Dal vangelo secondo Marco (Mc 7,31-37)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Commento

L’episodio narrato dal brano evangelico di questa domenica si svolge in terra pagana. Gesù si incammina nella parte orientale del lago di Galilea, nella regione della Decàpoli. Non si tratta di un particolare secondario: il ministero di Gesù, certamente orientato primariamente alle “pecore perdute della casa di Israele” (Mt 10,5), mantiene sempre questa apertura universale, verso ogni uomo. La Chiesa proseguendo il ministero di Cristo, già con San Paolo, avrà chiara consapevolezza di questo: “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Gal 3,28). In tale contesto, un sordomuto, incapace di parlare e di sentire, viene portato a Gesù. Non si dice nulla della fede personale di quest’uomo, ma soltanto che altri lo portarono a Gesù. Ciascuno di noi è interpellato da questa dinamica: quando ci imbattiamo in situazioni in cui i nostri fratelli vivono difficoltà, sofferenza, malattia, li portiamo a Gesù attraverso la nostra preghiera? Crediamo veramente che Egli può agire e guarire? C’è una certezza: Cristo può guarire sempre! La sua opera, tuttavia, rimane nascosta agli occhi dei più. Egli vuole operare in disparte, nel silenzio e nel nascondimento dell’incontro personale. Le azioni di Gesù vengono descritte in modo dettagliato e ci portano anche a delle domande: perchè ha bisogno di agire in un modo così materiale? Non sarebbe bastata una sua parola a guarire quest’uomo? La risposta è certamente sì, ma evidentemente Egli vuole comunicare qualocos’altro di più profondo. Il contatto fisico di Gesù con l’uomo disabile è un chiaro segno della logica dell’incarnazione. Dio non ha voluto salvare l’umanità in maniera ideale e spiritualistica, ma ha deciso di farsi uomo, assumendo su di sè in pienezza questa natura fragile e “terrosa”. Nell’antichità si riteneva che la saliva avesse un potere curativo. Gesù, pienamente inserito nel suo contesto, nella cultura e nelle concezioni dell’epoca, segue esattamente quella linea. Egli utilizza un rimedio dell’epoca e la sua stessa fisicità per comunicare il dono della grazia. Non è tuttavia ancora questo il gesto decisivo per la guarigione: essa avviene quando Gesù eleva lo sguardo verso il Padre, emette lo Spirito e pronuncia la parola aramaica “Effatà”, che significa “Apriti”, presentataci dall’evangelista Marco quasi come una reliquia verbale di Gesù. La dimensione della gestualità materiale diviene veicolo della grazia con la potenza dello Spirito che viene dal Padre e con la forza della Parola. È proprio così che si realizza la nuova creazione dell’uomo. Nell’Antico Testamento Dio creava plasmando la polvere della terra e mediante la forza della sua Parola. Così nel tempo della pienezza Cristo continua ad operare la nuova creazione attraverso il contatto con la sua Persona, la potenza dello Spirito e la forza della Parola. Quanto operato nei confronti del sordomuto, che torna a poter sentire e comunicare, accade sempre di nuovo anche per noi mediante la grazia dei sacramenti. Cristo continua a guarire e ricreare l’umanità sottraendola al potere del male e conducendola sotto l’ala protettiva del Padre. Non è un caso, infatti, che nella sua sapienza la Chiesa abbia inserito nel rito del battesimo un riferimento a tale episodio evangelico. Tra i riti esplicativi, dopo l’infusione dell’acqua sul capo, il ministro tocca gli orecchi e la bocca del noebattezzato e rinnova liturgicamente questo rito dell’Effatà, per invocare che presto egli possa ascoltare la Parola e professare la fede con la propria bocca. Le parole dei presenti dopo il segno di Gesù, presentate in conclusione del brano evangelico ascoltato, sono una chiara eco alle prime pagine della Genesi. Al termine della creazione di ogni singolo elemento, l’autore sacro ripete: “E Dio vide che era cosa molto buona”, specificando che la creazione dell’uomo e della donna, è addirittura “cosa molto buona” (Gen 1,31). Se l’opera della creazione era tale, quanto più deve esserlo quella della nuova creazione a cui ciascuno di noi è destinato nella grazia di Cristo. La liturgia ce lo ricorda: “O Dio, che in modo mirabile ci hai creati a tua immagine, e in modo più mirabile ci hai rinnovati e redenti, fa che possiamo condividere la vita divina del tuo Figlio, che oggi ha voluto assumere la nostra natura umana” (Colletta di Natale).

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

Sia sempre nel nostro cuore e sulla nostra bocca la meditazione della sapienza e la nostra lingua esprima la giustizia. La legge del nostro Dio sia nel nostro cuore. Per questo la Scrittura ci dice: «Parlerai di queste cose quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai» (Dt 6,7). Parliamo dunque del Signore Gesù, perché egli è la Sapienza, egli è la Parola, è la parola di Dio. Infatti è stato scritto anche questo: «Apri la tua bocca alla parola di Dio». Tu la apri, egli parla. Per questo Davide ha detto: «Ascolterò che cosa dice in me il Signore» (cfr. Sal 84,9) e lo stesso Figlio di Dio dice: «Apri la tua bocca, la voglio riempire» (Sal 80,11). Ma non tutti possono ricevere la perfezione della sapienza come Salomone e come Daniele. A tutti però viene infuso lo spirito della sapienza secondo la capacità di ciascuno, perché tutti abbiano la fede. Se credi, hai lo spirito di sapienza. Perciò medita sempre, parla sempre delle cose di Dio «quando sarai seduto in casa tua» (Dt 6,7). Per casa possiamo intendere il nostro intimo, per parlare all’interno di noi stessi. Parla con saggezza per sfuggire al peccato e per non cadere con il troppo parlare. Quando stai seduto parla con te stesso, quasi come se dovessi giudicarti. Parla per strada, per non essere mai ozioso. Tu parli per strada se parli secondo Cristo, perché Cristo è la via. In cammino parla a tè stesso, parla a Cristo. Quando ti alzi, parlagli per eseguire ciò che ti è comandato. Senti come Cristo ti sveglia. La tua anima dice: «Un rumore! È il mio diletto che bussa», e Cristo dice: «Aprimi sorella mia, mia amica» (Ct 5,2). Senti come tu devi svegliare Cristo. L’anima dice: «Io vi scongiuro, figlio di Gerusalemme, svegliate, ridestate l’amore» (Ct 3,5). L’amore è Cristo.

(S. Ambrogio di Milano)

Preghiera

Gesù, tu davvero vuoi aprire in me ogni possibilità di vita, tutto il positivo che è in me  e che si muta in negatività, ostacolo alla mia vita e agli altri, quando mi chiudo nel mio “ego”. Ti prego, Signore, abbattine le stolte resistenze. Aprimi tutto e invadimi con la potenza del tuo amore. La guarigione per me sarà riuscire a fare della mia vita un canto, il canto che ho dentro. In questo modo tanti potranno cantare “con me le tue meraviglie” e scoprire che tu sei vicino a tutti donando la tua forza che cambia il mondo. Signore  fa che ognuno riesca a tirar fuori da dentro di sé il canto più bello che c’è. Guarisci il mio cuore, Rabbì, guariscilo nel profondo.

Amen.

2 pensieri su “XXIII domenica del T.O./B: L’opera della nuova creazione

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