bibbiaIl rispetto dei cattolici per la Bibbia è enorme e si manifesta soprattutto nel tenersene a rispettosa distanza” (P. Claudel). Questo aforisma provocatorio del pensatore francese Paul Claudel introduce questi brevi pensieri sul significato e il valore della Scrittura, in preparazione alla I Domenica della Parola di Dio, istituita da Papa Francesco con la pubblicazione della Lettera Apostolica motu proprio “Aperuit illis” del 30 settembre scorso. L’intuizione del Pontefice, che ha stabilito questa particolare ricorrenza nella III domenica del Tempo Ordinario, è quella di aiutare noi cattolici a riscoprire il senso e la centralità della Bibbia nella vita della Chiesa e anche nella nostra personale vita di fede. Qualche statistica sostiene che il 95% dei cattolici non conosce la Bibbia e non vi si accosta mai. Papa Francesco scrive a tal proposito: “La Bibbia non può essere solo patrimonio di alcuni e tanto meno una raccolta di libri per pochi privilegiati. Essa appartiene, anzitutto, al popolo convocato per ascoltarla e riconoscersi in quella Parola. Spesso, si verificano tendenze che cercano di monopolizzare il testo sacro relegandolo ad alcuni circoli o a gruppi prescelti. Non può essere così. La Bibbia è il libro del popolo del Signore che nel suo ascolto passa dalla dispersione e dalla divisione all’unità. La Parola di Dio unisce i credenti e li rende un solo popolo” (Aperuit illis, n. 4). L’unico momento di contatto con le Scritture, per molti cattolici, risulta essere soltanto l’ascolto – forse a volte anche distratto, perché si sa già come va a finire! – nella Messa domenicale e quando va bene una buona accoglienza della spiegazione omiletica che il sacerdote offre all’assemblea (quando non si lascia andare in discorsi verbosi, astrusi, politici o “fuori traccia”)!

Il Concilio Vaticano II, già più di 50 anni fa, mediante la costituzione dogmatica Dei Verbum, ha contribuito a porre la Scrittura al centro della spiritualità cristiana, come fonte per la sua vita e il suo nutrimento, sottolineandone il valore insostituibile nella vita della Chiesa. Ma, che cos’è, dunque, per noi la Bibbia? Il termine deriva dal greco “tà biblìa”, che significa semplicemente “i libri”. E la Bibbia, infatti, è un insieme di libri, per l’esattezza 73 (46 nell’Antico Testamento e 27 nel Nuovo), risalenti a epoche e contesti diversi, ciascuno con le proprie peculiarità, ma con la comune caratteristica dell’ispirazione. Tali scritti, infatti, sono stati composti da veri autori umani, con le loro storie, la loro cultura, le loro tradizioni, ma con l’intervento dello Spirito Santo, anch’esso vero autore. A questo proposito, nella Costituzione conciliare Dei Verbum, leggiamo: “La santa madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti per ispirazione dello Spirito Santo (cfr. Gv 20,31; 2 Tm 3,16);hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa per la composizione dei libri sacri, Dio scelse e si servì di uomini nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori, tutte e soltanto quelle cose che egli voleva fossero scritte” (n. 11). Da questi pensieri sorge per noi una domanda: il cristianesimo e il cattolicesimo in particolare, possono essere definiti come “religione del libro”? Da un’attenta analisi della Tradizione cattolica emerge una risposta senz’altro negativa a questa domanda. La fede cristiana si presenta anzitutto come fede nella Parola, prima che come religione del libro (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 108). Per noi il testo sacro ispirato, contenuto nei libri dell’AT e del NT, è lo spazio teologico in cui è contenuta la Parola: Cristo, il Verbo evangelistifatto carne, che abita in mezzo a noi (cf. Gv 1,14). La Scrittura, dunque, letta nella Chiesa, che è la comunità viva a cui è consegnata e affidata, è parte della “viva vox Evangelii” (viva voce del Vangelo) che da Cristo è passata nell’annuncio degli Apostoli, i quali a loro volta l’hanno trasmessa ai loro successori, facendola arrivare fino ai giorni nostri (cfr. Dei Verbum, n. 8). Questa condensazione della Parola della predicazione diventata “parola scritta”, non trova la sua esatta comprensione nella fede, se non mantenendosi in questo legame profondo e vitale con la Chiesa. Ancora la Costituzione conciliare ci ricorda: “La sacra Tradizione dunque e la sacra Scrittura sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa divina sorgente, esse formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine. Infatti la sacra Scrittura è parola di Dio in quanto consegnata per iscritto per ispirazione dello Spirito divino; quanto alla sacra Tradizione, essa trasmette integralmente la parola di Dio – affidata da Cristo Signore e dallo Spirito Santo agli apostoli – ai loro successori, affinché, illuminati dallo Spirito di verità, con la loro predicazione fedelmente la conservino, la espongano e la diffondano; ne risulta così che la Chiesa attinge la certezza su tutte le cose rivelate non dalla sola Scrittura e che di conseguenza l’una e l’altra devono essere accettate e venerate con pari sentimento di pietà e riverenza” (n. 9).

La promozione di questa domenica della Parola di Dio, nelle intenzioni di papa Francesco ha anche un forte significato ecumenico: la Scrittura è patrimonio comune di tutte le comunità cristiane e offre loro uno spazio di unità (cfr. Aperuit illis, n. 3). I nostri fratelli delle altre comunità cristiane, specialmente quelli di tradizione luterana, pur avendo un canone diverso da quello “lungo” adottato dalla Chiesa cattolica (i protestanti non ritengono ispirati i cosiddetti libri “Deuterocanonici”) e pur conservando un approccio teologico differente alle Scritture, basandosi sul principio del “sola Scriptura” senza la Tradizione, hanno molto da insegnarci sulla conoscenza e l’approfondimento dei testi sacri. Da loro dovremmo imparare una maggiore familiarità con le Scritture, conoscendole, studiandole di più e approfondendole.

Fino al Vaticano II, riflettendo sulla verità contenuta nelle Scritture, si parlava di “inerranza biblica”, intesa nel senso che la Scrittura non contiene alcun tipo di errore. In che senso, però, deve intendersi questa assenza di errore nella Bibbia? Se pensiamo alla Scrittura come ad un testo monolitico, in cui sia possibile trovare nozioni esatte relative ad ogni ambito dello scibile e della vita umana, siamo fuori strada! Man mano che si è cresciuti nella comprensione di questo concetto, si è iniziato a parlare di “verità salvifica”, presente nelle Scritture: esse ci insegnano la verità su Dio e sulla salvezza. È in questo senso che deve intendersi la famosa espressione di Galileo Galilei che parlando del retto modo di interpretare le Scritture, scriveva: “intesi da persona ecclesiastica costituita in eminentissimo grado, l’intenzione dello Spirito Santo essere d’insegnarci come si vadia al cielo, e non come vadia il cielo [come si raggiunga il cielo e non come funzioni bibbia 2il cielo]” (Lettera alla Granduchessa di Toscana, in G. Galilei, Lettere, Einaudi, Torino 1978, 128-135). Questo ci mette in guardia dalla tentazione sempre presente del fondamentalismo, aiutandoci a capire che la Scrittura richiede di essere sempre letta e interpretata nel modo giusto, secondo i criteri che la Dei Verbum esprime: “La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa in testi in vario modo storici, o profetici, o poetici, o anche in altri generi di espressione. È necessario adunque che l’interprete ricerchi il senso che l’agiografo in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso, intendeva esprimere ed ha di fatto espresso. Per comprendere infatti in maniera esatta ciò che l’autore sacro volle asserire nello scrivere, si deve far debita attenzione sia agli abituali e originali modi di sentire, di esprimersi e di raccontare vigenti ai tempi dell’agiografo, sia a quelli che nei vari luoghi erano allora in uso nei rapporti umani. Perciò, dovendo la sacra Scrittura esser letta e interpretata alla luce dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta, per ricavare con esattezza il senso dei sacri testi, si deve badare con non minore diligenza al contenuto e all’unità di tutta la Scrittura, tenuto debito conto della viva tradizione di tutta la Chiesa e dell’analogia della fede” (n. 12).

Da tutto questo, si evince dunque che la Sacra Scrittura ha ancora molto da dirci: anzitutto in ordine al nutrimento della fede e della conoscenza di Gesù Cristo, che non è un mito, ma viene presentato in essa anche secondo precise categorie storiche e spazio-temporali, come evidenziano gli studi sul Nuovo Testamento, comparati anche con altre fonti storiche contemporanee. Per chi è credente, dunque, nelle pagine della Scrittura lette nella fede e nella preghiera, si può incontrare sempre di nuovo il Signore che ci parla, ci interpella e si fa conoscere. Anche dal punto di vista di chi non è credente, però, la Bibbia rappresenta certamente un patrimonio da riscoprire, per poter meglio conoscere ed interpretare tante pagine di letteratura, opere d’arte, capolavori musicali, come anche per avere la chiave di lettura di tante categorie che sono eredità comune e stabile della cultura occidentale, quali il concetto di tolleranza, solidarietà, fratellanza, riconciliazione, rispetto della persona umana.

2 pensieri su “Vale ancora la pena leggere la Bibbia?

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