Exile
Our Lady of Exile, Mount Saint Benedict, Trinidad e Tobago

Dal vangelo secondo Matteo (Mt 2,13-15.19-23)
I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

Breve commento

Guttuso
R. Guttuso, La fuga in Egitto, 1983, Sacro Monte di Varese

Ciò che non è assunto, non è neanche redento“. Questa espressione attribuita a San Gregorio Nazianzeno ci introduce nel commento al brano evangelico di questa domenica fra l’ottava di Natale, dedicata alla contemplazione dell’icona della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. La vita familiare di Gesù, vero Dio e vero uomo, è direttamente connessa al mistero dell’Incarnazione. Facendosi uomo, il Verbo di Dio, porta luce nuova anche alla dimensione familiare. Questo ci aiuta a capire che – anche per quanto riguarda questi aspetti della vita umana – è Cristo il nostro modello e riferimento! L’esperienza di Giuseppe, Maria e Gesù, ci insegna che custodire l’amore, realtà affascinante e forte, ma fragile e insediata da nemici interni ed esterni, comporta fatica e sacrificio. Per ben quattro volte, nel brano che ci viene donato questa domenica, come in un ritornello, torna il verbo “alzarsi”, due volte come imperativo dell’angelo a Giuseppe e due volte come compimento di questa azione da parte del padre davidico di Gesù. Questo ci suggerisce immediatamente che la custodia dell’amore nella vita umana e familiare non può essere qualcosa di statico e scontato, ma richiede un movimento continuo, un alzarsi e mettersi in movimento sempre di nuovo. Fare famiglia e vivere la famiglia, significa proprio, sull’esempio della Gesù, Maria e Giuseppe, abbandonare le proprie comodità e certezze e mettersi in cammino, accogliendo le sfide di ogni giorno. Essere in questa dinamica vuol dire anche compiere il proprio esodo personale: dall’io al tu e dall’io al noi. Molto spesso ciò che non funziona nella vita delle nostre famiglie è causato proprio dall’assenza di tale movimento: se ci si chiude in sè stessi, in forme egoistiche e  superficiali, non si intercettano i bisogni dell’altro e si finisce per accorgersi che le cose non vanno quando è già troppo tardi. Uscire da sè stessi, alzarsi, comporta impegno e sacrificio, ma permette di far scaturire tutta la forza di quell’amore che si intende custodire e che richiede ogni giorno di essere reinventato. Accanto a questo movimento, poi, si inserisce un’altra azione, anch’essa ripresentata per ben quattro volte nel brano evangelico, ossia quella del “prendere con sè”. Giuseppe viene invitato dall’angelo a mettersi in movimento, uscire da sè stesso e prendere con sè Maria e il bambino. Senza questa relazione, che è dialogo, compagnia, attenzione, custodia, accompagnamento, non può esistere vita di famiglia. Ogni difficoltà, ogni persecuzione, ogni crisi, può essere affrontata quando si può contare su una spalla cui poggiarsi e sulla quale versare le proprie lacrime. La famiglia di Nazaret ci chiama a questo “essere con”. Oggi, in cui viviamo l’illusione di essere sempre in compagnia di qualcuno, vivendo di connessioni e di interscambi social, spesso – anche nelle dinamiche familiari – può capitarci di dimenticare che la verità sta nell’essere con gli altri, nell’essere in relazione vera e profonda. Coltivare la qualità delle nostre relazioni, passando da una presenza superficiale e liquida al prendersi realmente cura dell’altro nel corpo e nello spirito, renderebbe più belle e solide le nostre relazioni familiari.

 


Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

familia.jpgAl centro di questa icona. Gesù è al tempo stesso punto focale e motivo di unione tra Maria e Giuseppe. Egli, seduto su un trono regale, è rivestito dell’abito che rivela la sua onnipotente e mite regalità; con un gesto ampio e carico di dolcezza, benedice i genitori e noi che contempliamo l’icona. Sul capo del Figlio scende un raggio con la simbologia delle altre due Persone della divina Trinità: del Padre, a cui allude la mano creatrice, e dello Spirito Santo, nel simbolo della bianca colomba. Con il gesto indicativo delle mani, Maria e Giuseppe mostrano e porgono alla nostra fede la pienezza del Mistero della Santissima Trinità che dimora nella loro vita. Tale Mistero, che riempie e dona armonia alla vita, è qui unito da un raggio di luce che raffigura il legame d’amore che ogni famiglia tenta di esprimere nell’umile quotidianità della vita e che la santa Famiglia di Nazaret ha vissuto in maniera compiuta.

… E tu,
Madre,
cui era stata predetta una spada nell’anima,
ogni giorno trepidante
segui la vita di un figlio che non è tuo…
Non sono nostri i figli,
Maria!
Sono i figli e le figlie della vita.
Hanno un percorso da compiere,
una gioia da realizzare,
un amore da costruire.
Come frecce scoccate lontano
i nostri figli se ne vanno…
Custodiscili tu,
o Madre,
e prega
per tutti i figli e le figlie dell’umanità
lacerata da discordie
e violenze.
Consola il nostro cuore,
come il tuo attraversato da una spada,
e sia data a tutti
benedizione e pace.

 

3 pensieri su “Domenica della Santa Famiglia/A: Custodire l’amore

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