Quarta candela: La povertà di spirito

di Rocco De Pietro

Senza poveri non c’è Natale e se non si è poveri non si può comprendere il Natale. Questa affermazione, che potrebbe sembrare criptica, vaneggiante o uno slogan che chissà cosa vorrebbe propinare, si propone – senza pretese di riuscirvi –  nella sua semplicità dialettica e l’apparente banalità concettuale, di introdurre una breve riflessione sul mistero dell’incarnazione di Nostro Signore Gesù Cristo, venuto a salvare l’umanità.

Sant’Oscar Romero, Vescovo martire di El Salvador, diceva che Dio ha avuto sempre un’“opzione preferenziale per i poveri”. Nell’Antico Testamento i poveri sono i bisognosi che preferiscono servire Dio, al di sopra di ogni vantaggio economico. La povertà biblica è reale, ma trascende in una dimensione spirituale, che si contrappone in modo naturale alla ricchezza, quando essa è associata a cupidigia e ingiustizia. Il carattere sociologico del povero si tramuta in un senso più religioso come “uomo pio”, assistito da Dio che ne rovescia le sorti.

Il povero si profila e si connota per la sua condizione interiore, anche se lo stato di povertà fattuale aiuta molto a sviluppare la prima dimensione. Non è un elogio della povertà reale, ma l’espressione di una condizione interiore connessa a quella esteriore che talvolta divengono necessariamente inscindibili fino ad evolvere nel Nuovo testamento in una condizione di “beatitudine”, sorgente inesauribile di grazia. Il povero del Primo Testamento è il “protetto dal re”, da Dio, il Re giusto e prende le difese di chi non è difeso da nessuno. È l’infelice, l’affamato, l’indigente, l’umiliato e l’oppresso, colui che nel Nuovo testamento, è destinatario dell’insegnamento di Gesù “quello che avete fatto a uno di questi fratelli lo avete fatto a me!” ed è lui chediventa un “vicario di Cristo”, come ci ricorda il Cardinale Raniero Cantalamessa.

Il povero è consapevole della sua debolezza, sa di aver bisogno, è naturalmente portato a tendere la mano verso l’altro e diviene dunque agevolmente immagine di chi tende la mano verso Dio, riconoscendosi debole e bisognoso del Suo aiuto per la salvezza. Il povero possiede solo la fede in Dio, non ha altre sostanza (come i ricchi) su cui basare aspettative di autonomia, speranze di salvarsi da solo. È questo è il senso dell’espressione biblica “anawim Jhwh”, “i curvati di Dio”, coloro che non hanno altre ricchezze, altre attese o speranze al di fuori di Dio.

San Giacomo, dal canto suo, nella Lettera a lui attribuita usa parole forti nei confronti dei ricchi, difficili da trovare anche nei testi politico-ideologici più estremi: “E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! (…) il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore onnipotente” (Gc 5,1.4). La ricchezza può portare all’errata convinzione di essere bastevoli a se stessi, ma è sufficiente osservare il presente per renderci conto che non vi è certezza nei beni accumulati su questa Terra. Chi possiede e programma basando solo sulle proprie forze, senza abbinare alla propria condizione agiata, lecitamente conseguita, la gratitudine alla Provvidenza divina e guardando ai bisogni dei fratelli con carità evangelica (che è ben diversa dall’elemosinare il superfluo, magari ostentando l’azione caritatevole), è già a mani vuote, anzi è interiormente vuoto ed è già oggetto del giudizio divino.

Sin dai Padri della Chiesa siamo messi in guardia dal rischio di nascondere la mancanza di solidarietà e vera carità in un vuoto spiritualismo: “So di molti, che digiunano, che recitano preghiere, che gemono e sospirano, che praticano ogni forma di pietà che non supponga spesa, ma che non sganciano un soldo per i bisognosi. A che servirà poi tutta questa pietà? Non per questo li si ammetterà nel regno dei cieli!” (San Basilio Magno, Hom. VII, in divites). Anche Sant’Agostino ci dona indicazioni incisive: “l’umile è povero nello spirito”, “il superbo non è povero!”, e Sant’Ambrogio afferma che la prima beatitudine annunciata da Gesù, la povertà, è “madre e genitrice di tutte le virtù” e che la povertà beata è quella di essere poveri dei peccati, poveri dei vizi, facendoci imitatori appunto di Cristo: colui che, da ricco che era, si è fatto povero per noi (cfr. 2Cor 8,9).

Se il povero, poi, è colui che ha fiducia in Dio, sono i poveri lo strumento più largamente utilizzato da Dio nel disegno della salvezza.

Maria è certamente una di questi poveri. Umile ancella del Signore, silenziosa, della quale i Vangeli riportano solo poche parole, la maggior parte delle quali sono quelle del Magnificat che canta la grandezza dell’Onnipotente in un moto contrario a tutte le logiche gerarchiche di questa nostra umanità limitata: “ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, / ha rovesciato i potenti dai troni, / ha innalzato gli umili, / ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote, / ha soccorso Israele suo servo” (Lc 1, 51-54).

Gesù ribadirà questa logica costante di Dio a più riprese nella sua predicazione: la beatitudine degli ultimi, l’umiliazione di chi si esalta, prediligendo rivolgersi a pubblicani, peccatori e prostitute. Non a caso l’Angelo annuncia la nascita del Salvatore ai pastori che popolavano la regione, i quali “andarono senz’indugio” (Lc 2,16) verso la mangiatoia. I pastori nella letteratura biblica sono persone semplici, fiduciose, a cui Dio si rivela, come i patriarchi dell’Antico Testamento. Essi, però, in Israele erano anche considerati persone miserabili, poco considerati, vicini alla vita degli animali con cui vivevano a stretto contatto.

Quanto sono grandi la piccolezza e la povertà di Maria che dice “si” all’Angelo annunciatore, in una contrapposizione radicale alla progenitrice Eva! Ella infatti aveva ceduto all’ingannevole persuasione del serpente, coinvolgendo anche Adam, a mangiare dell’albero che li avrebbe resi “come dei” dando loro la conoscenza del bene e del male.

Anche Giuseppe è un altro povero, il Giusto, che da umile e pio, si fida del disegno divino, senza neanche il bisogno di dialogare e vedere un Angelo, che a lui apparirà solo in sogno, ricco com’era della “pienezza di fede che egli porta nel cuore, e che guida ogni suo pensiero ed ogni sua azione. Un silenzio grazie al quale Giuseppe, all’unisono con Maria, custodisce la Parola di Dio, conosciuta attraverso le Sacre Scritture” (cfr. Benedetto XVI, Angelus del 18 dicembre 2005).

Il Concilio, nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa, ci ricorda che: “come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni […] (Lui) «che era di condizione divina… spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo » (Fil 2,6-7) e per noi « da ricco che era si fece povero » (2 Cor 8,9), che è stato inviato dal Padre «ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito» (Lc 4,18), «a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente” (Lumen Gentium n. 8).

Guardiamo al Natale, alla venuta del Salvatore in questa logica e con queste premesse, lontani dai consumistici e banali fronzoli esteriori che diventano superflui se non abbinati all’interiorizzazione del messaggio che la Nascita di Gesù porta alle nostre esistenze, con ritrovata fiducia nel messaggio evangelico. Rinnoviamo il nostro proposito di celebrare il vero Natale del Signore, la sua essenzialità e verità. In un tempo in cui subiamo attentati continui alla nostra identità cristiana, come accaduto di recente con il tentativo dell’Unione Europea di volerne dissolvere il senso in una “anonima” festività, eradicando le tradizioni, la memoria, la poesia, oltre che il Credo di milioni di persone. Di fronte all’impellente scristianizzazione e dilagante indifferenza, la forza disarmante e trasformante del Natale risiede sempre nella sua estrema essenzialità, del Tutto che si fa frammento, dell’Infinito che entra nel finito, dell’Eterno che entra nel tempo, scegliendo la via della piccolezza, dell’umiltà e della povertà. Iniziamo a farci interpellare dalle vicende della nostra storia quotidiana e tentiamo di rispondere in coscienza sul nostro essere cristiani, e facendoci tutti, senza esclusioni, annunciatori del Vangelo nei luoghi del nostro ordinario e nella semplicità del nostro agire. Perché il “Natale” di questo Bambinello che ci viene a parlare di poveri, di perseguitati, di oppressi, di deboli, vuole essere precluso al nostro linguaggio, eliminato anche dalle corrispondenze epistolari ufficiali? A chi nuoce, a chi spaventa? Chi sono gli Erodi del terzo millennio che lo temono e perché? Siamo, noi che ci diciamo cristiani, abbastanza “poveri” per riconoscerci bisognevoli della Luce che Gesù Bambino porta nella nostra vita, o preferiamo seguire le luci irrinunciabili delle ribalte mondane che appagano solo noi stessi di una superflua “provvisorietà”? Siamo, come i pastori di Betlemme, capaci di stupirci, di fidarci e di andare “senz’indugio” verso la mangiatoia per “godere del gaudio dell’abbandono in Dio”? O le ancore incrostate di ruggine e di melma nei fondali più profondi delle nostre certezze basate sull’essere e sull’avere, sulle false utopie economiche che disgregano la nostra umanità, non ci consentono questo movimento di conversione verso la salvezza eterna? Questa emergenza sanitaria planetaria che tante vittime ha mietuto, senza distinzione di condizione sociale e che, da due anni ormai, tanto inferisce sulla nostra vita quotidiana lacerando interi comparti economici, ci ha fatto rispecchiare quali contemporanei “anawim”, “i curvati di Israele”, “piegati”, senza più certezze del domani (in senso letterale) e che è inutile accumulare ricchezze su questa terra senza solidarietà con i “poveri”, i “piccoli”, tanti amati da Dio?

E allora, ci aiutino a trovare queste risposte le parole del Venerabile Vescovo Mons. Tonino Bello: “Andiamo fino a Betlemme. È l’unico viaggio all’indietro che può farci andare avanti sulla strada della felicità. Quella felicità che stiamo inseguendo da una vita. Mettiamoci in cammino senza paura. Andiamo fino a Betlemme, come i pastori. L’importante è muoversi. Per Gesù Cristo vale la pena lasciare tutto: ve lo assicuro. E se, invece di un Dio glorioso, ci imbattiamo nella fragilità di un bambino, con tutte le connotazioni della miseria, non ci venga il dubbio di aver sbagliato percorso. Perché, da quella notte, le fasce della debolezza e la mangiatoia della povertà sono divenuti i simboli nuovi della onnipotenza di Dio. Anzi, da quel Natale, il volto spaurito degli oppressi, le membra dei sofferenti, la solitudine degli infelici, l’amarezza di tutti gli ultimi della terra, sono divenuti il luogo dove Egli continua a vivere in clandestinità. A noi il compito di cercarlo. E saremo beati se sapremo riconoscere il tempo della sua visita”.

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