Caritas Veritatis

L'amore della Verità cerca l'ozio santo (Sant'Agostino)… blog di riflessioni, pensieri e condivisioni cristiane..


XIV domenica del T.O./A: La forza della mitezza

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 11,25-30)

In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

Commento

La pagina del Vangelo di questa domenica è chiamata da alcuni studiosi il “Magnificat di Gesù”, per il suo evidente parallelismo con il cantico della Beata Vergine Maria riportato nel primo capitolo del Vangelo di Luca. Là Maria loda Dio per le grandi opere da Lui compiute; qui è Gesù stesso a rendere grazie al Padre e a rivelare il mistero della sua identità filiale. Si tratta di una delle pagine più profonde del Vangelo di Matteo, nella quale Gesù ci introduce nella sua relazione unica con il Padre e ci fa intravedere il cuore stesso del mistero di Dio. Pochi versetti prima, Gesù aveva rimproverato con forza le città di Corazin, Betsàida e Cafarnao per la loro incredulità e durezza di cuore. Ora, invece, eleva una preghiera di lode al Padre perché ha nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le ha rivelate ai piccoli. “Queste cose” di cui parla Gesù sono il mistero del Regno che si manifesta nella sua stessa persona: Egli è il Figlio inviato dal Padre e soltanto attraverso di Lui possiamo conoscere il volto di Dio. Questa rivelazione non è frutto dell’intelligenza umana o del prestigio culturale, ma è dono accolto da un cuore semplice e disponibile. Non è dunque una questione di appartenenza o di privilegi esteriori. Non è l’essere di Cafarnao o di Sodoma a fare la differenza, ma la disponibilità del cuore. Chi si ritiene autosufficiente, chi presume di sapere già tutto e si lascia gonfiare dall’orgoglio della propria scienza o dei propri titoli, rischia di non comprendere il linguaggio di Dio e di non accogliere la sua Parola. I piccoli, invece, sono coloro che si riconoscono bisognosi, che si affidano con umiltà e si lasciano istruire dal Signore. Questa è anche la logica dell’Incarnazione. Dio sceglie ciò che agli occhi del mondo appare debole e insignificante. Il Figlio eterno si è fatto vero uomo, condividendo fino in fondo la nostra fragile condizione, per aprirci la strada verso il Padre. È Lui la via che conduce al Padre, perché nel suo volto si manifesta il volto stesso di Dio. Come dirà più tardi ai suoi discepoli: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9). Per questo Gesù ci invita: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. Tutti noi, per motivi diversi, conosciamo la fatica della vita. Tutti, come ricorda l’antica preghiera della Salve Regina, siamo “esuli figli di Eva“, segnati dalla fragilità, dal peccato, dalle contraddizioni e dal peso della nostra condizione mortale. In Cristo troviamo il vero ristoro, accogliendo il giogo della sua amicizia, che libera da una religiosità vissuta come un peso e da ogni forma di autosufficienza. “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore”. È questa la scuola del discepolo. Mitezza e umiltà non sono semplicemente virtù morali, ma i tratti stessi del cuore di Cristo. Eppure sono forse le virtù più estranee alla mentalità dominante. Più che la mitezza, il mondo esalta l’aggressività, la competizione, il desiderio di prevalere a ogni costo. Sembra che il valore di una persona dipenda dalla sua capacità di imporsi sugli altri. Ma è davvero questa la strada indicata da Gesù? Egli rifiuta ogni logica di violenza: quando i discepoli vorrebbero invocare il fuoco dal cielo contro i Samaritani che non li hanno accolti, li rimprovera con decisione. Così pure l’umiltà appare spesso dimenticata, anche tra coloro che si professano cristiani. È sempre in agguato la tentazione di sentirsi superiori agli altri, di pensare di aver capito tutto e di cercare il primo posto. La vera crescita nella vita cristiana si misura, invece, dalla capacità di assumere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù (cfr. Fil 2,5). Stando con Lui impariamo la sua mitezza e la sua umiltà; lasciandoci trasformare dalla sua presenza, diventiamo poco alla volta simili a Lui. È questa la sorgente del ristoro che Egli promette: non una vita senza prove, ma la gioia di portare ogni cosa con Lui. Impariamo allora a dedicargli tempo, a sostare alla sua presenza, a lasciarci plasmare dalla sua Parola. Solo così potremo diventare, nel mondo di oggi, segni silenziosi ma eloquenti di una via diversa: la via della mitezza, dell’umiltà e dell’amore che conduce al Padre.

Bene-dire (a cura di Mons. Francesco Diano)

«Occorre che vi sia l’insieme di zelo e di umiltà, del riconoscimento cioè dei propri limiti. Da una parte lo zelo: se veramente incontriamo Cristo sempre di nuovo, non possiamo tenercelo per noi stessi. […] Ma questo zelo, per non diventare vuoto e logorante per noi, deve collegarsi con l’umiltà, con la moderazione, con l’accettazione dei nostri limiti. E poco oltre aggiungeva che il nostro dev’esser anche tempo di interiorità. Infatti, potremo servire gli altri, potremo donare solo se personalmente anche riceviamo, se cioè noi stessi non ci svuotiamo. Da quest’esperienza di interiorità potremo ricevere in dono sempre di nuovo un grande arricchimento. Solo così potremo trasmettere agli uomini «più di quello che è nostro, vale a dire: la presenza del Signore» (Benedetto XVI, Discorso ai sacerdoti e ai diaconi permanenti della Baviera, il 14 settembre 2006).

Preghiera

Signore Gesù, ti ringrazio perché riveli i misteri del tuo amore ai piccoli e a quanti si affidano a te con cuore semplice.

Quando il peso della vita si fa sentire e le mie forze vengono meno, insegnami a venire a te senza paura. Fa’ che il tuo giogo, che è amore, mi renda libero, e il tuo esempio di mitezza e umiltà trasformi il mio cuore.

Donami il coraggio di fidarmi di te ogni giorno, perché, camminando al tuo fianco, possa trovare la vera pace e diventare segno della tua consolazione per chi incontro. Amen.



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