Solennità di San Giuseppe 2022: custodire, educare e proteggere

di Rocco De Pietro

L’anno di San Giuseppe, indetto l’8 dicembre 2020 da Papa Francesco per celebrare il 150° anniversario della proclamazione del Patrono della Chiesa universale, ha costituito uno speciale cammino di fede e ci ha dato la grazia di poter vivere, attraverso la fioritura di iniziative pastorali, catechetiche ed editoriali, una profonda riscoperta della levatura teologica legata alla figura del “padre di Gesù”. Subito dopo la conclusione di quest’anno di grazia, dunque, nella festa di San Giuseppe, sposo della Beata Vergine Maria, possiamo guardare a questa figura di Santità con “una rinnovata attualità per la Chiesa del nostro tempo, in relazione al nuovo millennio cristiano”, come aveva  profeticamente affermato San Giovanni Paolo II (Es. Ap. Redemptoris Custos,15 Agosto 1989, n. 32).

È necessario guardare a Giuseppe, il giusto, come un uomo in pieno vigore fisico, svestendolo dei panni dell’anziano raffigurato nelle tradizionali iconografie. Un carpentiere, che svolgeva un’arte strettamente collegata con l’edilizia, il quale stabilisce la propria famiglia a Nazaret, piccolo villaggio che all’epoca contava poche centinaia di abitanti, ma assai vicina a Zippori che offriva ampie possibilità di lavoro, giacché fervevano grandiosi lavori di ricostruzione ordinati dal Tetrarca dell’epoca che ne avrebbe fatto la sua capitale. Alcuni studiosi sostengono, infatti, che Gesù, del quale poco o nulla sappiamo dalla sua infanzia sino alla sua vita pubblica, avrebbe lavorato proprio a Zippori con suo padre Giuseppe. Poco o nulla sappiamo anche di Giuseppe, tranne che era un uomo“giusto”. Tanto ci basta per inquadrarlo come pio israelita che medita e conosce le Scritture, consapevole della promessa messianica. Egli avrà certamente avuto ben presente come vi era sempre stato l’intervento di Dio nella nascita delle persone da Lui scelte, come per Abramo, Isacco e Samuele, in questo caso, però, il ruolo maschile è sostituito dallo Spirito Santo. La storia di Israele sapeva che Dio era intervenuto nella procreazione, avvalendosi però sempre della natura umana e, dunque, un concepimento di Spirito aveva ingenerato una naturale reazione di disorientamento in Giuseppe alla notizia che Maria aspettava un figlio, senza coinvolgimento fisico con alcun uomo; ma ecco quello che numerosi ed autorevoli autori definiscono “l’annuncio a Giuseppe”: l’angelo inviato da Dio gli svela come è avvenuto il mistero dell’incarnazione del Figlio. Giuseppe, dunque, in una dinamica seconda rispetto a Maria, ma non secondaria, riceve anch’egli l’annuncio di quel progetto di Dio su di lui nella storia della salvezza. E il “non temere” rivolto dall’angelo a Giuseppe non può essere liquidato semplicisticamente come una rassicurazione divina rivolta ad un canuto falegname di uno sconosciuto villaggio di poche anime, di prendere con se la donna sua promessa sposa, in ragionevole sospetto di adulterio. Il“timore” di Giuseppe, sul quale lo rassicura l’angelo, ha la portata della presa di coscienza dell’altezza del compito a cui egli è chiamato. A tal proposito San Bernardo da Chiaravalle accosta mirabilmente la volontà di Giuseppe di voler lasciare Maria, a quella di Pietro quando voleva allontanare da sè il Signore dicendogli “allontanati …perché sono un uomo peccatore” (cf. Lc 5,8),  e a quella del centurione quando dice al Signore “io non sono degno che tu entri sotto al mio tetto” (cf. Lc 7,9). Giuseppe ebbe timore della grandezza e della profondità del mistero nel quale era stato coinvolto (cf.  San Bernardo da Chiaravalle – Omelia Sermo 2, Super Missus Est).

In un inno del rito siro-occidentale denominato “Rivelazione a Giuseppe”, si ritrova un dialogo dai toni accesi e aspri tra Maria e Giuseppe in ordine al concepimento di Gesù. Negli ultimi versi del componimento viene descritto l’interevento del ministro del Signore: un angelo arrivò a Giuseppe mentre dormiva rivelandogli come il mistero fosse accaduto. Giuseppe si alzò e si inginocchiò davanti a Maria: “il giusto si stupì della ragazza, la onorò come vergine”, poi Giuseppe ringraziò il Signore perché “la parola è venuta ad abitare nella Vergine” per “salvare Adamo”, ovvero tutta l’umanità. Senza voler oltremodo entrare nella trama teologica che nella Scrittura si intesse attorno alla grandiosa figura di San Giuseppe, svincolandolo dalla riduttiva dimensione che gli ha cucito addosso la tradizione e la legenda, ci basti meditare che la sapienza di Dio non avrebbe affidato la custodia del Suo Figlio, incarnato per il disegno salvifico e di sua Madre, se non ad un uomo capace di dedicarsi con amore al compito che gli è stato dato: custodire, educare, proteggere la famiglia che Dio gli ha affidato, oltre che dare a Gesù l’identità legale che lo caratterizza come “figlio di Davide” e dunque manifestare anche in questo la sua identità messianica.

Il teologo francese René Voillaume (1905-2003), d’altronde, definì“orribile” il termine che indica Giuseppe come padre “putativo” di Gesù a cui noi siamo, invece, tanto abituati. Il termine in sè, che peraltro non appare nei vangeli, significa “presunto”, “apparente”, invece Gesù è il figlio di Giuseppe, e quando da bambino viene ritrovato nel Tempio Maria dice “tuo padre e io…”

Un aforisma dice che “la Bibbia è la storia di una santità piuttosto che la santità della storia”, e dunque cosa dice la santità di Giuseppe alla nostra generazione, all’uomo di oggi, nella storia di oggi? Giuseppe ci insegna a coniugare fede, amore, obbedienza, fiducia in Dio, che solo possiamo trovare abbeverandoci lungo i corsi d’acqua della Parola di Dio, come “i giusti” (cf. Sal. 1). Ci insegna a mettere a disposizione di Dio la nostra vita perché possiamo essere partecipi al disegno che Egli ha su di noi, senza opporre resistenza, anche quando il compito a cui siamo chiamati è solo a giovamento degli altri, perché l’amore vero è gratuito. Ci insegna a custodire, educare e proteggere, tutto ciò che ci è affidato, andando oltre gli schemi umani. Custodire e difendere la famiglia come luogo teologico dell’alleanza pattizia tra uomo e donna costitutiva del progetto procreativo-creazionale, dove vi è fedeltà nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia, quella famiglia che oggi subisce le insidie della cultura del nostro tempo. E se siamo custodi di tutto ciò che Dio ci ha donato, Giuseppe ci insegna anche a custodire il creato che Dio ci ha affidato per abitarlo e curarlo come un giardino, casa comune dell’umanità. Giuseppe ci illumina su come educare alla fede, esattamente come egli e Maria fecero con Gesù presentandolo al Tempio, andando a Gerusalemme e nella Sinagoga al sabato (“secondo il suo solito”, cf. Lc 4,16). Coltivare la nostra interiorità e quella dei nostri ragazzi, non necessariamente nostri figli, non è un accessorio secondario al parco giochi, alla palestra o alla scuola calcio. La Domenica va santificata mettendo al primo posto il tempo necessario alla partecipazione alla celebrazione eucaristica, non la passeggiata al parco o il giro al centro commerciale, che pure è necessario e bello fare. San Giuseppe ci insegna a proteggere ciò che il Signore ci ha affidato nella nostra vita, soprattutto i valori alti della fede, nutrire la speranza e l’esercizio della carità, guardando a Dio che troviamo in immagine e somiglianza nel nostro prossimo. Tra i verbi che nel vangelo sono utilizzati nei pochi passi dove si parla di Giuseppe troviamo “si alzò” e “fece”, indicativi entrambi di un dinamismo corporeo, concreto, fattivo, che Giuseppe dimostra anche nei suoi faticosi viaggi verso Betlemme, Gerusalemme e l’Egitto. Giuseppe insegni a noi uomini storditi dal ritmo sfrenato del quotidiano, che non lascia spazio per coltivare la nostra intimità col Padre Celeste, che è sempre più urgente “alzarci” ed incamminarci sulla via che conduce alla Verità e “fare” la Sua volontà. Compiamo la nostra opera per tempo ed Egli a suo tempo ci ricompenserà (cf. Sir 51,30).

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