Madre. A lei viene consegnato il testamento del Crocifisso: «Donna, ecco tuo figlio». In Maria, nella Chiesa, e in tutte le madri che soffrono, si affida un compito: continuare a essere madri, continuare a generare la vita, a difenderla, a custodirla. Perché quando c’è l’amore, non è mai la morte ad avere l’ultima parola. È sempre la vita. E a noi, figli, è donata una certezza: la Madre, che ha conosciuto il dolore più grande, continua a esserci data per sempre, soprattutto nell’ora della prova e della desolazione. Con i suoi occhi — occhi di Madre privata del Figlio — siamo invitati a riconoscere i segni dell’amore, anche quando sembrano nascosti. Ecco il senso del Venerdì Santo: un giorno di silenzio, in cui la sofferenza e la morte sembrano prevalere… ma in cui, in realtà, l’ultima parola è quella dell’Amore.

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