Caritas Veritatis

L'amore della Verità cerca l'ozio santo (Sant'Agostino)… blog di riflessioni, pensieri e condivisioni cristiane..


Solennità dell’Ascensione del Signore/A: con i piedi a terra e il cuore in cielo

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 28, 16-20)
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Commento

La solennità dell’Ascensione, celebrata quaranta giorni dopo la Pasqua, rappresenta il compimento della presenza del Figlio di Dio nella storia, iniziata con il mistero dell’Incarnazione celebrato nel Natale. Con l’Ascensione si conclude la presenza fisica di Gesù nel mondo e si compie il suo ritorno definitivo nell’abbraccio del Padre. È una festa che ci invita più alla contemplazione che alla comprensione. Potrebbe persino sembrarci difficile pensare a questa “risalita” di Gesù al cielo. Eppure la liturgia di oggi ci aiuta a cambiare prospettiva: più che soffermarci sul “movimento” di Gesù verso il cielo, siamo chiamati a chiederci che cosa cambia nella nostra vita grazie a questa nuova presenza del Signore. Negli Atti degli Apostoli, gli angeli rimproverano dolcemente i discepoli che continuano a fissare il cielo dopo l’Ascensione di Gesù (Cfr. At 1,1-11). È un invito molto chiaro: la partenza del Signore non è un’assenza, ma un nuovo modo della sua presenza. Per questo il cristiano non può vivere fuggendo dal mondo o dimenticando le realtà concrete della vita. Grazie alla Pasqua, Cristo è presente nella nostra quotidianità: nelle relazioni, nelle gioie, nelle prove, nelle responsabilità di ogni giorno. Egli ci ha promesso che tornerà nella gloria alla fine dei tempi, ma nel frattempo ci ha donato lo Spirito Santo. Non siamo soli: abbiamo tutto ciò che ci serve per vivere pienamente la nostra vocazione cristiana. L’Ascensione ci insegna così a vivere con i piedi ben radicati sulla terra, ma con il cuore e lo sguardo rivolti al cielo. È la meta verso cui siamo incamminati che illumina il nostro modo di abitare la terra. Lo ripetiamo ogni giorno nella preghiera del Padre Nostro: “come in cielo così in terra”. La vita cristiana consiste proprio in questo: imparare a vivere la terra come anticipo del cielo. San Paolo, nella lettera agli Efesini, ci offre poi una delle immagini più profonde della Chiesa: Cristo è il capo e noi siamo le membra del suo corpo (Cfr. Ef 1,23). Questo significa che il Signore non è lontano. Egli vive in noi e noi apparteniamo a Lui. Per questo la nostra speranza non è fondata sulle sole forze umane, ma sulla vita nuova che Cristo risorto ha inaugurato. Dopo la Pasqua e l’Ascensione, siamo fatti per il cielo. Abbiamo già “gettato la nostra ancora” oltre questa vita. Persino i nostri corpi sono chiamati alla gloria della risurrezione, se viviamo nell’amore. Anche il Vangelo ci consegna un messaggio molto concreto. Gesù non dice ai suoi discepoli di fermarsi, ma di andare. La vita cristiana non può essere statica o ripiegata su sé stessa. Il Signore invia la Chiesa nel mondo perché porti il contagio del suo amore nel cuore dell’umanità. Ma non basta andare: Gesù chiede anche di “battezzare”, cioè di immergere il mondo nella sua morte e risurrezione. Il cristianesimo non può ridursi ad una presenza vaga o ad un semplice messaggio morale. Il Signore ci chiede un’identità chiara, vissuta sempre nella carità e nella verità. E infine ci lascia una promessa che attraversa tutta la storia della Chiesa: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Gesù è sempre presente. Noi, suo corpo nella storia, siamo chiamati a rendere visibile questa presenza attraverso la nostra vita. Non possiamo custodire Cristo e tenercelo stretto dentro di noi. Come una lampada posta sul candelabro illumina tutta la casa, così la presenza del Signore, attraverso la vita dei credenti, è chiamata a diffondersi e ad illuminare il mondo.

Bene-dire (a cura di Mons. Francesco Diano)

Con l’immagine e la parola “cielo”, che si connette al simbolo di quanto significa “in alto”, al simbolo cioè dell’altezza, la tradizione cristiana definisce il compimento, il perfezionamento definitivo dell’esistenza umana mediante la pienezza di quell’amore verso il quale si muove la fede.
Per il cristiano, tale compimento non è semplicemente musica del futuro, ma rappresenta ciò che avviene nell’incontro con Cristo e che, nelle sue componenti essenziali, è già fondamentalmente presente in esso. Domandarsi dunque che cosa significhi “cielo” non vuol dire perdersi in fantasticherie, ma voler conoscere meglio quella presenza nascosta che ci consente di vivere la nostra esistenza in modo autentico, e che tuttavia ci lasciamo sempre nuovamente sottrarre e coprire da quanto è in superficie. Il “cielo” è, di conseguenza, innanzi tutto determinato in senso cristologico. Esso non è un luogo senza storia, “dove” si giunge; l’esistenza del “cielo” si fonda sul fatto che Gesù Cristo come Dio è uomo, sul fatto che egli ha dato all’essere dell’uomo un posto nell’essere stesso di Dio (K. Rahner, La risurrezione della carne, p. 459). L’uomo è in cielo quando e nella misura in cui egli è con Cristo e trova quindi il luogo del suo essere uomo nell’essere di Dio. In questo modo, il cielo è prima di tutto una realtà personale, che rimane per sempre improntata dalla sua origine storica, cioè dal mistero pasquale della morte e risurrezione (BENEDETTO XVI, Imparare ad amare. Il cammino di una famiglia cristiana, Milano/Cinisello Balsamo/Città del Vaticano, San Paolo/Editrice Vaticana, 2007, 131).

Preghiera

Signore Gesù Cristo,
anche noi, come gli Undici, veniamo a Te,
chiamati a salire sul monte dell’incontro,
là dove la fede si rinnova
e il cuore ritrova la sua direzione.

Ti adoriamo, Signore,
e riconosciamo che Tu sei il Vivente,
Colui che ha vinto la morte
e ha aperto per noi la via della vita.

Eppure, come allora, anche in noi talvolta abita il dubbio:
quando la strada è incerta,
quando la fatica pesa,
quando il male sembra avere ancora voce.
Ma Tu vieni incontro a noi,
non per rimproverarci,
ma per confermarci nella speranza.

Tu ci dici ancora:
“A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra.”
E allora comprendiamo che la storia non è abbandonata al caso,
che nessuna oscurità è più forte della tua luce,
che nessuna ferita è troppo profonda per la tua misericordia.

Signore, manda anche noi.
Rendici discepoli missionari,
non padroni della fede ma servitori del Vangelo,
capaci di annunciare con la vita
che Tu sei risorto
e che il tuo amore salva.

Donaci parole umili e vere,
mani pronte a benedire e a sollevare,
occhi capaci di riconoscere i piccoli
e un cuore che non si stanchi di amare.

Fa’ che la tua Chiesa, nel mondo,
sia segno di comunione,
scuola di fraternità,
dimora di pace.

Insegnaci a battezzare,
cioè a generare vita nuova,
a condurre ogni uomo e ogni donna
alla gioia di essere figli del Padre,
uniti al Figlio,
vivificati dallo Spirito Santo.

E quando la missione ci sembrerà troppo grande,
quando ci sentiremo poveri e insufficienti,
fa’ risuonare dentro di noi la tua promessa,
che è certezza e consolazione:

“Io sono con voi tutti i giorni,
fino alla fine del mondo.”

Resta con noi, Signore Gesù.
Resta con la tua Chiesa.
Resta con chi cerca, con chi soffre, con chi è solo.
E rendici strumenti docili della tua presenza,
perché il mondo creda, speri e ami.

Amen.



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