Caritas Veritatis

L'amore della Verità cerca l'ozio santo (Sant'Agostino)… blog di riflessioni, pensieri e condivisioni cristiane..


XXVI domenica del T.O./A: L’arte di cambiare

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 21, 28-32)

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Commento

La liturgia della Parola di questa domenica ci invita a riflettere sull’arte di cambiare. Non a caso utilizzo l’espressione “arte”, perché, proprio come la poesia, la pittura o la musica, cambiare idea e cambiare direzione nella propria vita non è qualcosa che possa essere ridotto all’utilità, al potere o alla strategia: è un profondo movimento del cuore. Convertirsi, infatti, significa cambiare profondamente mentalità, pensieri, programmi, progetti e, di conseguenza, anche le proprie azioni. San Paolo, nella Lettera ai Filippesi, ci invita ad “avere gli stessi sentimenti di Cristo”. Questo è il senso profondo della conversione in prospettiva cristiana: diventare come Lui. Pensare come Lui pensa, guardare come Lui guarda, parlare come Lui parla e amare come Lui ama. Quando, guardando alla nostra vita, cogliamo tutta la distanza che ancora ci separa da Lui, riconosciamo il nostro profondo bisogno di conversione. Il Vangelo di oggi, infatti, elogia proprio coloro che sono capaci di entrare in questo movimento. Persino pubblicani e prostitute potrebbero precedere capi dei sacerdoti e anziani del popolo, se davvero abbracciano l’arte della conversione: quel fare verità su se stessi, quel passare dal “no” al “sì” a Dio. Per sottolineare questa dimensione, Gesù racconta la parabola dei due figli: uno inizialmente ribelle, che poi però obbedisce alla richiesta del Padre, e l’altro apparentemente compiacente, che invece, alla fine, fa di testa propria. La domanda del Maestro tocca ciascuno di noi: “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?”. È qui la chiave della parabola: il frutto maturo di una vita radicata in Dio è il compimento della sua volontà. Non bastano i buoni desideri, le belle intenzioni o le parole corrette, se poi la vita non diventa una concreta risposta alla volontà di Dio. Non sono i buoni propositi a definire la nostra adesione al Padre, ma la loro traduzione nella vita. Questa è una linea tipica della teologia dell’evangelista Matteo, che ci esorta a essere sempre vigilanti, umili e aperti alla realtà. Lo stesso Gesù dirà: “Non chi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”. Ogni vita ha un percorso differente: a volte più lineare, a volte più complesso; a volte segnato da risposte immediate, altre volte da esitazioni, cadute e ripartenze. Ciò che conta è lasciarsi condurre da Dio verso la meta alla quale Egli ci chiama: la conformazione a Cristo. La Vergine Maria, Giuseppe e gli Apostoli hanno saputo dire il loro sì alla volontà di Dio. Alcuni, però, hanno avuto bisogno di un cammino più lungo. Pietro, per esempio, ha dovuto imparare anche l’arte delle lacrime del pentimento. Matteo ha dovuto passare dalla ricerca del proprio interesse alla sequela del Maestro. Eppure, ciascuno, attraverso il proprio cammino, ha imparato a sintonizzare la propria vita sulla volontà di Dio. Rimane però anche per noi il rischio di sbagliare strada. È il rischio di dire un sì superficiale, esteriore, e poi cercare noi stessi invece della volontà di Dio. È possibile persino abituarsi alle parole della fede, alle pratiche religiose, alle responsabilità ecclesiali, e tuttavia perdere di vista colui al quale tutto questo dovrebbe condurci. Anche Giuda era stato chiamato. Anche lui aveva seguito Gesù, aveva ascoltato la sua parola e aveva ricevuto una missione. Ma a un certo punto ha scelto un’altra via. Di fronte alla consapevolezza del proprio errore, non è riuscito ad aprirsi alla misericordia e ha ceduto al peso della disperazione. La sua vicenda ci ricorda che riconoscere il proprio errore è soltanto l’inizio: occorre anche avere l’umiltà di tornare al Padre, confidando nella sua misericordia. L’arte della conversione, allora, consiste anche in questo: imparare a ricominciare. Non pretendere di essere già arrivati, non difendere ostinatamente la propria posizione, non avere paura di riconoscere di aver sbagliato. La conversione nasce da un cuore capace di fare verità su se stesso e, proprio per questo, capace di lasciarsi trasformare dalla grazia. Chiediamo allora al Signore, in questa domenica, il dono di essere pronti ad accogliere la sua chiamata alla santità; il dono di rimanere fedeli ai santi propositi, soprattutto quando devono diventare scelte e azioni concrete; e, qualora nella nostra vita ci fossero lentezze, cadute o deviazioni, chiediamo la grazia di imparare sempre l’arte della conversione e delle lacrime del pentimento, tenendoci lontani tanto dalla disperazione quanto dalla superba ostinazione. Perché davanti a Dio non è decisivo ciò che abbiamo detto ieri, né ciò che pensiamo di essere oggi. Decisivo è il cuore con cui, ogni giorno, scegliamo di dire nuovamente: “Sì, Padre”, e di trasformare quel sì nella nostra vita.

Bene-dire (a cura di Mons. Francesco Diano)

“Un amore reale secerne la possibilità di una rivolta. Può proporre solo il SI e il NO. Tutto sommato, un buon padre è colui che dà al figlio la possibilità di rispondergli NO. Certo, non è l’amore a produrre il NO (il figlio lo ha scoperto da solo), ma lo rende possibile. Si noterà questa specie di misteriosa simpatia che il Cristo sembra aver avuto nei riguardi dei ribelli. La loro condotta gli sembrava dovuta a un malinteso, un malinteso che non poteva durare e, soprattutto, che in seguito si sarebbe dimostrato benefico. Il figlio-schiavo non ha alcuna possibilità di riconoscere l’amore del Padre; il figlio ribelle, più tardi, ha la possibilità di scoprirlo” (A. Maillot, Le parabole di Gesù oggi, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo, Milano, 1992).

Preghiera

Signore Gesù,
ti ringraziamo perché non cerchi da noi parole di circostanza né un’obbedienza di facciata.
Nel tuo Vangelo ci metti di fronte al Padre come figli liberi: un Dio che non ci forza, non ci incatena con il senso di colpa e ha l’umiltà di lasciarci perfino lo spazio di dirgli di «no». Ci consola sapere che il tuo amore è così grande da correre il rischio del nostro rifiuto.
Liberaci, Ti preghiamo, dalla tentazione di essere come il secondo figlio: pronti ad acconsentire a parole, a proclamarci fedeli con le labbra, per poi rimanere immobili nei nostri comodismi e dimenticarci della Tua vigna.
Donaci piuttosto il coraggio di essere come il primo figlio. Se la fatica, la paura o il nostro limite ci portano d’impeto a dirti di no, concedici la grazia del ravvedimento. Insegnaci a ritornare sui nostri passi, a trasformare i nostri rifiuti in un’obbedienza sincera, fatta di gesti concreti e di vita vissuta.
Aiutaci a ricordare che per Te non è mai troppo tardi per cambiare strada e che le cose ultime contano più delle prime. Fa’ che la nostra risposta non rimanga una promessa sospesa nel vuoto, ma diventi ogni giorno un “sì” impastato di realtà. Amen
.



Lascia un commento