Caritas Veritatis

L'amore della Verità cerca l'ozio santo (Sant'Agostino)… blog di riflessioni, pensieri e condivisioni cristiane..


Solennità della Pentecoste/A 2026: il sopravvento abbondante e irresistibile

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-23)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Commento

La Pentecoste è la festa della Chiesa, il giorno della sua nascita, il suo battesimo nello Spirito Santo. Se al Giordano, nel battesimo di Gesù, contempliamo l’inizio del ministero pubblico del Signore, cinquanta giorni dopo la Pasqua contempliamo l’inizio del ministero della Chiesa: il Corpo di Cristo entra nella storia, esce dal cenacolo e si mette in cammino per annunciare il Vangelo a tutte le genti. Per questo gli Atti degli Apostoli ci parlano di vento, fuoco e lingue. Sono i segni di una forza nuova che irrompe nella storia e genera unità: lo Spirito ricrea ciò che era diviso, ricompone le fratture, genera comunione e rende la Chiesa capace di raggiungere ogni uomo e ogni popolo. Il Vangelo, da dove tutto ha inizio, la sera di Pasqua ci presenta gli Undici come degli uomini impauriti. Sono chiusi nel cenacolo, bloccati, incapaci di muoversi. Hanno nel cuore lo smarrimento della Passione, il peso del fallimento, la paura del futuro. Hanno ricevuto la testimonianza del Risorto, ma sono ancora storditi e soprattutto quasi incapaci di muoversi. È una scena profondamente umana. E forse molto vicina anche alla nostra esperienza. Quante volte anche noi viviamo rinchiusi nei nostri cenacoli interiori: chiusi nelle paure, nelle delusioni, nelle ferite, occupati a proteggerci e, proprio per questo, incapaci di uscire davvero verso gli altri. Proprio lì, in modo inatteso, avviene l’irruzione del Risorto. Gesù entra a porte chiuse, si pone in mezzo ai suoi e dona la pace. Poi mostra le sue ferite e soffia lo Spirito. Quelle ferite gloriose sono il segno che l’amore di Dio non viene meno. Dicono che siamo amati non perché perfetti, ma mentre siamo ancora peccatori. Dicono che il suo amore è irrevocabile, più forte del peccato e della morte. Quando facciamo esperienza concreta di questo amore, qualcosa cambia: la paura lascia spazio alla gioia. Lo Spirito Santo è proprio questo: l’amore di Dio riversato nei nostri cuori, la forza della Pasqua che entra nella vita e la trasforma dall’interno. E quando il cuore si infiamma di questo amore non può più restare fermo. La gioia diventa missione. Papa Leone XIV, parlando agli Agostiniani a Roma lo scorso anno, riprendendo un’espressione di Didimo il Cieco, definiva la Pentecoste come il “sopravvento abbondante e irresistibile dello Spirito” (Omelia, 1 settembre 2025). È una bellissima immagine: lo Spirito prende il sopravvento, irrompe e supera le resistenze umane, vince le paure e fa nascere qualcosa di nuovo. Per questo il Risorto dice: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21). La Chiesa nasce per essere missionaria. È la creatura dello Spirito: fatta di uomini fragili e talvolta timorosi, ma trasformati dalla grazia e inviati a continuare l’opera del Risorto nel mondo. Il Vangelo di Pentecoste, poi, consegna alla Chiesa anche il dono del perdono. La comunità nata dallo Spirito non è chiamata soltanto ad annunciare, ma anche a riconciliare, a portare la misericordia di Dio agli uomini. Per questo la Pentecoste ci ricorda qualcosa di essenziale: la Chiesa esiste per la missione e per il perdono. Alla fine resta una domanda per noi: È davvero Pentecoste in me? Sto facendo esperienza dello Spirito, oppure sono ancora chiuso nel mio cenacolo? È Pentecoste ogni volta che lasciamo entrare il Risorto nelle nostre paure e permettiamo al suo Spirito di trasformarle in gioia e missione.

Bene-dire (a cura di Mons. Francesco Diano)

La Chiesa ha bisogno della sua perenne pentecoste. Ha bisogno di fuoco nel cuore, di parole sulle labbra, di profezia nello sguardo. La Chiesa ha bisogno d’essere tempio dello Spirito Santo, di totale purezza, di vita interiore. La Chiesa ha bisogno di risentire salire dal profondo della sua intimità personale, quasi un pianto, una poesia, una preghiera, un inno, la voce orante cioè dello Spirito Santo, che a noi si sostituisce e prega in noi e per noi «con gemiti ineffabili», e che interpreta il discorso che noi da soli non sapremmo rivolgere a Dio. La Chiesa ha bisogno di riacquistare la sete, il gusto, la certezza della sua verità e di ascoltare con inviolabile silenzio e con docile disponibilità la voce, il colloquio parlante nell’assorbimento contemplativo dello Spirito, il quale insegna «ogni verità». E poi ha bisogno la Chiesa di sentir rifluire per tutte le sue umane facoltà, l’onda dell’amore che si chiama carità e che è diffusa nei nostri cuori proprio «dallo Spirito Santo che ci è stato dato». Tutta penetrata di fede, la Chiesa ha bisogno di sperimentare l’urgenza, l’ardore, lo zelo di questa carità; ha bisogno di testimonianza, di apostolato. Avete ascoltato, voi uomini vivi, voi giovani, voi anime consacrate, voi fratelli nel sacerdozio? Di questo ha bisogno la Chiesa. Ha bisogno dello Spirito Santo in noi, in ciascuno di noi, e in noi tutti insieme, in noi Chiesa. Sì, è dello Spirito Santo che, soprattutto oggi, ha bisogno la Chiesa. Dite dunque e sempre tutti a lui: «Vieni!» (PAOLO VI, Discorso del 29 novembre 1972).

Preghiera

Signore Gesù,
che sei entrato nel cenacolo a porte chiuse
e ti sei fatto presente in mezzo ai tuoi discepoli impauriti,
vieni anche nelle nostre chiusure,
nelle stanze del cuore segnate dalla fatica,
dal dubbio e dalla paura.

Tu che hai donato la pace,
rendi il nostro cuore capace di fiducia.
Quando le ferite della vita ci scoraggiano,
mostraci ancora le tue mani e il tuo fianco,
segni di un amore che ha attraversato il dolore
senza venir meno.

Soffia su di noi il tuo Spirito Santo,
perché non restiamo prigionieri della tristezza
o della rassegnazione,
ma diventiamo uomini e donne riconciliati e riconciliatori,
capaci di portare misericordia,
di rialzare chi è caduto,
di seminare pace dove c’è divisione.

Resta in mezzo a noi, Signore risorto,
come luce nelle nostre sere
e presenza viva nel cammino della Chiesa.
Fa’ che la gioia della Pentecoste,
ci renda testimoni coraggiosi del Vangelo,
perché il mondo possa incontrare, attraverso di noi,
la tenerezza del tuo perdono e la forza del tuo amore.
Amen.



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