Esistono vite che non vale la pena vivere?

La malattia, la sofferenza e la morte sono esperienze che pongono sempre grandi interrogativi all’uomo di ogni epoca, luogo, cultura e appartenenza religiosa, in quanto toccano la parte più sensibile della sua identità. In questi giorni, il dibattito sul fine vita è tornato forte in Italia, specialmente dopo la pronuncia della Corte costituzionale sull’attenuazione della punibilità, in precise circostanze, per chi aiuta un paziente grave nel cosiddetto “suicidio assistito”. Sicuramente, chi arriva alla decisione di voler mettere fine alla propria vita, sperimenta una sofferenza, un dolore, un’angoscia e un’oscurità interiore che meritano sempre rispetto e accompagnamento perché l’ora della sofferenza, per l’uomo, rappresenta sempre un grande mistero. Dall’altra parte, però, come uomini liberi e coscienti, siamo chiamati a leggere le questioni che più da vicino potrebbero toccare la nostra vita, quella dei nostri cari, dei nostri parenti e amici, con altrettanta chiarezza e lucidità, portando avanti una riflessione profonda sul senso della vita e dell’esistenza umana.

Un certo efficientismo e utilitarismo, che sono parte della cultura dominante nella nostra società attuale, possono minare le basi stesse del nostro vivere umano e sociale, con delle conseguenze devastanti per tutti. A volte noi stessi, immersi in questo contesto, ne assorbiamo l’influenza senza nemmeno renderci conto di ciò che accade. Gli standard che la nostra società occidentale e opulenta oggi ci propone, sono quelli del benessere a tutti i costi, della comodità, del divertimento, dell’essere sempre al “top”, del poter apparire interessanti e appetibili alla vetrina mediatica, dimenticando però che anche la debolezza, la fragilità, l’imperfezione, la sconfitta e l’insuccesso, sono parte essenziale della vita umana, nelle sue fasi di crescita, come di naturale declino. Se si applicano i criteri dell’efficientismo e dell’utilitarismo anche alle fasi più deboli della vita umana, a partire anzitutto da noi stessi, si rischia davvero di perdere il senso della nostra vita umana.

La cultura contemporanea, come ha acutamente sottolineato l’allora teologo Joseph Ratzinger, nella sua Introduzione al Cristianesimo (1968), è il frutto di una evoluzione in tre passaggi: dal verum est ens (è vero ciò che esiste), tipico della filosofia antico-medievale, in cui il concetto di verità era dato dalla realtà esistente delle cose, si è passati nella modernità al concetto del verum quia factum (è vero il fatto storico), dando il primato non più all’essere esistente in sé e portatore di un valore assoluto, quanto al fatto, inteso come evento storico, che lascia traccia verificabile nella vita dell’umanità, fino al terzo passaggio, il più pericoloso, del verum quia faciendum (è vero ciò che si può fare), in cui la verità coincide soltanto con il possibile, ossia con ciò che l’uomo può effettivamente realizzare, nella trasformazione del mondo. È evidente, allora, il percorso di scivolamento e chiusura a cerchi concentrici della nostra cultura: da uno sguardo più o meno totalizzante della realtà, ad uno circoscritto ai soli fatti, fino addirittura alla riduzione dell’efficientismo e dell’ansia del risultato dell’ideologia del progresso senza una meta. Leggendo la vita umana con queste categorie, le conseguenze sono chiare. Si passa da una visione unitaria della persona umana, intesa come spirito incarnato, sempre fine e mai mezzo, non solo predicata dalla fede cristiana, ma radicata in una visione razionale e oggettiva della sua realtà (e le citazioni di filosofi che ce lo hanno ricordato potrebbero essere molteplici, tra tutti bastino Kant, Mounier, Maritain, Del Noce, etc), ad una visione che riduce l’essere umano alle “verità” della sua storia, a ciò che ha realizzato ed è verificabile nei fatti documentati e documentabili: l’uomo è ciò che ha fatto (grande scrittore, grande architetto, grande sportivo, grande … qualsiasi cosa, basta che lasci il segno), fino all’estrema conseguenza: ossia che l’uomo è ciò che può fare, ciò che è capace di realizzare. Conseguenza pericolosissima! L’uomo vale per quanto può realizzare, non per quanto è in sé stesso. Con queste premesse, la conclusione è evidente: non tutte le vite hanno valore. In questa linea si colloca il pensiero del famoso filosofo australiano Peter Singer, che nella suo saggio Ripensare la vita del 1994, ha opposto la cosiddetta “etica della sacralità della vita” a quella della “qualità della vita”, arrivando persino ad asserire che “non tutti gli esseri umani sono persone, e non tutte le persone sono umane”. Il concetto di persona, a suo dire, sarebbe non legato all’essere umano in sé, ma soltanto al suo essere dotato di ragione, di autocoscienza e di senso della temporaneità, quindi capace di manifestare esplicitamente ed esperienzialmente il desiderio di continuare ad esistere nel futuro. Se ci sono esistenze umane, dunque, che non posso realizzare risultati concreti e tangibili, in ordine alla “qualità della vita”, alle proprie aspettative, ai possibili risultati, ossia quello che serve e si vede, esse sono inutili e non vale la pena che vengano vissute. Ciascuno può arrogarsi il diritto di porre fine a queste “pseudo-vite”, perché non hanno senso! Che senso hanno, dunque, le vite di tanti bambini mai nati, di tanti disabili che non possono parlare, vedere, muoversi, rinchiusi nelle strutture di accoglienza, di tanti anziani che hanno perso la memoria e il senno, di tanti malati terminali, di persone in stato vegetativo permanente non più autosufficienti, in altre parole “improduttivi”, secondo questo tipo di impostazione culturale? Non so a voi, ma a me un mondo che ragiona in questi termini, fa paura!

È vero, ci sono vite segnate dalla sofferenza, dal dolore, dalle difficoltà! Ci sono malattie ancora inguaribili e sconosciute nella loro genesi e nel loro sviluppo, in base alle attuali conoscenze della medicina e della scienza, ma ogni uomo può essere curato, assistito, sempre! Una delle più belle testimonianze recenti di un modo diverso e più umano di affrontare la sofferenza ce l’ha donata Cecily Saunders (1918-2015), medico inglese, a cui si deve l’intuizione della creazione degli hospices, cliniche dove i pazienti terminali e a volte anche cronici, vengono curati con la cosiddetta medicina palliativa, ossia somministrando loro ad intervalli regolari dei farmaci che attenuano le sofferenze e il dolore e offrendo loro anche un accompagnamento emotivo, psicologico e spirituale. L’intuizione della Saunders è profondamente legata all’esperienza diretta di incontro con la sofferenza di tante persone terminali, oltre che da una profonda visione cristiana, scaturita in lei dopo la conversione dall’ateismo alla fede anglicana. L’esperienza della cura, in Cecily Saunders, si pone come via intermedia fra i due possibili eccessi: da una parte il cosiddetto “accanimento terapeutico”, ossia la somministrazione di cure e terapie sproporzionate e inutili, rispetto alle reali esigenze del paziente e dall’altra parte l’“abbandono terapeutico”, di chi decide, o peggio, subisce la decisione di altri di non proseguire con le cure.

Quale sfida, allora, per noi nell’affrontare queste situazioni? Molto probabilmente aiutare il malato a trovare un senso alla propria sofferenza, alleviandone la solitudine e il dolore, rimane la strada da percorrere sempre. Molto spesso l’abbandono e la solitudine, oltre che la mancanza di un serio accompagnamento, possono condurre nel vicolo cieco della disperazione. La Chiesa Cattolica, ponendosi in totale continuità con una visione ragionevole e oggettiva della persona umana, nel suo insegnamento di sempre, riconosce ad essa, in qualunque situazione si trovi, la sua altissima e santissima dignità. Accogliendo il tesoro della Rivelazione di Dio, ribadisce con forza che la vita è sacra. Ogni vita è sacra e inviolabile, perché dono di Dio Creatore, sin dal primo istante del concepimento e fino al momento dell’ultimo respiro. Non ci sono vite senza senso, e ancora di più, non ci sono sofferenze senza senso. Gli antichi tragediografi greci davano alla sofferenza un valore pedagogico, sostenendo che essa è fonte di conoscenza per l’uomo. Eschilo, nell’Agamennone, sostiene che la “saggezza (giunge) attraverso la sofferenza” (páthei máthos). La Scrittura, già nell’Antico Testamento affronta il tema della sofferenza nel libro sapienziale di Giobbe, dove essa viene rappresentata come situazione nella quale l’uomo, nella fragilità e nella prova, impara a conoscere il vero volto di Dio: “Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto” (Gb 42,5). La pienezza di senso della sofferenza, tuttavia, si trova nel mistero pasquale di Gesù: il Dio Incarnato, fattosi uomo, che porta su di sé tutto l’uomo, anche nella condizione di sofferenza e di morte, offrendo la sua vita sulla Croce e aprendo la via nuova della Risurrezione. Il Giusto sofferente per eccellenza, diviene la chiave per aprire all’uomo una porta nuova nell’oscurità del dolore: ogni uomo non è solo in quell’ora, ma se con la forza della fede, si unisce al mistero di Gesù, realizzato nella Pasqua una volta per sempre, potrà riconoscere in quell’ora buia lo splendore dell’Amore che si dona per una vita senza fine, quella eterna. È questa la ragione per cui, dai primissimi secoli della sua storia, la Chiesa accompagna i sofferenti e i moribondi con la presenza dei ministri e la grazia dei sacramenti, come l’unzione degli infermi e l’Eucaristia in forma di viatico.

Una sofferenza vissuta così, con questi “nuovi orizzonti”, può ancora dirsi priva di senso? San Giovanni Paolo II, un uomo di Dio, che ha vissuto esistenzialmente nella propria vita la testimonianza della sofferenza, scriveva: “In conseguenza dell’opera salvifica di Cristo l’uomo esiste sulla terra con la speranza della vita e della santità eterne. E anche se la vittoria sul peccato e sulla morte, riportata da Cristo con la sua croce e risurrezione, non abolisce le sofferenze temporali dalla vita umana, né libera dalla sofferenza l’intera dimensione storica dell’esistenza umana, tuttavia su tutta questa dimensione e su ogni sofferenza essa getta una luce nuova, che è la luce della salvezza” (Salvifici Doloris, 15).

La via della testimonianza, come Vangelo incarnato nella vita, può aiutarci molto a capire questo modo alternativo di affrontare la sofferenza e la morte. Pensiamo alle figure della serva di Dio Simona Tronci (1960-1984), della Beata Chiara Luce Badano (1971-1990) e di Chiara Corbella Petrillo (1984-2012), solo per citare tre testimoni recenti di una sofferenza vissuta con la luce della fede e nell’amore eroico. Come cristiani, dunque, non possiamo non tacere la verità, proponendo un modo alternativo di leggere e vivere la sofferenza, rispetto alle attuali tendenze culturali, non solo sulla base della Rivelazione di Dio, che con chiarezza ci ricorda il V comandamento del “non uccidere”, ma anche rifacendoci ad una visione umana integrale, ragionevole e oggettiva, dove l’uomo sia considerato sempre come un “fine” e mai un mezzo.

Facciamo nostre, le parole forti e sempre attuali di San Giovanni Paolo II, per ribadire queste verità: “Condividere l’intenzione suicida di un altro e aiutarlo a realizzarla mediante il cosiddetto «suicidio assistito» significa farsi collaboratori, e qualche volta attori in prima persona, di un’ingiustizia, che non può mai essere giustificata, neppure quando fosse richiesta. « Non è mai lecito — scrive con sorprendente attualità sant’Agostino — uccidere un altro: anche se lui lo volesse, anzi se lo chiedesse perché, sospeso tra la vita e la morte, supplica di essere aiutato a liberare l’anima che lotta contro i legami del corpo e desidera distaccarsene; non è lecito neppure quando il malato non fosse più in grado di vivere ». Anche se non motivata dal rifiuto egoistico di farsi carico dell’esistenza di chi soffre, l’eutanasia deve dirsi una falsa pietà, anzi una preoccupante « perversione » di essa: la vera « compassione », infatti, rende solidale col dolore altrui, non sopprime colui del quale non si può sopportare la sofferenza. E tanto più perverso appare il gesto dell’eutanasia se viene compiuto da coloro che — come i parenti — dovrebbero assistere con pazienza e con amore il loro congiunto o da quanti — come i medici —, per la loro specifica professione, dovrebbero curare il malato anche nelle condizioni terminali più penose” (Evangelium Vitae, 66).

Non ci sono, dunque, vite indegne di essere vissute. Lo stesso papa Francesco, solo pochi giorni fa lo ha ricordato con chiarezza ai medici, coloro che per professione sono messi più a stretto contatto con il mondo della sofferenza: “si può e si deve respingere la tentazione – indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia. Si tratta di strade sbrigative di fronte a scelte che non sono, come potrebbero sembrare, espressione di libertà della persona, quando includono lo scarto del malato come possibilità, o falsa compassione di fronte alla richiesta di essere aiutati ad anticipare la morte” (Discorso alla federazione nazionale degli Ordini dei Medici chirurghi e degli Odontoiatri, 20 settembre 2019).

Per l’uomo e per il cristiano ancora di più, il momento della sofferenza e del dolore, richiede una virtù speciale, quella della vera compassione, intesa come condivisione del dolore altrui, nella consapevolezza che siamo tutti membri della famiglia umana e della Chiesa, dove – come ci ricorda san Paolo – “se un membro soffre, tutte le altre membra soffrono con lui” (1Cor 12,26) e dove è sempre possibile rallegrarsi, perché si sa che le sofferenze non sono mai vane, se vissute con amore e per amore (Gal 3,4; Fil 1,29).

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