Fides: 5. Discese agli inferi, il terzo giorno risuscitò da morte

Descendit ad inferos, tertia die resurrexit a mortuis

 di Rocco De Pietro

Andrea da Firenze, Discesa di Cristo agli inferi. 1365-1368, Santa Maria Novella, Firenze.jpg
Andrea da Firenze, La discesa agli inferi. (1365-1368), Firenze, Santa Maria Novella

Nell’anamnesi liturgica del canone della Santa Messa, noi acclamiamo Cristo che si è fatto presente sotto le specie del pane e del vino, divenuti il Suo Corpo e il Suo sangue, dicendo: “annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua resurrezione …”. È il mistero centrale della nostra fede cristiana! Gesù, il Figlio di Dio, come vero uomo ha sofferto ed è morto. Come consuetudine del tempo per i cadaveri, anche il Suo corpo è stato avvolto in un lenzuolo e con bende (strisce di tessuto per bloccare il mento, i piedi e le braccia). Un’antica espressione giudaica diceva: “avvolgi il morto nei suoi lini”, a significare: “E’ finita, non c’è più nulla d fare!”. Il sepolcro, dunque, destinazione ultima dell’uomo, rende pienamente il senso della natura umana di Cristo. E nell’Antico Testamento il sepolcro è vagamente considerato come luogo attraverso il quale si finisce giù negli inferi (in ebraico Sheol), ossia il regno dei morti, sito nelle profondità della terra, silenzioso e buio, dove tutti i trapassati (buoni e cattivi) vivono una condizione tetra, senza nessun rapporto con Dio (cfr. Lc 16, 23-26; At 2, 27-31). Non siamo nell’inferno, la geenna, il cui concetto “teologico” si affermerà successivamente come luogo di dannazione eterna, di pianto e stridore di denti (cfr. Mt 13, 42). I giorni in cui Cristo dimorò nella tomba nuova di Giuseppe d’Arimatea, sono giorni di silenzio, di smarrimento per gli apostoli e per i discepoli. Silenzio e smarrimento che tipicizzano il Sabato santo “giorno della morte di Dio”, con “la sensazione che Dio è assente, che la tomba lo ricopre, che egli non è più desto…” (J. Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, Ed. Queriniana). Ancora oggi – nel Sabato Santo – la Chiesa rivive simbolicamente quel silenzio, facendo tacere le campane, e quel senso di disorientamento, tenendo le chiese spoglie e disadorne. “La discesa agli inferi è il pieno compimento dell’annunzio evangelico della salvezza. È la fase ultima della missione messianica di Gesù…” (CCC 634), facendo udire ai morti la voce del figlio di Dio (cfr. Gv 5,25). Con la discesa agli inferi Cristo raggiunge tutta l’umanità, anche quella che lo ha preceduto, giungendo alle origini della creazione. Un cantico attribuito a Efrem il Siro dice: “Colui che disse ad Adamo ‘Dove sei?’ è sceso agli inferi dietro a lui, l’ha trovato, l’ha chiamato e gli ha detto: ‘Vieni, tu che sei a mia immagine e somiglianza!”. È nel silenzio del Sabato santo che Cristo “discende” negli inferi, in quel luogo umbratile, di isolamento, di lontananza di Dio, dove nessuna voce poteva arrivare, portandovi il suo Amore, portando la Vita al centro della morte. Con la sua morte Gesù ha aperto i sepolcri e sono risuscitati molti santi (cfr. Mt 27, 52) e le porte della morte restano aperte da quando in essa abita l’amore e la vita portata da Cristo (Cfr. J. Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, ed. Queriniana). Ormai Cristo risuscitato ha “potere sopra la morte e sopra gli inferi” (Ap 1,18) e “nel nome di Gesù ogni ginocchio” si piega “nei cieli, sulla terra e sotto terra” (Fil 2,10) (CCC n. 635). Dunque, “proprio di là, dal buio della morte del Figlio di Dio è spuntata la luce di una speranza nuova: la luce della Risurrezione” (R. Sarah, La Forza del silenzio – Ed. Cantagalli, 2017).

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Raffaello Sanzio, La Resurrezione. (1501-1502), Museo d’Arte, San Paulo, Brasile. 

E dopo il buio, lo smarrimento e il silenzio, il terzo giorno dalla crocifissione, per i discepoli avviene “la svolta decisiva dopo la catastrofe della croce”, che costituirà il centro della nostra fede: la scoperta del sepolcro vuoto e il primo incontro con il Risorto (cfr. Benedetto XVI Gesù di Nazaret – Ed. LEV 2011). Saranno quelle bende per cadaveri, che secondo l’adagio giudaico avrebbero dovuto indicare che “non c’era più nulla da fare” anche per Gesù, trovate nella tomba vuota e il sudario “piegato in un luogo a parte” (Gv 20, 6-7), a diventare segni della Resurrezione di Cristo, a testimoniare che Gesù era risorto in modo definitivo e glorioso. Una resurrezione diversa dalle altre; e di questa diversità sono ancora quelle bende e quei lini a parlarcene.  Nel Vangelo di Giovanni, Lazzaro risuscitato da Gesù esce con le bende ancora legate e col sudario in volto. Il contrasto è netto: “Lazzaro che deve di nuovo morire (è ancora legato dai lini) e colui che non morrà mai più, Gesù, il Signore (abbandona i lini)”. (X. Leon-Dufour, Resurrezione di Gesù e messaggio pasquale – Ed. Paoline). E ancora sui lini della camera sepolcrale si sofferma in una sua omelia San Giovanni Crisostomo, per screditare l’eventuale ipotesi di una sottrazione fraudolenta del corpo del Signore: “Chiunque avesse rimosso il corpo non l’avrebbe prima spogliato né si sarebbe preso il disturbo di rimuovere e arrotolare il sudario e di lasciarlo in un luogo a parte” (cfr. G. Ravasi, I Vangeli della Passione – Ed. San Paolo). Nella Resurrezione del Signore, caposaldo del cristianesimo, possiamo comprendere in tutto lo spessore elevato della loro apparente semplicità, il senso profondo delle parole, dei segni e dei miracoli che ci narrano i Vangeli. La resurrezione di Gesù, “primogenito tra i morti”, dona senso profondo alla nostra vita terrena poiché è anticipazione della nostra resurrezione. Se Cristo non fosse risorto, sarebbe vana la nostra fede (cfr. 1Cor 15), davvero triste, buia la nostra esistenza su questa terra, breve o lunga che sia, prestigiosa, modesta o marginale, sacrificata, decorosa o agiata, tutto sarebbe veramente tanto, tanto e comunque riduttivo. La Resurrezione di Cristo, invece, è ciò che rende il cristiano una persona gioiosa, felice, che valorizza e ama il tempo presente e sa dare senso di trascendenza anche ai dolori dell’esistenza terrena. Cristiano è colui che trae dall’annuncio della morte e risurrezione di Cristo “una nuova dimensione e modalità” di essere uomo, figurando come “folle” (1 Cor 2,14) agli occhi di chi non crede (cfr. M. M. Cavrini – S. Carotta, Sequela, Ed. EDB 2015).

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