Seconda candela: Il cammino

di don Francesco Diano

I primi cristiani hanno da sempre identificato nel modo di agire di Giovanni Battista, il Precursore determinato e deciso nel preparare la strada a Gesù. Perciò, nel corso dei secoli, tale Profeta è diventato un richiamo che continua a sollecitarci a preparare le strade per camminare incontro al Signore che viene e accoglierlo in mezzo a noi. L’Evangelista Luca – come abbiamo ascoltato nella seconda domenica di Avvento – riassume il suo messaggio con questo grido del Profeta Isaia: “Preparate la via del Signore” (Lc 3,4). Ma come possiamo intendere questo grido nella Chiesa d’oggi? Come possiamo aprire strade nuove perché gli uomini e le donne del nostro tempo possano ancora incontrarlo? Come accoglierlo nelle nostre comunità?

Il punto di partenza. É importante, e quanto mai fondante, prendere coscienza che abbiamo bisogno di un contatto più vivo con la Persona di Gesù. Non è possibile nutrirsi solo di dottrina religiosa. Non è possibile seguirlo facendone un’astrazione sublime: nutriremmo solo la nostra esteriorità! Abbiamo bisogno di scendere in profondità, di attaccarci a Lui in modo vitale, di essere attratti dal suo modo di vivere, di fare nostra la sua passione per Dio e per il genere umano. In mezzo al “deserto spirituale” della società moderna, abbiamo bisogno di riconfigurare la comunità cristiana come “luogo” dove il Vangelo di Gesù è accolto. È bello vivere l’esperienza di riunirci, credenti, meno credenti e anche non credenti, intorno alla mensa della Parola, dandoLe la possibilità di entrare con il suo potere umanizzante nei nostri problemi, nelle nostre crisi, nelle nostre paure e nelle nostre speranze. Nei Vangeli non impariamo una dottrina accademica su Gesù, che è destinata a diventare obsoleta nel corso dei secoli. Impariamo uno stile di vita che può essere realizzato in qualsiasi momento e in qualsiasi cultura: lo stile di vita di Gesù. La dottrina non tocca il cuore, non converte, non fa innamorare; Gesù lo fa. I quattro Vangeli tracciano il percorso, ma non è identico, non è completo (quattro sentieri e un Uomo da seguire), ognuno di noi é invitato e condotto a intraprendere il proprio viaggio, senza bisogno di istruzioni precise, saranno gli echi delle chiamate a far affiorare il desiderio di “seguire”, girare pagina, continuare a camminare, seguendo l’Uomo in cammino, in una ricerca senza fine di ció che è più grande di noi.

Lungo la strada. Sulla strada, Gesù chiede ai suoi discepoli: “La gente, chi dice che io sia?E voi chi dite che io sia? Da quello che dicono gli altri, dal sentito dire, a ciò che noi stessi pensiamo e diciamo, dalla parola ascoltata, ripresa, valutata, sfidata, alla testimonianza personale, abitata, investita dalla fiducia, la strada può essere lunga. Inoltre, lungo la strada, i discepoli discutono tra loro, fino a far emergere una domanda importante: chi è il più grande tra loro? Ci sono strade che girano in tondo e strade che si perdono in vicoli ciechi; ed è con un rovesciamento di prospettiva che il Maestro invita i discepoli a lasciare le strade senza sbocco e a prendere l’unica per cui vale veramente la pena: “Se qualcuno vuol essere il primo, sarà l’ultimo di tutti e il servitore di tutti” (Mc 9,33-37). É il sentiero che pianifica la superficie che battiamo: la fine del sentiero, la bordura del sentiero inscrive la differenza tra il conosciuto e l’ignoto, tra la sicurezza e il pericolo, tra la cultura e il bestiale, tra l’inclusione e l’esclusione. Il cieco Bartimeo è seduto ai bordi della strada, ai margini, lontano dal flusso di persone che passano, occupate, che si incontrano, si salutano, parlano. Bartimeo è sul margine del sentiero dove la vita scorre, seduto sul margine stesso della vita, quasi come se non ci fosse, cieco e mendicante che sia, è una figura abituale per i passanti, un elemento di decoro che però non deve disturbare. Quando sente Gesù passare sulla strada, nonostante venga redarguito e messo a tacere dagli astanti, grida con tutta la forza della sua disperazione e della speranza che lo abita: “Figlio di Davide, abbi pietà di me”. E Gesù incrocia e irrompe il suo cammino, si ferma sulla sua strada, una sosta che permette a Bartimeo di alzarsi, liberarsi di ciò che ha, accogliere la guarigione e prendere finalmente il suo posto nel flusso dei passanti, nella corrente della vita, divenendo discepolo per ostinazione (Mc 10,46-52). Ancora, è su una strada, quella da Gerusalemme a Gerico, che Gesù colloca la parabola del buon samaritano, dove la strada è allo stesso tempo luogo di pericolo e di salvezza per l’uomo che incappa nei briganti, abbandonato dai passanti e guarito dal samaritano. Nella parabola, la strada è anche il luogo di una scelta decisiva per il sacerdote, il levita e il samaritano, i tre che passando vedono il malcapitato. Il movimento di evitamento dei primi e il movimento di compassione degli ultimi testimonia ciò che fondamentalmente li guida nel cammino (Lc 10,29-37). E poi, c’è la strada per Emmaus, dove Cleopa e il suo compagno discutono gli eventi dei giorni passati: la crocifissione di colui che credevano essere il Messia e la scoperta della tomba vuota. Un sentiero di delusione, di domande, di incontro con l’ignoto, di chiarimento che successivamente, dopo la sosta alla locanda (il pane spezzato: la comunione), addiviene viaggio di missione, per annunciare la buona novella agli altri discepoli; la strada della conversione (in latino: “rivolgimento”) da Emmaus a Gerusalemme ha tutte le caratteristiche di un cammino di fede (Lc 24,13-35). La strada traccia sempre un itinerario tra due luoghi, ma a volte è difficile trovare la propria strada tra gli incroci, le curve, le indicazioni sbagliate. Nel viaggio di Gesù non c’è nulla di tutto questo: Gesù va verso Colui che lo ha mandato. Tuttavia, il suo percorso non è un cerchio, perché dopo il suo passaggio, tutto cambia e le strade di coloro che incontra si riorientano.

L’orizzonte del cammino. L’esperienza del contatto diretto e immediato con la Parola ci porta a una nuova fede, apre l’orizzonte del cammino: non attraverso un “indottrinamento” o un “apprendimento teorico”, ma attraverso la vita. Vivere è il vero cammino, tuttavia, pretendere di battere un sentiero non tortuoso è pura illusione. Vivere non è un meccanismo automatico, istintivo. Attraversare la porta che si apre sulla vita, sulla vita in Cristo e per Cristo è un cammino quotidiano, una responsabilità da rinnovare tutti i giorni. Se vogliamo vivere autenticamente, e non sopravvivere, se vogliamo veramente andare verso la vita, Gesù ci chiede di sceglierLo. La vita non va da sé: è desiderio di “nascere dall’alto”, dall’amore di Dio, è ascoltare il battito del cuore di Cristo, è lasciare che questo battito doni ritmo al nostro quotidiano, coltivando così la nostra vera identità di discepoli (cfr. Gv 3,1-21). Nell’esperienza di ogni giorno, l’orizzonte del cammino supera ogni speranza perché è sempre avanti, tuttavia, impariamo in ascolto della Parola, che il cammino è già segnato, marcato nello spazio proposto dall’Antico Testamento e ripreso dal Vangelo di Luca attraverso la domanda che il Levita pone a Gesù sulla vita eterna e il dialogo che ne segue: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso” (Lc 10,25-27). Inoltre, nel Vangelo di Giovanni Gesù pronuncia una parola potente per la quale la via non è più solo un percorso tra due luoghi o il senso di un’esistenza. Nel capitolo 14, Gesù dice: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Si tratta di andare verso, procedere verso Dio, progredire nella ricerca del Padre. Tuttavia, l’immagine della via in questo passaggio acquista senso assoluto: “Io sono la via”. La via (“odos” dal greco), quindi, non è né un luogo né un significato ma Qualcuno. Gesù non è né la via della verità né la via della vita. Via, verità e vita costituiscono l’identità stessa di Gesù e sono legate al Padre nella cui conoscenza il credente vuole avanzare e di cui Gesù è l’unico mediatore. La via è infatti il mezzo per arrivare dove si vuole andare, anche se non si sa esattamente dove porta. Gesù è la via, così com’è la verità (davanti a Pilato nessuna altra risposta se non la sua sola presenza) e la vita, come ha mostrato a Marta, la sorella di Lazzaro (cfr. Gv 18,33-37; Gv 11). Qualcuno ha scritto che “Il futuro appartiene a colui che si identifica nella sua mèta”. Leggendo i Vangeli, scorgiamo che la presenza invisibile e silenziosa dell’Emmanuele (del “Dio con noi”) assume caratteristiche umane e trova una voce concreta. Improvvisamente tutto cambia: possiamo identificarci con la nostra mèta, vivere accompagnati da Qualcuno che porta senso, verità e speranza nella nostra vita. Il segreto di tutta l’evangelizzazione consiste nel metterci in contatto diretto e immediato con Gesù: senza di Lui, non è possibile generare nuova fede, nuove strade, nuove possibilità di riscatto.

La parola di Pietro

«Io credo che la promessa di Dio era in cammino? Io credo che il popolo di Dio, la Chiesa, è in cammino? Io credo che io sono in cammino?». E ha aggiunto: «Quando io vado a confessarmi dico, sì, tre o quattro cose che ho sbagliato», oppure «penso che quel passo che io faccio è un passo nel cammino verso la pienezza dei tempi?». Tanti santi nell’Antico testamento (come Davide) e anche dopo la venuta dello Spirito Santo (come Saulo) «hanno chiesto perdono», ma occorre comprendere che «chiedere perdono a Dio non è una cosa automatica». È, invece, «capire che sono in cammino, in un popolo in cammino e che un giorno — forse oggi, domani o fra trent’anni — mi troverò faccia a faccia con quel Signore che mai ci lascia soli, ma ci accompagna nel cammino». Occorre comprendere, dunque, che questo cammino «è la grande opera di misericordia di Dio» (Francesco, Meditazione quotidiana presso la Domus Santa Marta, 11 maggio 2017)

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