Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 10,11-18)

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Breve commento

La IV domenica di Pasqua, che coincide con la Giornata Mondiale di preghiera per le Vocazioni, quest’anno la 58esima, ci invita alla contemplazione di una immagine tenera, ma nello stesso tempo forte di Gesù, quella del Bel Pastore. Lui stesso in maniera solenne si autopresenta nei termini del custode buono e bello del suo gregge, che è la Chiesa e l’umanità. Come la vita del pastore ruota tutta intorno al gregge di cui si prende cura, nei ritmi, nelle scelte e nell’investimento delle proprie forze, così fa Gesù nei confronti dell’umanità. Il pastore e il mercenario, pur avendo entrambi interesse per il gregge, hanno due atteggiamenti interiori totalmente opposti. Il pastore ama il gregge e dà la vita per esso. Il mercenario, invece, sfrutta il gregge per arricchirsi e per ottenerne vantaggio. Nell’ordinarietà del tempo, non è facile distinguere i pastori dai mercenari. Sant’Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi Spirituali utilizza un’immagine simile parlando dei due angeli: “Sia l’angelo buono sia quello cattivo possono consolare l’anima con una causa, ma per fini opposti: l’angelo buono per il bene dell’anima, perché cresca e proceda di bene in meglio; l’angelo cattivo, al contrario, per attirarla ancor più al suo dannato disegno e alla sua malizia. È proprio dell’angelo cattivo, che si trasforma in angelo di luce, entrare con il punto di vista dell’anima fedele e uscire con il suo: suggerisce, cioè, pensieri buoni e santi, conformi a quell’anima retta, poi a poco a poco cerca di uscirne attirando l’anima ai suoi inganni occulti e ai suoi perversi disegni” (ES 331-332). Il momento della prova, quando il lupo viene all’attacco del gregge, diventa l’occasione in cui il mercenario si rivela per quello che è, proprio come l’angelo cattivo: non gli interessa il bene delle anime, quanto piuttosto di realizzare i suoi obiettivi e salvare la propria pelle. Il bel pastore, invece, conosce le sue pecore e vive un rapporto amoroso e personale con loro, addirittura arrivando a donarsi totalmente per queste con la sua stessa vita. È Cristo crocifisso e risorto questo Pastore dei Pastori, colui che per amore dell’umanità chiama a sè i suoi figli, si coinvolge in un’amicizia profonda con loro e vuole salvarli a tutti i costi. Il suo amore non è chiuso, ma aperto a tutti indistintamente: egli non fa preferenze di persone, non chiama solo gli appartenenti ad un certo popolo, ad una certa razza o cultura, ma rivolge il suo amore a tutti senza misura. Chi si pone in relazione con Lui, da qualunque luogo, vita o storia provenga, può entrare nel suo gregge, partecipando di questa unità d’amore che unisce il Figlio al Padre e che è il segno chiaro dell’appartenenza a Lui. Dove c’è unità e comunione, infatti, c‘è Dio, dove c’è dispersione e inimicizia c’è il maligno. Anche nella Chiesa, oggi, in un tempo di prova e di difficoltà, c’è la possibilità di distinguere i veri pastori, che amano il gregge come Cristo in modo eroico e totale e lo tengono unito, servendolo senza riserve e preferenze e i mercenari, coloro che amano più le loro posizioni e i loro spazi di influenza e di potere, servendosi del loro gregge, per trarne vantaggi e profitti, non curandosi delle divisioni e della dispersione che si può insinuare in esso. Ai mercenari fa più comodo un gregge diviso, perchè in tal modo possono meglio adorare l’idolo del proprio potere: divide et impera (dividi e comanda), come erano soliti dire gli antichi romani.

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