Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1, 14-20)

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

Breve commento

La venuta di Gesù nel mondo dà un senso nuovo al tempo, perché lo rende pieno di significato in vista della salvezza promessa e sperata. Esso non può più essere considerato solo una dimensione vuota, una semplice “misura del movimento”, come lo definiva Aristotele, ma diventa l’occasione propizia per una decisione fondamentale della vita umana, quella di entrare in relazione esistenziale con Dio. Il Regno di Dio, vale a dire quella signoria divina sull’umanità, sulla storia e sulla natura, in cui il bene ha l’ultima e definitiva parola sul male, si rende prossimo alla sua piena realizzazione, quando Gesù inizia il suo annuncio di salvezza, all’inizio del suo ministero pubblico. La proposta divina di Gesù, iniziativa gratuita e libera, richiede l’adesione piena dell’uomo, chiamato a convertirsi, ossia a cambiare mentalità (metanoein), dare un nuovo ordine ai propri pensieri, propositi e sentimenti, ponendo Dio al centro, attraverso la fede nella buona notizia del Vangelo. Ed è questo annuncio straordinario di gioia e salvezza, fondato su Cristo, Parola Viva del Padre, che sta alla base della Domenica della Parola di Dio, che per disposizione di Papa Francesco, stiamo celebrando oggi, III domenica del Tempo Ordinario. Riscoprire la forza del Vangelo, quella che da duemila anni continua ad illuminare cuore e mente di tanti discepoli di Gesù, è il motivo per cui siamo invitati a dare un rilievo particolare alla Parola di Dio nella vita della Chiesa. Il cristianesimo, al contrario di quello che si possa pensare superficialmente, non è una “religione del libro”, perché per noi il vero centro non è dato da un libro, o da un insieme di libri quale si presenta la Bibbia, ma dalla persona viva e vera di Cristo, che è Parola, Logos fatto carne. La grande venerazione verso le Scritture, in altre parole, è sempre strumentale in noi alla conoscenza e all’incontro con il Cristo Vivente. Il Concilio Vaticano II ci ricorda: “La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture come ha fatto per il Corpo stesso di Cristo, non mancando mai, soprattutto nella sacra liturgia, di nutrirsi del pane di vita dalla mensa sia della parola di Dio che del Corpo di Cristo, e di porgerlo ai fedeliDei Verbum, n. 21). Questo contatto con la Parola viva ed efficace, che è Cristo stesso, ha una conseguenza nella vita della comunità cristiana. Dall’annuncio della salvezza, infatti, Cristo nella sua sapienza ha disposto che avvenga un coinvolgimento di uomini da lui scelti per essere gli araldi e i testimoni privilegiati della diffusione del messaggio. In altre parole, l’annuncio ha bisogno di “operai qualificati”. Tale qualifica, tuttavia, non deriva da un particolare studio, da competenze tecniche specifiche e certificate, fosse anche nell’ambito della Scrittura e della teologia, ma solo dalla sua chiamata ad un’amicizia più profonda ed esistenziale con Lui, perchè altri uomini vengano “pescati” nella rete del suo Regno. Alla chiamata di Gesù, poi, deve necessariamente corrispondere una risposta altrettanto generosa e totalizzante degli operai, che non devono aver paura di lasciare prontamente le proprie certezze e relazioni e di aprirsi alle sorprese di Dio. Il tempo nuovo e significativo inaugurato da Gesù, infatti, in chi viene interpellato per essere pienamente coinvolto nell’annuncio, non tollera ritardi ed esitazioni nè tanto meno condizionamenti umani e relazionali di alcun genere.

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

«Convertitevi e credete all’Evangelo!» (Marco 1,15 ); «Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicinissimo!» (Matteo 4,17). La richiesta di conversione è al cuore delle due differenti redazioni del grido con cui Gesù ha dato inizio al suo ministero di predicazione. Collocandosi in continuità con le richieste di ritorno al Signore di Osea, di Geremia e di tutti i profeti fino a Giovanni Battista (cfr. Matteo 3,2), anche Gesù chiede conversione, cioè ritorno (in ebraico teshuvah) al Dio unico e vero. Questa predicazione è anche quella della chiesa primitiva e degli apostoli (cfr. Atti 2,38; 3,19) e non può che essere la richiesta e l’impegno della chiesa di ogni tempo. Il verbo shuv, che appunto significa «ritornare», è connesso a una radice che significa anche «rispondere» e che fa della conversione, del sempre rinnovato ritorno al Signore, la responsabilità della chiesa nel suo insieme e di ciascun singolo cristiano. La conversione non è infatti un’istanza etica, e se implica l’allontanamento dagli idoli e dalle vie di peccato che si stanno percorrendo (cfr. 1 Tessalonicesi 1,9; 1 Giovanni 5,21), essa è motivata e fondata escatologicamente e cristologicamente: è in relazione all’Evangelo di Gesù Cristo e al Regno di Dio, che in Cristo si è fatto vicinissimo, che la realtà della conversione trova tutto il suo senso. Solo una chiesa sotto il primato della fede può dunque vivere la dimensione della conversione. E solo vivendo in prima persona la conversione la chiesa può anche porsi come testimone credibile dell’Evangelo nella storia, tra gli uomini, e dunque evangelizzare. Solo concrete vite di uomini e donne cambiate dall’Evangelo, che mostrano la conversione agli uomini vivendola, potranno anche richiederla agli altri. Ma se non c’è conversione, non si annuncia la salvezza e si è totalmente incapaci di richiedere agli uomini un cambiamento. Di fatto, dei cristiani mondani possono soltanto incoraggiare gli uomini a restare quel che sono, impedendo loro di vedere l’efficacia della salvezza: così essi sono di ostacolo all’evangelizzazione e depotenziano la forza dell’Evangelo. Dice un bel testo omiletico di Giovanni Crisostomo: «Non puoi predicare? Non puoi dispensare la parola della dottrina? Ebbene, insegna con le tue azioni e con il tuo comportamento, o neobattezzato. Quando gli uomini che ti sapevano impudico o cattivo, corrotto o indifferente, ti vedranno cambiato, convertito, non diranno forse come i giudei dicevano dell’uomo cieco dalla nascita che era stato guarito: “È lui?”. “Sì, è lui!” “No, ma gli assomiglia”. “Non è forse lui?”». Possiamo insomma dire che la conversione non coincide semplicemente con il momento iniziale della fede in cui si perviene all’adesione a Dio a partire da una situazione «altra», ma è la forma della fede vissuta.
(E. BIANCHI, Le parole della spiritualità, 67-70).

Preghiera

Signore, tu hai aperto il mare e sei venuto fino a me;
tu hai spezzato la notte e hai inaugurato per la mia vita un giorno nuovo!
Tu mi hai rivolto la tua Parola e mi hai toccato il cuore;
mi hai fatto salire con te sulla barca e mi hai portato al largo.
Signore, Tu hai fatto cose grandi!
Ti lodo, ti benedico e ti ringrazio, nella tua Parola, nel tuo Figlio Gesù e nello Spirito Santo.
Portami sempre al largo, con te, dentro di te e tu in me,
per gettare reti e reti di amore, di amicizia, di condivisione,
di ricerca insieme del tuo volto e del tuo regno già su questa terra.
Signore, sono peccatore, lo so, ma anche per questo ti ringrazio, perché tu non sei venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori e io ascolto la tua voce e ti seguo.
Ecco, Padre, lascio tutto e vengo con te…

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