Caritas Veritatis

L'amore della Verità cerca l'ozio santo (Sant'Agostino)… blog di riflessioni, pensieri e condivisioni cristiane..


XV domenica del T.O.: un Seminatore che non si arrende

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,1-9)

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Commento

Dopo il Discorso della Montagna e il grande discorso missionario, il terzo dei cinque grandi discorsi che strutturano il Vangelo di Matteo è il discorso in parabole. Con questa domenica ne iniziamo la lettura. Attraverso il linguaggio semplice e suggestivo delle parabole, tratte dalla vita agricola e dall’esperienza quotidiana, Gesù parla alla Chiesa delle dinamiche del Regno di Dio, cioè di come si realizza la missione e di come il Vangelo opera nella storia. In queste immagini si manifesta lo stile stesso di Dio, il suo modo di agire nell’umanità e nel cuore di ciascuno di noi. Oggi Gesù ci invita a contemplare il seminatore. Egli è il vero Seminatore: un seminatore sorprendente, che non si lascia scoraggiare dagli insuccessi e non fa calcoli. Semina con larghezza, senza risparmio, perfino dove, umanamente parlando, sembrerebbe inutile. Questa è la prima grande lezione della parabola. Il Regno di Dio comincia sempre da un annuncio: Dio ci ama, ci cerca e ci chiama alla comunione con Lui. Come ricorda san Paolo, questa Parola va annunciata “in ogni occasione opportuna e non opportuna”. L’immagine del seminatore che getta il seme ovunque rivela la generosità inesauribile dell’amore di Dio. Egli non pone condizioni, non ha pregiudizi, non esclude nessuno. Continua a seminare, confidando nella forza del seme più che nella qualità del terreno. Una parte del seme cade lungo la strada, luogo di passaggio, di incontri e di scambi. È un terreno continuamente calpestato, incapace di custodire il seme. Così può diventare anche il nostro cuore, quando è troppo disperso, continuamente occupato da rumori, informazioni e distrazioni. La Parola rimane in superficie e viene subito portata via. Il seminatore, però, non si arrende. Prova ancora. Il seme cade sul terreno sassoso, dove c’è poco spazio per mettere radici. Qui il seme germoglia rapidamente, ma altrettanto rapidamente si secca. È l’immagine di una fede fatta soltanto di entusiasmo, incapace di attraversare il tempo della pazienza, del silenzio e della perseveranza. Senza radici profonde, basta il sole della prova perché tutto appassisca. Ancora una volta il seminatore ricomincia. Il seme cade tra i rovi. I rovi non impediscono al seme di nascere, ma gli tolgono lentamente spazio, luce e nutrimento. Sono le tante occupazioni che diventano preoccupazioni, gli affanni, l’attaccamento ai beni, il rumore che invade la vita e soffoca l’ascolto. Anche oggi rischiamo di lasciare alla Parola soltanto gli spazi avanzati della nostra giornata, senza concederle il primato che merita. Infine il seme cade sul terreno buono e porta frutto: chi il cento, chi il sessanta, chi il trenta per uno. Colpisce che Gesù non pretenda un raccolto identico da tutti. Il terreno buono non produce tutti la stessa quantità. Ognuno porta il frutto che può, secondo i doni ricevuti e la propria storia. È una splendida immagine della Chiesa: non l’omologazione, ma la comunione nella diversità; non il confronto che genera competizione, ma la valorizzazione dei doni di ciascuno. La parabola, allora, non ci invita soltanto a chiederci quale terreno siamo, ma anche a contemplare il cuore del Seminatore. Dio non smette mai di seminare. Anche quando il nostro terreno sembra arido, sassoso o invaso dai rovi, Egli continua a fidarsi di noi. La sua speranza è più grande delle nostre fragilità. Chiediamo al Signore la grazia di custodire la sua Parola con un cuore disponibile, perché metta radici profonde nella nostra vita e produca frutti di fede, di speranza e di carità, ciascuno secondo la misura che Dio ha preparato per lui.

Bene-dire (a cura di Mons. Francesco Diano)

Uno di questi grandi maestri anonimi, però, è stato per me un vicino di casa, Pinot […] Aveva un bellissimo orto in un terreno che in seguito dovette cedere per fare spazio alla costruzione della cantina sociale del paese: Pinot ogni mattina scendeva nell’orto a lavorare per poi tornare a casa verso le undici con ortaggi e verdure che servivano per il pranzo e la cena. […] Quell’uomo semplice e buono mi ripeteva sempre: «Ricordati che per fare un orto ci vuole acqua, letame, ma soprattutto una ciuènda! » Sì, per l’orto non basta che ci siano gli elementi che fanno crescere una pianta, ci vuole anche la ciuènda, la recinzione fatta di canne – più tardi sostituite dalla rete metallica – e di pali che protegge l’appezzamento di terra dagli animali che minacciano di devastarlo: cani, conigli, a volte il cinghiale, più raramente anche altre persone attratte dall’idea di poter raccogliere senza aver seminato. Così, alla fine dell’inverno e anche ogni volta che si apriva qualche varco, aiutavo Pinot a riparare la ciuènda e più che i segreti della coltivazione degli ortaggi imparavo una lezione di vita perché l’orto è una grande metafora della vita spirituale: anche la nostra vita interiore abbisogna di essere coltivata e lavorata, richiede semine, irrigazioni, cure continue e necessita di essere protetta, difesa da intromissioni indebite. L’orto, come lo spazio interiore della nostra vita, è luogo di lavoro e di delizia, luogo di semina e di raccolto, luogo di attesa e di soddisfazione. Solo così, nell’attesa paziente e operosa, nella custodia attenta, potrà dare frutti a suo tempo. Mi sono quindi appassionato molto presto all’orto, soprattutto alle piante aromatiche: prezzemolo, basilico, borragine, erba cipollina, menta, timo, maggiorana, rosmarino… Piantavo talmente tante piante di rosmarino, che Pinot si lamentava, perché sottraevano terreno agli ortaggi: «Basta rosmarini, quelli non si mangiano!». Io però ero già allora affascinato e sedotto dai profumi e dagli aromi che emanano da quelle pianticelle: umili erbe che, utilizzate con discernimento e sapienza, sanno rendere gloriose con la loro gratuità le pietanze più sostanziose. Così, a quattordici anni chiesi in dono a mio padre di affittare per me un fazzoletto di terra dove potessi avere il «mio» orto. Venni esaudito e da allora non sono mai riuscito a vivere senza accudirne uno: arrivato a Bose per iniziare una vita monastica, ho subito avviato un orto – che ora altri conducono, ricavandone frutti meravigliosi in ogni stagione -, e anche oggi continuo a tenere un orticello vicino alla mia cella, interamente dedicato alle erbe aromatiche. Non riuscirei a vivere senza quest’orto che non solo da gusto ai cibi, ma mi insaporisce l’anima. […] Sono momenti in cui ripenso sovente con gratitudine a Pinot, che mi insegnò tramite l’orto ad avere un sano rapporto con le «cose»: non mi spiegava solo a piantare, seminare, far crescere, ma mi aiutava anche a capire perché occorre seminare in se stessi, coltivare se stessi, far crescere se stessi e attendere i frutti (E. BIANCHI, Il pane di ieri, Einaudi, Torino, 2008, 94-96).

Preghiera

Signore Gesù,
Tu hai detto che il seme caduto sul terreno buono è colui che ascolta la tua Parola, la comprende e porta frutto.
Rendi anche il mio cuore una terra buona, libera dalle pietre dell’orgoglio, dalle spine delle preoccupazioni e dalla durezza dell’indifferenza. Donami un cuore docile, capace di accogliere la tua voce con fede e di custodirla con perseveranza.
Fa’ che la tua Parola non rimanga soltanto un ascolto fugace, ma diventi vita, scelta quotidiana, carità concreta e speranza che illumina il cammino. Quando la fatica, le delusioni o le distrazioni rischiano di soffocare il seme, sostienimi con la tua grazia e rinnova in me il desiderio di seguirti.
Concedimi di portare frutti abbondanti, non per la mia gloria, ma perché molti possano riconoscere, attraverso la mia vita, la bontà del Padre e la forza del tuo Vangelo.
Maria, Vergine dell’ascolto, insegnami a custodire la Parola nel cuore e a lasciarla maturare con pazienza, perché ogni giorno della mia vita diventi un umile e fecondo “sì” al Signore.
Amen.



Una risposta a “XV domenica del T.O.: un Seminatore che non si arrende”

  1. “Oggi Gesù ci invita a contemplare il seminatore. Egli è il vero Seminatore: un seminatore sorprendente, che non si lascia scoraggiare dagli insuccessi e non fa calcoli. Semina con larghezza, senza risparmio, perfino dove, umanamente parlando, sembrerebbe inutile.”

    Grazie, don Luciano, che ci aiuti a sperimentare la generosità del nostro Signore e a noi essere terreno buono per portare frutti in abbondanza.

    – Samy

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