Fides: 9. La Santa Chiesa Cattolica

sanctam Ecclesiam Catholicam

di don Antonio Donadio

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Anonimo, Santi Pietro e Paolo (part.), Affresco, sec. XIV, chiesa di San Pietro, Maratea (PZ)

Cristo è la luce delle genti: questo santo Concilio, adunato nello Spirito Santo, desidera dunque ardentemente, annunciando il Vangelo ad ogni creatura, illuminare tutti gli uomini con la luce del Cristo che risplende sul volto della Chiesa” (LG 1). “Cristo è la luce delle genti”, sono queste le prime parole della Lumen gentium, la Costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II. Cristo è la Luce, la Chiesa è chiamata ad annunciare Lui, illuminare gli uomini con la luce che riceve dal Cristo, suo Sposo e Signore: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12). Chi è la Chiesa? A questa domanda possiamo rispondere con una immagine simbolica, tanto cara ai Padri e ai teologi cristiani dei primi secoli. Per l’età patristica non esiste una specifica trattazione ecclesiologica, questo perché il mistero della Chiesa, nella loro riflessione, non è mai presentato da solo, ma è sempre escusso in relazione al mistero di Dio e a quello dell’uomo. La riflessione sulla Chiesa, in questi primi secoli è esperienziale, nasce dalla vita concreta delle singole comunità cristiane e molte volte, per essere espressa, ricorre ad immagini simboliche cariche di significato. È il caso dell’ecclesiologia “lunare”, il mysterium lunae, dove la Chiesa viene paragonata alla Luna che brilla solo se si lascia illuminare dal Sole, che nel linguaggio simbolico dei Padri è chiaramente il Cristo. “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19). Illuminare gli uomini con la luce che le viene da Cristo non è dunque per la Chiesa una scelta o una possibilità tra le altre, è il suo compito principale e specifico, la sua priorità. Le parole del Risorto appena citate sono molto chiare: andare, annunciare il Vangelo e battezzare. Non dice altro, non dice andate nel mondo e annunciate quello che vi passa per la testa per essere il più possibile gentili e accettati da tutti, non dice neppure andate nel mondo e fate quello che gli uomini desiderano di volta in volta. Eppure, nonostante l’indiscutibile chiarezza del Cristo, pare che questo comando fatichi a penetrare nelle nostre esistenze. Lo “scontro” tra chi desidera una Chiesa costantemente ancorata alle “glorie” del passato (i cosiddetti “tradizionalisti”) e chi invece si batte per una Chiesa “moderna e sociale” (i cosiddetti “progressisti”), seppur ha segnato da sempre il cammino storico della Chiesa, pare che in questi ultimi tempi si sia riacceso con notevole intensità. È chiaro come dietro questa diatriba sta una distorsione della vera missione della Chiesa nel mondo, che purtroppo, molte volte viene misurata e valutata usando criteri che non le appartengono. Tale errore porta in molti casi a voler separare la vita “pratica” (quella che definiamo “pastorale”) della Chiesa, dal suo aspetto dottrinale – magisteriale; questa scissione, oltre ad essere pericolosa, è profondamente errata, poiché non tiene conto del fatto che nella Chiesa non può esserci divisione tra ciò che si vive e ciò che si insegna, poiché, come tutto ciò che è “pastorale” affonda le sue radici nella dottrina, così tutto ciò che è “dottrinale” deve necessariamente informare l’azione pastorale. Tale atteggiamento, nasce dalla tentazione tipicamente post moderna definita come paura del presenziare. Questa difficolta porta l’uomo a voler sfuggire il presente o rifugiandosi in uno sterile e malinconico ricordo del passato, oppure anticipando un futuro che, per fortuna, è ancora nelle mani di Dio. Come sfuggire a questa tentazione? Come abitare l’oggi della Chiesa con serietà e consapevolezza? “Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo. E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito” (1Cor 12,12). Tornare a pensare e vivere la Chiesa come corpo. Non è un caso se nel primo millennio cristiano, prima ancora dell’Eucaristia, era la Chiesa ad essere intesa come il vero corpo di Cristo. Sapersi corpo di Cristo significa per ciascuno di noi, avere la consapevolezza che la mia vita non è estranea alla vita degli altri, io sono per gli altri e gli altri sono per me. Il mio peccato, così come il mio progresso nella santità condiziona realmente la vita della Chiesa nel suo cammino verso il Regno del Padre.

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Emblematico è, a tal proposito, l’immagine del mosaico che ho scelto per accompagnare questo breve articolo; l’agnello ritto sulle ginocchia del Padre è raffigurato con una evidente sproporzione tra il corpo (molto esile) e la testa (molto più grande), non è un errore dell’artista, bensì una interessante intuizione spirituale sul cammino che ciascuno di noi, membro vivo del corpo di Cristo, è chiamato a percorrere: collaborare alla crescita del corpo per realizzare la perfetta armonia con il Capo, nella misura dell’unità perfetta che compete alla piena maturità di Cristo (Cf. Ef 4,13). “Io, Gesù, ho mandato il mio angelo, per testimoniare a voi queste cose riguardo alle Chiese. Io sono la radice della stirpe di Davide, la stella radiosa del mattino. Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni!”. E chi ascolta ripeta: “Vieni!”. Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita. […] Colui che attesta queste cose dice: “Sì, verrò presto!”. Amen. Vieni, Signore Gesù” (Ap 22, 16-17.20).

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