Fides: 10. La Comunione dei Santi

Sanctorum communionem

di don Antonio Donadio

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Hubert van Eyck, Altare dell’Agnello Mistico, Gand, 1432, Cattedrale di San Bavone, Gand (Belgio)

«Dopo aver confessato “la santa Chiesa cattolica”, il Simbolo degli Apostoli aggiunge “la comunione dei santi”. Questo articolo è, per certi aspetti, una esplicitazione del precedente: “Che cosa è la Chiesa se non l’assemblea di tutti i santi?”. La comunione dei santi è precisamente la Chiesa. […] Il termine “comunione dei santi” ha pertanto due significati, strettamente legati: “comunione alle cose sante” e “comunione e tra le persone sante”» (CCC 946.948). Nella precedente riflessione, abbiamo avuto la possibilità di interrogarci sull’essenza della Chiesa lasciandoci guidare dalla domanda “chi è la Chiesa?”. Oggi, senza perdere di vista quanto detto la scorsa volta, è indispensabile fare un piccolo passo in avanti per chiederci cosa vuole intendere il Simbolo degli Apostoli con l’espressione “comunione dei Santi”. È interessante notare come il Catechismo della Chiesa Cattolica parlando di “comunione dei Santi”, sottolinea come questa asserzione non è altro se non una esplicitazione “pratica” dell’articolo precedente. Non è una aggiunta, bensì una naturale conseguenza di ciò che abbiamo già professato precedentemente. Potremmo dire di trovarci di fronte ad una realtà “pericoretica”, dove l’una richiama necessariamente l’altra che a sua volta trova piena realizzazione solo nella prima: io credo la Chiesa nella comunione dei Santi, ma solo nella comunione dei Santi sperimento la verità e la pienezza della Chiesa. Accogliere questa prospettiva, significa fissare un punto di partenza esistenziale, un inizio “biologico” che inaugura tale processo da intendere come  “dono” e “compito”: dono poiché trova la sua radice in Dio che ha fondato e associato a sé la sua Chiesa, compito in quanto esiste un’intima relazione fra santità di vita, crescita del Regno e crescita della santità della Chiesa, e anche se i frutti dell’azione santificatrice non sempre sono visibili, realizzano una sicura crescita della carità in chi li compie, solo alla fine, quando Dio trasformerà tutto, gli effetti di questa trasfigurazione saranno pienamente riconoscibili. È nel Battesimo che ha inizio questo sviluppo personale ed ecclesiale, questo sacramento non è una semplice cerimonia di ingresso in un gruppo sociale informe, bensì il reale innesto della mia vita in quella del Cristo, solo in virtù di questa concreta partecipazione alla Sua vita divina possiamo sperimentare la comunione tra di noi, membra vive del Suo corpo: “Tutti voi infatti siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù, poiché quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Gal 3,26-27). Innestati come tralci nell’unica vite, non c’è più alcuna separazione tra noi, in quanto la medesima linfa che sgorga dal Cristo è la stessa che “mi nutre” e “ci nutre” (Cf. Gv 15,5). Eccoci allora ad un ulteriore sviluppo della medesima riflessione, la comunione tra le persone sante è anche una comunione “alle cose sante”. Solo in una esistenza sacramentale il cristiano tocca con mano l’essenza intima della comunione, ed è solo qui che la vera comunione si realizza. La figliolanza divina ricevuta in dono nel Battesimo, trasformandoci ontologicamente, celebra l’inizio di una nuova esistenza: quella eucaristica. Tutto ciò ci porta ad affermare, con stupore e gratitudine, come il celebrare l’Eucaristia se da un lato presuppone la comunione tra noi, dall’altro la nutre e la genera: noi siamo il corpo di Cristo che celebra l’Eucaristia, ma solo celebrando l’Eucaristia diventiamo corpo di Cristo. È nella celebrazione dei divini misteri che il “kairos” prende forma, è solo in questo “tempo senza tempo” che la storia e l’eternità si fondono misteriosamente, è solo qui che la Chiesa “in via” e quella “in Patria” sono perfettamente unite nell’unico inno di adorazione che sale al Padre, dal Suo Cristo, vivente in eterno (Cf. Preghiera eucaristica della riconciliazione I). “Dopo ciò, apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e portavano palme nelle mani. […] Uno dei vegliardi allora si rivolse a me e disse: “Quelli che sono vestiti di bianco, chi sono e donde vengono?”. Gli risposi: “Signore mio, tu lo sai”. E lui: “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo santuario; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro” (Ap 7,9.13-15).

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