Settimana Santa, spettacolarizzazione del rito e responsabilità ecclesiale
di don Antonio Donadio

L’impressione che si ricava osservando molte manifestazioni della Settimana Santa nel contesto contemporaneo è sempre più ambivalente. Da una parte permane, spesso in forma imponente, la forza estetica, simbolica e persino identitaria di riti che continuano ad attrarre folle, a riempire strade, piazze e chiese, a suscitare interesse mediatico, a mobilitare intere comunità. Dall’altra, cresce il sospetto che tale persistenza esteriore non coincida più, almeno non automaticamente, con una reale incidenza evangelica. La questione non riguarda anzitutto la buona fede dei singoli partecipanti, né intende liquidare con leggerezza la complessità storica e antropologica della pietà popolare. Essa investe piuttosto il significato teologico ed ecclesiale di un fenomeno che sembra sempre più esposto al rischio di una radicale ambiguità: custodire le forme del sacro mentre se ne smarrisce progressivamente il centro generatore.
L’occasione concreta da cui nasce questa riflessione è apparentemente marginale, ma in realtà eloquente. Ascoltare, durante la Settimana Santa, un programma radiofonico dedicato ai borghi d’Italia e sentire presentare i riti pasquali come attrazioni turistiche, come eventi di intrattenimento, come espressioni di “folklore”, non ha suscitato tanto indignazione quanto dolore. Non per una suscettibilità confessionale, né per un riflesso identitario ferito, ma per il carattere rivelativo di quel linguaggio. In esso si manifesta con brutalità ciò che forse troppo spesso si preferisce non vedere: quando il mistero cristiano non viene più percepito come evento di salvezza, esso continua certo a essere osservato, fotografato, raccontato, promosso, ma secondo categorie che gli sono estranee. Il rito non scompare; sopravvive. Ma sopravvive come spettacolo, come documento etnografico, come bene culturale, come esperienza suggestiva. In una parola: come forma senza avvenimento.
Ora, è evidente che la responsabilità di tale riduzione non può essere attribuita semplicemente allo sguardo secolarizzato del mondo contemporaneo. Sarebbe troppo facile, e anche troppo comodo, accusare l’esterno per evitare il giudizio sull’interno. Il problema, infatti, non consiste soltanto nel fatto che il mondo non comprenda più il linguaggio simbolico della fede; consiste anche, e forse prima ancora, nel fatto che la comunità ecclesiale talvolta sembra accontentarsi di tale incomprensione, o perfino utilizzarla a proprio vantaggio, purché le forme continuino a produrre presenza, partecipazione, riconoscimento pubblico. È qui che la riflessione si fa più delicata, ma anche più necessaria. Perché il mancato interrogarsi sullo svuotamento di molti riti e, peggio ancora, il non prendere sul serio la sfida pastorale che da esso deriva, potrebbe essere il sintomo di una paura più profonda: una paura clericale.

Con questa espressione non si intende formulare un’accusa moralistica contro i ministri ordinati, né indulgere in una facile retorica anticlericale. Si intende piuttosto nominare una tentazione strutturale sempre possibile nella vita ecclesiale: quella di confondere la fecondità evangelica con la permanenza di un consenso; la forza del Vangelo con la tenuta di un apparato simbolico; la missione con la visibilità; l’autorità spirituale con la capacità di presidiare spazi, tempi e immaginari collettivi. In tale prospettiva, il mantenimento di certe forme religiose, anche quando esse appaiono interiormente esauste o gravemente ambigue, rischia di essere difeso non tanto per il loro effettivo valore evangelizzatore, quanto per il potere di aggregazione che ancora esercitano. Si ha allora paura 1di porre domande radicali, perché quelle domande potrebbero costringere a riconoscere che non tutto ciò che ancora funziona produce fede, e che non tutto ciò che richiama persone genera realmente un incontro con Cristo.
Qui emerge un nodo teologico decisivo. La Chiesa non esiste per conservare se stessa, né per amministrare il sacro come capitale simbolico. Essa esiste per evangelizzare, cioè per essere nel mondo sacramento della presenza di Cristo, trasparenza efficace del suo avvenimento, luogo in cui l’uomo possa essere raggiunto, giudicato, convertito e ricreato dalla sua Pasqua. Quando questo criterio si attenua, ogni azione ecclesiale diventa esposta a una deriva funzionale. Anche il rito più santo può essere usato per altri fini: consolidare appartenenze, rassicurare sensibilità religiose, nutrire il prestigio di una comunità, difendere una continuità culturale, o semplicemente evitare il trauma della marginalità. Ma una Chiesa che utilizza il rito per non perdere presa sociale, mentre evita di domandarsi se quel rito annunci ancora realmente il Vangelo, smette lentamente di abitare la logica missionaria e si rifugia in una gestione malinconica del consenso residuo.
In tale contesto, l’obiezione spesso avanzata – “dipende da come lo vivi tu” – coglie un aspetto vero, ma rischia di restare largamente insufficiente. Certamente la qualità spirituale della partecipazione personale conta, e non poco. Tuttavia, una teologia seria dell’incarnazione e della sacramentalità impedisce di ridurre tutto alla sfera soggettiva. Il cristianesimo non accade in una interiorità separata dalle forme. I segni, i gesti, i linguaggi, gli spazi, i ritmi, i modi della presenza non sono un semplice involucro neutro. Essi plasmano la percezione del mistero. Per questo, se la figura pubblica dei riti cristiani assume in modo crescente la forma dello spettacolo, della curiosità collettiva, del consumo emozionale o della fruizione estetica, non basta invocare la rettitudine interiore di alcuni. Occorre piuttosto chiedersi se l’impianto complessivo con cui tali riti vengono vissuti e proposti non favorisca esso stesso tale slittamento.
Le immagini che hanno accompagnato molte celebrazioni recenti appaiono, da questo punto di vista, altamente istruttive. Liturgie filmate come concerti; gesti densissimi di significato, come la lavanda dei piedi, trasformati in sequenze da catturare; processioni seguite con lo sguardo tipico del visitatore più che con quello del credente; folle numerose, ma spesso attraversate da una partecipazione intermittente, curiosa, epidermica. Tutto ciò non va letto con disprezzo sociologico, ma neppure con compiaciuta ingenuità. Il fatto che una celebrazione sia affollata non dimostra di per sé che sia evangelicamente feconda. Talvolta potrebbe dimostrare soltanto che possiede ancora una rilevanza culturale o spettacolare. E questa constatazione, lungi dal giustificare un atteggiamento elitario, dovrebbe invece provocare una salutare inquietudine pastorale. Perché una Chiesa che confonde la folla con la fede e la visibilità con la conversione finisce, senza accorgersene, per piegare la propria azione a criteri mondani.
Proprio qui il tempo sinodale, se preso sul serio, impone un supplemento di rigore. Se davvero la Chiesa oggi si interroga su come annunciare il Vangelo in un contesto complesso, plurale, frammentato e segnato da una crescente estraneità al linguaggio cristiano, allora non può esimersi dal sottoporre a giudizio anche quelle forme religiose che, pur mantenendo una loro forza tradizionale, rischiano di risultare opache rispetto al loro contenuto originario. Sarebbe paradossale invocare la sinodalità come metodo di ascolto e discernimento e, nello stesso tempo, dichiarare intoccabili proprio quegli ambiti in cui la distanza tra forma e significato appare più drammatica. La vera domanda, infatti, non è come conservare il maggior numero possibile di segni visibili della religione, ma come rendere questi segni realmente abitabili dal Vangelo. Non si tratta, dunque, di demolire la pietà popolare, ma di sottrarla alla sua possibile degradazione spettacolare. Non si tratta di umiliare le tradizioni, ma di giudicarle evangelicamente affinché non si riducano a reliquie di un cristianesimo sociologico.

In questo quadro, il timore clericale di perdere consenso, potere o visibilità produce un effetto particolarmente insidioso: impedisce di compiere quell’atto di verità senza il quale non esiste alcuna riforma autentica. Perché ciò che dovrebbe essere riconosciuto con limpidezza è che alcune forme religiose non sono automaticamente buone solo perché antiche, partecipate o emotivamente coinvolgenti. La tradizione, in senso cristiano, non coincide con la ripetizione del già dato, ma con la trasmissione viva dell’origine. E quando il legame con l’origine si indebolisce, la conservazione della forma può persino diventare un ostacolo alla verità che essa doveva servire. In questi casi, la paura di perdere qualcosa – pubblico, centralità, riconoscibilità, ruolo sociale – può spingere la Chiesa a non vedere ciò che pure è sotto gli occhi di tutti: che un rito esteriormente intatto può essere interiormente svuotato; che una processione molto amata può non dire più nulla di decisivo alla libertà dell’uomo; che un successo devozionale può convivere con una desertificazione della fede.
La risposta, tuttavia, non può essere né iconoclasta né cinicamente disincantata. Non si esce da questa impasse abolendo le forme, ma restituendo loro peso teologico e verità missionaria. Il problema non è l’esistenza dei riti, ma il loro possibile uso surrogatorio. Laddove essi diventano un modo per evitare il confronto con la crisi della fede, con la fragilità dell’appartenenza cristiana, con il carattere drammatico dell’annuncio oggi, allora cessano di essere strumenti dell’evangelizzazione e diventano dispositivi di autoconservazione ecclesiastica. Laddove, invece, vengono ripensati, purificati, ricondotti al loro nucleo pasquale, essi possono ancora diventare luoghi reali di incontro con Cristo. Ma ciò esige coraggio pastorale, libertà spirituale e soprattutto una Chiesa meno preoccupata di restare visibile che di restare vera.

In fondo, la questione è semplice e tremenda insieme. La Settimana Santa non è data alla Chiesa perché essa possa mostrare al mondo il fascino delle proprie tradizioni, ma perché il mondo possa essere raggiunto dalla forma inaudita dell’amore di Cristo. Se questo primato si offusca, tutto il resto, persino il più suggestivo, diventa equivoco. Una processione non salva. Una ripresa ben fatta non converte. Un rito applaudito non genera il popolo di Dio. Solo Cristo lo fa. E la Chiesa, quando dimentica questo, corre il rischio di trasformarsi da sacramento del Risorto in elegante amministratrice del sacro. Non è una caricatura: è una possibilità reale. Ed è precisamente questa possibilità che oggi domanda di essere pensata con rigore, senza polemica ma senza autoindulgenza, con rispetto ma senza paura. Perché forse la domanda più urgente non è se le nostre celebrazioni siano ancora capaci di attrarre, ma se siano ancora capaci di evangelizzare. E, più radicalmente, se noi abbiamo ancora il coraggio di preferire la verità del Vangelo alla rassicurazione del consenso.
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