Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 6,41-51)

In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Commento

La folla che ascolta Gesù nella sinagoga di Cafarnao non riesce ad andare oltre i pregiudizi della conoscenza carnale della famiglia del Maestro. Le sue parole ispirate e rivelative suscitano interrogativi e sospetti, che sfociano nella mormorazione. Anche il popolo di Israele nel deserto, a causa dell’incredulità al piano liberatore e salvifico di Dio, operato per mezzo di Mosè, era precipitato nello stesso atteggiamento. Non si tratta semplicemente del chiacchiericcio e del pettegolezzo, già di per se stessi molto distruttivi e pericolosi per la vita della comunità, quanto di una più grave e nefasta chiusura del cuore, che non riconosce la novità e l’operare di Dio nella storia e nelle esistenze umane. Il pregiudizio si trasforma in una vera e propria schiavitù che blocca l’agire di Dio nella freddezza e nell’appiattimento sui propri modi di vedere. Questa chiusura porta ad un atteggiamento di negatività e pessimismo che, oggi come allora, fa tanto male alla Chiesa e alle comunità cristiane. Nel discorso di apertura del Concilio Vaticano II, San Giovanni XXIII, riportando l’esistenza di atteggiamenti simili prima dell’assise conciliare dell’epoca, si esprimeva in questi termini: “Spesso infatti avviene, come abbiamo sperimentato nell’adempiere il quotidiano ministero apostolico, che, non senza offesa per le Nostre orecchie, ci vengano riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa. A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo” (Discorso di apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II, 11 ottobre 1962, nn. 2-3). Nel brano del Vangelo, Gesù stesso cerca di dissipare queste tenebre della mormorazione ricordando che nel cuore di ogni uomo esiste un moto di attrazione operato dal Padre, il cui disegno sapiente è alla base della venuta del Figlio nel mondo. La chiave per entrare nell’accettazione di questa verità ed intraprendere un percorso di graduale comprensione di essa è dato dal credere. Solo la fede apre l’accesso alla vita eterna. Questa espressione, nel contesto di San Giovanni, non si riferisce solo al concetto della vita oltre la morte, quanto a quello della “vita divina” in noi, la relazione con Cristo vivente, che per mezzo dello Spirito in noi è già anticipo di eternità. Facendosi lui stesso cibo per l’anima, attraverso la sua Parola, la sua sapienza che discende dal cielo e poi ancora, come spiegherà più avanti attraverso il suo Corpo dato e il suo Sangue versato nell’Eucaristia, Gesù è la porta di questa vita divina. Chi riconosce la gioia di questo incontro, l’accoglie e la vive, non può rimanere schiavo della tristezza e del pessimismo, mai!

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

«Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro» (Gv 21, 18). Questa comunione di mensa tra Gesù e i suoi, anche se non è un’eucaristia propriamente detta, riprende il vocabolario eucaristico del Nuovo Testamento e ci invita a riflettere sulla cena e sull’eucaristia. L’eucaristia, così come è accolta nella fede della Chiesa, presenta un aspetto sorprendente, che sconvolge l’intelligenza e commuove il cuore. Siamo di fronte a uno di quei gesti abissali dell’amore di Dio, davanti ai quali l’unico atteggiamento possibile all’uomo è una resa adorante piena di sconfinata gratitudine. L’eucaristia non è solo la modalità voluta da Gesù per rendere perennemente presente l’efficacia salvifica della Pasqua. In essa non è presente soltanto la volontà di Gesù che istituisce un gesto di salvezza; in essa è presente semplicemente (ma quali misteri in questa semplicità!) Gesù stesso. Nell’eucaristia Gesù dona a noi se stesso. Solo lui può lasciare in dono a noi se stesso, perché solo lui è una cosa sola con l’amore infinito di Dio, che può fare ogni cosa. Certo, occorre badare anche agli strumenti umani, di cui Gesù si serve. Poiché la Pasqua rivela e insieme celebra l’amore di Dio che attrae l’uomo a sé, troviamo plausibile che Gesù nell’ultima cena abbia valorizzato la tensione alla comunione con Dio espressa nel gesto del mangiare insieme e soprattutto abbia fatto riferimento al valore commemorativo dell’alleanza, che era proprio della liturgia pasquale veterotestamentaria. È quindi normale e doveroso che la Chiesa, nel configurare concretamente la liturgia eucaristica, abbia assunto nel passato e debba assumere e aggiornare continuamente le espressioni celebrative provenienti dalla nativa spiritualità umana e dalla liturgia veterotestamentaria. Ma tutto questo è percorso e oltrepassato da una novità assoluta: è tale la forza di camminare manifestata e attuata nel sacrificio della croce, che essa rende presente nell’eucaristia il Cristo stesso nell’atto di donarsi al Padre e agli uomini per restare sempre con loro. Gesù, che già in molti modi attrae a sé la Chiesa con la forza del suo Spirito e della sua Parola, suscita nella Chiesa la volontà di obbedire al suo comando: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22,19). E quando la Chiesa, nell’umiltà e nella semplicità della sua fede, obbedisce a questo comando, Gesù, con la potenza del suo Spirito e della sua Parola, porta l’attrazione della Chiesa a sé al livello di una comunione così intensa, da diventare vera e reale presenza di lui stesso alla Chiesa: il pane e il vino diventano realmente, per quella misteriosa trasformazione che è chiamata transustanziazione, il corpo dato e il sangue versato sulla croce; nei segni conviviali del mangiare, bere, festeggiare si attua la reale comunione dei credenti col Signore; le funzioni sacerdotali si svolgono non per designazione o delega umana, ma per una reale assunzione dei ministri umani nel sacerdozio di Cristo, secondo le modalità stabilite da Cristo stesso. L’eucaristia si presenta così come la maniera sacramentale con cui il sacrificio pasquale di Gesù si rende perennemente presente nella storia, dischiudendo a ogni uomo l’accesso alla viva e reale presenza del Signore. Si tratta di prodigi che fioriscono su quel prodigio di inesauribile amore, che è il mistero pasquale. D’altra parte si potrebbe dire che si tratta della cosa più semplice: Dio, nell’eucaristia di Gesù, prende sul serio la propria volontà di alleanza, cioè la decisione di stare realmente con gli uomini, di accoglierli come figli, di attrarli nell’intimità della sua vita .

(Carlo Maria MARTINI, Incontro al Signore risorto, vol. II: Dalla croce alla gloria, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2007, 91-94)

Preghiera

O mio amato Salvatore! Tu sei davvero tutto per me, perché mi doni la vita eterna nel dono di te stesso.
Il mistero dell’eucaristia è grande e sconfinato, ma oggi le tue parole chiare, provocanti, nette e decise lo illuminano in modo inequivocabile. Tu mi dai la tua vita, che è vita eterna, perché un giorno hai saputo donare la vita!
Ti ringrazio, ti benedico, lodo la tua santa passione e risurrezione, adoro con gioia la tua sapienza che mi raggiunge nelle mie preoccupazioni terra a terra.
Tu sai come è difficile per me alzare lo sguardo alle tue grandi prospettive. Io mi lascio avviluppare dalle cose che passano e dentro rischio di metterci anche la tua eucaristia, dandole magari tanti significati umani, giusti di per sé, ma ben lontani dal significato decisivo che oggi mi presenti.
Tu vuoi che io viva per sempre con te, perché sei e sarai la mia realizzazione e quindi la mia felicità. Ogni giorno tu mi immergi nella tua eternità offrendoti in cibo.
Tu porti con te la vita che ti lega al Padre e vuoi trasmettere a me!
Apri i miei occhi annebbiati dalle cose di ogni giorno, perché possa legarmi indissolubilmente a te, anche per portare tutti con me, nella tua vita!
Amen

Un pensiero su “XIX domenica del T.O./B: La tentazione di mormorare

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