di Rocco De Pietro

Natale e silenzio. Due termini che accostati suonano come un ossimoro, quasi che esprimano due concetti contrari, a differenza di Natale e gioia che ben si affiancano in modo naturale, conciliandosi anche con l’atmosfera che ci circonda fatta di strade e negozi luminosi e bene allestiti, case addobbate, acquisti, regali per grandi e piccini, spese per banchetti succulenti e gli immancabili programmi mondani. Certamente il Natale è gioia e gioiosa la sua attesa! Ce lo ricorda anche l’antifona alla terza domenica d’Avvento, detta “dominica Gaudete”: Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino”. Ed in questa società dei giorni nostri, frenetica, consumistica, relativista, dove impera l’esigenza dell’immediato, e tutto scorre veloce a ritmi sfrenati, si rischia che del Natale resti solo l’atmosfera  festaiola e la gioia esteriore. Ma la gioia cristiana del Natale è un sentimento tutt’altro che esteriore o limitato al celebrare un lieto evento. La gioia che ci porta il Natale è Gesù stesso, frutto dell’amore di Dio che dona all’umanità Gesù, l’Emmanuele, il “Dio con noi” (Mt 1,25). Con Gesù il divino si congiunge all’umano, per la redenzione dell’umanità stessa. E questo dono di Dio, l’atteso Messia, non è arrivato come tutti se lo aspettavano nella gloria, nella Gerusalemme capitale del potere religioso o ad Atene capitale della cultura dell’epoca, né nella Roma imperiale, ma nel silenzio di una cittadina di provincia (cfr. Mt 2,6), nella piccolezza di un bambino, con un primo annuncio della sua nascita ai pastori (Lc 2,8). Proprio quei pastori, che secondo il pensiero biblico erano considerati dei miserabili 70146_sfantul-ilieinclini a saccheggi che non meritavano alcunché, hanno il privilegio di ricevere l’annuncio del Regno di Dio. Il suo sarà un Regno senza esercito, senza moneta, senza burocrazia ed esazioni, ed i sui interlocutori privilegiati non saranno i sommi sacerdoti né i governatori romani, ma pescatori, pubblicani e prostitute, i  “lontani da Dio”, perché Gesù è venuto non per chiamare i giusti ma i peccatori (cfr Mt 9,13). D’altronde già Elia, nella solitudine della montagna, cerca Dio nel vento impetuoso, nel fuoco e nel terremoto, ma Dio sceglie di presentarsi ad Elia nella brezza leggera, nella serenità della sera (cfr. 1 Re 19, 11-13). Il Signore dunque non si presenta  secondo gli schemi delle nostre attese personali, fastose e roboanti, ma nella semplicità, nella dolcezza, nella presenza tenera e paziente (cfr. G. Ravasi, Secondo le scritture, Ed. Piemme). 

Anche la gestazione del Salvatore, poi, è silenziosa: di Maria, la mamma, una giovane promessa sposa che si fida totalmente di Dio (cfr Lc 1, 26-38), i vangeli riportano solo poche parole, la maggior parte delle quali sono spese per esprimere la grandezza di Dio nel Magnificat (Lc 1, 46-55); di Giuseppe, il falegname di Nazareth, padre legale di Gesù, chiamato ad essere il custode del Redentore (cfr. Giovanni Paolo II, Es. Ap. Redemptoris Custos) i testi sacri non riportano alcuna parola. Resta in silenzio mentre medita dentro di se di ripudiare in segreto la promessa sposa Maria che poi,  ancora in silenzio, prende con se, fidandosi totalmente del “non temere” rivoltogli dell’angelo apparsogli in sogno (cfr Mt 1, 18-25). E resterà sempre in silenzio Giuseppe, un silenzio al quale contrappone una serie di azioni fondamentali nella vita di Gesù, dagli spostamenti verso Betlemme (cfr Lc 2,4), alla fuga in Egitto (cfr. Mt 2, 13-23) e poi a Gerusalemme (cfr. Lc 2,22-52) occupandosi del Divin Figlio che nella casa di Nazareth “cresceva in sapienza, età e grazia” (Lc 2,52). Arriva un Messia, dunque, che ribalterà tutte le aspettative umane del tempo. E la cifra resta uguale anche oggi. Quel Natale che festeggiamo porta luce nuova, ora come allora. E se nulla di nuovo porta nella nostra vita questo Natale, anche in termini di cambiamenti lenti o radicali ove necessari, il senso del Natale terminerà – in modo insignificante – con il disfare gli addobbi, le ghirlande e le luci intermittenti. Natale 47f76dfb-8da7-4859-9960-1d9763fc9023è aprire i cuori all’uomo nuovo, Natale è conversione. Conversione non è necessariamente nulla di folgorante, come lo fu per Paolo sulla strada di Damasco (cfr. At 9, 1-9),  o una supervitamina che dà vigore per affrontare qualsiasi situazione, ma è un miglioramento lento e continuo nella nostra vita quotidiana, nelle piccole cose, un lavorare sulle nostre fragilità che incrostano la nostra anima e opacizzano i cristalli del nostro io al punto tale da non vedere pienamente questa Luce nuova che ci porta la venuta di Gesù. Per iniziare a dipanare questa nebbia interiore, questa idea pallida e un po’ fiabesca che abbiamo del Natale, occorre discostarsi anche dalle immagini che piamente conserviamo in noi di questo Bambino che nasce in una stalla, viene avvolto in fasce e riposto nella mangiatoia, forse attribuendo il tutto all’affollamento della locanda o dell’albergo che dir si voglia, che magari immaginiamo gestiti da persone poco garbate nei confronti di una partoriente. Gesù è nato per morire. Tutti nasciamo per morire, ma Lui è nato per morire in riscatto dell’umanità. Maria lo avvolse in fasce (cfr. Lc 2, 1-7), e queste fasce ci rimandano ai lini, o tele, in cui verrà avvolto dopo la crocifissione (cfr Gv 19, 40) e che saranno ritrovate nel sepolcro vuoto (cfr. Gv 20, 1-10). Nella sua nascita troviamo dunque già le tracce e le prospettive precise della  sua missione messianica: il figlio di Dio viene ad assumere la nostra condizione umana per diventare altare, vittima e sacerdote, immolarsi, morire per cancellare il peccato del mondo, i nostri peccati e liberarci dalla morte. E l’averlo riposto nella mangiatoia, destinata a contenere il cibo per il bestiame, prefigura il suo essere pane della vita (Gv 6, 35), pane vivo disceso dal cielo (cfr Gv 6, 48-51) e che il suo corpo verrà offerto in sacrificio per noi e il suo sangue versato per la nuova alleanza, in remissione dei peccati (cfr Mt 26, 26-29; Mc 14, 22-25; 22, 15-20).

Per accedere alla giusta dimensione spirituale del Natale occorre una “password”, una parola d’ordine che è:  si-len-zio. Silenzio quale espressione di atmosfera di attesa, di solitudine nel raccoglimento.  “Il silenzio è il solo mezzo per entrare nel grande mistero di silentiumDio.”  Ed “oggi (…) in occasione delle grandi feste liturgiche dobbiamo vigilare affinché la nostra gioia non sia puramente fittizia” perché quando il rumore trionfa il silenzio fugge… (Robert Sarah, La forza del silenzio, Ed. Cantagalli). E’ Gesù stesso a consigliarci: “Quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo che è nel segreto” (Mt 6, 6). Meditiamo in profondità su quanto abbiamo accennato finora. Mettendoci in disparte, il giusto quanto basta, da luci colorate e festoni per trovare veramente questo Bambino-Dio. Non lo troveremo in nessuna vetrina, in nessuna località turistica rinomata e neanche sulla tavola meglio imbandita, perché chi “desideri cercare Dio e trovarlo, dovrà cercarlo in se stesso, nell’intima profondità della propria anima in cui si trova l’immagine di Dio” (Bouyer-Vandenbroucke-Cognet, Histoire de la spiritualité chrétienne). Sant’Ignazio ci suggerisce che tanto più un’anima si trova sola e appartata tanto più diventa capace di avvicinarsi ed unirsi al suo Creatore e si dispone a ricevere grazie e doni della divina bontà (cfr. Esercizi Spirituali, n.20). Anche Gesù, che in questo periodo di Avvento attendiamo con tanto entusiasmo,  si metteva in disparte in luoghi deserti,  solitari o su una montagna (cfr. Mc, 1-35, Lc, 5, 16 e 6,12), che sono spazi privilegiati di incontro con il Padre nella preghiera,  per trovare consiglio e forza per la sua missione messianica. Facciamoci guidare da lui, facciamo “deserto” intorno a noi. Solo nel silenzio possiamo esaminare tutto ciò che ci circonda e soprattutto noi stessi, in un vero e proprio esame di coscienza, che ci porta ad osservare i nostri pensieri, le nostre azioni, le nostre miserie, i nostri limiti, trasformando il nostro sguardo interiore, sicchè possiamo vedere con occhi nuovi. Scendiamo all’interno di noi stessi, dissodiamo il nostro io, in una discesa verticale verso quel luogo interiore dove Dio abita in noi. Potremo raggiungerlo solo nel silenzio dopo aver fatto i conti con tutto ciò che rende tortuoso e scivoloso questo percorso intimo, interiore, verso Dio: l’avidità di danaro e di successo che spesso diventano le divinità della nostra esistenza; le manie di grandiosità narcisistiche che talvolta servono solo a nascondere un senso di inferiorità; l’odio che portiamo dentro e ci innesta l’istanza della vendetta; la gelosia nella vita familiare come nell’ambito delle relazioni amicali, lavorative e sociali che talvolta porta a comportamenti irrazionali e violenti, così come  la collera o l’ira; l’invidia che intorbidisce i rapporti con l’altro, offuscando ed accecando, fino a sfociare in malevolenza, maldicenza, calunnia. Un buon esercizio per questo Natale sarebbe dunque esaminare – nel silenzio – tutte queste ed altre inquietudini, sussurri interiori negativi, pensieri passionali che dentro di noi ostruiscono la strada verso quel luogo dove alberga Dio. Presentiamoli, in silenzio, ai piedi della mangiatoia, solo così la strada interiore per raggiungere Dio che è in noi risulterà più scorrevole, per essere davvero anche noi illuminati dal “Sole che sorge” (Lc. 1, 78) con il Natale e cantare con Zaccaria la gratitudine per un così grande dono di Dio.

Un pensiero su “Temi dell’Avvento: 2. Il silenzio

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