Dal vangelo secondo Marco (Mc 1,40-45)
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Breve commento

Le leggi rituali dei capp. 13 e 14 del libro del Levitico, che riguardano i lebbrosi, sono ampie e dettagliate. Esse prevedevano severe norme di contenimento, di distanziamento sociale e rigidissimi protocolli di purificazione. Questa premessa è importante per comprendere l’impatto che un episodio come quello che ci viene narrato in questi 5 ultimi versetti del primo capitolo del Vangelo di Marco, doveva avere per i presenti e per l’ambiente giudaico. Il centro del brano evangelico, tuttavia, è dato dallo sviluppo del dialogo profondo e trasformante tra questo uomo, colpito dalla nefasta piaga della lebbra e Gesù, il Figlio di Dio. La società vedeva in lui un lebbroso, facendo coincidere il suo status esteriore e sociale, con la totalità della sua persona. Gesù, invece, non ha paura di interfacciarsi con lui e addirittura di toccarlo, perché oltre lo schermo della sua pelle segnata dalle piaghe, vede un figlio di Abramo, un uomo, destinatario di tutto il suo amore. Questo sguardo di Gesù ha tanto da dire anche a noi, al nostro modo di approcciarci alle persone che si trovano in diverse circostanze di sofferenza, in condizioni di vita particolari, per situazioni fisiche e spirituali, per errori, cadute, scelte sbagliate. Dall’approccio di Gesù possiamo attingere uno stile nuovo, un rinnovato approccio umano: parafrasando una celebre espressione di don Oreste Benzi, che era solito ripetere “l’uomo non è il suo errore“, possiamo dire che Gesù ci insegna che l’uomo non è mai la sua condizione, ma è sempre qualcosa di più! Niente, neanche la situazione più disonorevole, fisica o morale che sia, può mai sminuire la sua dignità di immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gen 1,26). Quest’uomo, riconoscendo la sua condizione e con profonda fede nella potenza di Gesù, si getta ai piedi del maestro e con un’invocazione che è un vero modello di preghiera, gli apre tutto il suo cuore: “Se vuoi, tu puoi purificarmi“. Il lebbroso viene a ricordarci che la preghiera cristiana non può mai essere altro che una sincera ricerca della volontà di Dio. Egli desidera essere purificato, ma sa che ciò dipende dall’imperscrutabile volontà del Figlio di Dio. L’atteggiamento spirituale di fondo di quest’uomo sofferente è lo stesso che si ritrova nella preghiera del “Padre Nostro”, vero modello di ogni preghiera cristiana insegnatoci da Gesù stesso e di fronte ad esso, il Maestro viene mosso a compassione. Vedendo l’uomo che soffre, al di là di ogni paura, lo tocca e con la sua Parola lo purifica, facendo scomparire ogni segno della lebbra. Ancora una volta, Gesù impone il silenzio, secondo lo stile che nelle ultime domeniche abbiamo iniziato a conoscere, quello del cosiddetto “segreto messianico”, volendo rinviare la piena rivelazione della sua identità al momento culminante del suo ministero, ossia quello della croce. A questo punto, però, c’è un dettaglio importante. Gesù comanda al guarito di attenersi a tutte le norme rituali previste, perché Egli non è venuto a cancellare la legge antica, ma a darle compimento, dimostrando – proprio attraverso il gesto di toccare il lebbroso e di farlo avvicinare – che la legge non è fine a se stessa, ma mira alla salvezza dell’uomo, al suo bene integrale. Infine, non si può non sottolineare un altro elemento: in soli 5 versetti, per ben 4 volte si ripetono parole legate al campo semantico della “purificazione”. Non sarebbe stato fuori luogo se l’Evangelista avesse utilizzato anche altre espressioni, come “curare”, “guarire”. L’insistenza sul concetto di purificazione vuole suggerirci qualcosa di più profondo sul ministero di Gesù: l’uomo che entra in dialogo con Lui, si affida alla sua volontà e si lascia toccare da Lui e dalla sua Parola, ne esce purificato. Ogni miracolo di guarigione di Gesù, infatti, ha sempre lo scopo di richiamare a qualcosa di più profondo, alla guarigione del cuore, che coincide con la purificazione dalla malattia peggiore di tutte, il peccato. Non è un caso, che nel capitolo successivo di Marco, quando viene raccontata la guarigione del paralitico, Gesù stesso dica: “Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico -: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua” (Mc 2,10-11).

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

Un giorno, un medico che ha lavorato per molti anni in un lebbrosario ha esclamato: “Sia ringraziato Iddio per il dolore!”, poiché il motivo per cui i lebbrosi perdono le dita, gli arti e persino gli elementi che compongono il volto non è la malattia di Hansen (la lebbra), bensì l’assenza di sensibilità, l’intorpidimento, l’incapacità di provare dolore. Un lebbroso può facilmente scavarsi la carne delle dita girando una chiave in una serratura che offre resistenza, senza accorgersi che si sta tagliando; può non accorgersi che un’infezione sta invadendo la sua carne straziata finché non gli cadono le dita. Non ha alcuna sensazione, né prova dolori che lo avvertono. Un lebbroso potrebbe tenere in mano il manico bollente di una pentola posta sul fuoco, senza accorgersi che si sta bruciando la mano, poiché non ha né sensibilità né dolori che lo rendono cosciente del pericolo. Perciò sia ringraziato Iddio per il fatto di avere sensazioni e dolori, dal momento che, spesso, ci avvertono della presenza di un pericolo e di un male. Allo stesso modo, talvolta i vari disagi di cui facciamo esperienza ci mettono in guardia contro i nostri atteggiamenti distorti e paralizzanti. Resta il fatto che possiamo imparare le lezioni del dolore solo quando l’allievo è pronto. E ciò significa che dobbiamo essere disposti a calarci nel nostro dolore, per cercare di trarne la lezione; significa che dobbiamo reprimere l’istinto che ci spinge a fuggirlo; significa che dobbiamo rifiutare qualsiasi inclinazione a intorpidirci nell’insensibilità pur di non sentire nulla (J. POWELL, Perché ho paura di essere pienamente me stesso, Milano, Gribaudi, 2002, 148).

Preghiera

Insegnaci, Signore, a non amare solo noi stessi,
a non amare soltanto i nostri cari,
a non amare soltanto quelli che ci amano.
Insegnaci a pensare agli altri,
ad amare anzitutto quelli che nessuno ama.
Concedici la grazia di capire che in ogni istante,
mentre noi viviamo una vita troppo felice e protetta da te,
ci sono milioni di esseri umani,
che pure sono tuoi figli e nostri fratelli,
che muoiono di fame senza aver meritato di morire di fame,
che muoiono di freddo senza aver meritato di morire di freddo.
Signore abbi pietà di tutti i poveri del mondo;
e non permettere più, o Signore, che viviamo felici da soli.
Facci sentire l’angoscia della miseria universale e liberaci dal nostro egoismo.

(Raoul Follereau, Nevers, 19 agosto 1903-Parigi, 6 dicembre 1977, Apostolo dei Lebbrosi)

Un pensiero su “VI domenica del T.O./B: L’Incontro che purifica

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