Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 10,27-30)

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Commento

I quattro versetti che la liturgia della Chiesa ci dona per questa IV domenica di Pasqua, la cosiddetta “Domenica del Buon Pastore”, sono una vera e propria perla luminosa per la nostra contemplazione. Questo passo breve e intenso si può leggere in due prospettive complementari: dal basso verso l’alto, seguendo la stessa struttura del testo, ossia con uno sguardo che dalle pecore conduce al cuore di Dio, oppure dall’alto verso il basso, contemplando il cuore della Trinità, da cui scaturisce ogni azione che ha per destinatarie le pecore. Noi scegliamo la seconda possibilità, partendo proprio dal versetto finale, che rappresenta un po’ il culmine di questo passaggio. È come uno squarcio aperto nel cielo, perché ci fa gettare lo sguardo nel cuore stesso del Mistero dell’Amore trinitario, dove Gesù e il Padre sono unum, unità inscindibile. Da questa unità intratrinitaria, l’amore provvido e protettivo del Padre, per mezzo di Gesù si diffonde su tutte le creature, specialmente sull’umanità e sui discepoli, che sono consegnati nelle mani del Figlio e che nessuno può sottrarre alla sicurezza di quest’ombra divina. È un’immagine fortemente consolante, quando ci si sente minacciati sotto vari fronti dalle incertezze di questo nostro mondo in subbuglio. Non si tratta certamente di un concetto astratto e disincarnato, ma è attraverso l’offerta della propria vita nel mistero pasquale, che Gesù dona loro la vita eterna, ossia la vita divina che Egli condivide con il Padre e di cui rende partecipi le sue pecore. Esse, diventando un unico gregge attorno a Lui, sperimentano la stessa unità che sussiste tra il Padre e Gesù, senza che nulla e nessuno possa allontanarle da tale presenza. Il Figlio, l’Inviato del Padre, costruisce con le sue pecore un rapporto unico, perché il Padre le ha affidate a Lui: esse ascoltano la sua voce, ossia si lasciano guidare dalla sua Parola; lui le conosce personalmente, ossia le ama in modo unico e totalizzante; esse lo seguono con fiducia, perché sanno che Lui è la fonte della vita e del bene. Ciascuno di noi, in questa domenica, è invitato a riflettere su questi tre aspetti: come ascolto il Signore nella mia quotidianità, so distinguere la sua voce fra i tanti rumori che rimbombano attorno a me? Sono consapevole di essere destinatario di una conoscenza e di un amore totalizzanti da parte del Signore, che mi rendono unico e irripetibile? Se ho scoperto questo amore vero nella mia vita, l’amore di Dio, oriento la mia vita verso di Lui, seguendolo con fedeltà?

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

Gesù, il buon pastore, dice di sé che conosce i suoi. Essere conosciuti da Gesù significa la nostra beatitudine, la nostra comunione con lui. Gesù conosce solo coloro che ama, coloro che gli appartengono, i suoi (2 Tm 2,19). Ci conosce nella nostra qualità di perduti, di peccatori, che hanno bisogno della sua grazia e la ricevono, e al tempo stesso ci conosce come sue pecore. Nella misura in cui ci sappiamo da lui conosciuti e da lui soltanto, egli si da a conoscere a noi, e noi lo conosciamo come colui a cui solo apparteniamo in eterno (Gal 4,9; 1 Cor 8,3). II buon pastore conosce le sue pecore e solamente esse, perché gli appartengono. Il buon pastore, e lui soltanto, conosce le sue pecore, perché lui solo sa chi gli appartiene per l’eternità. Conoscere Cristo significa conoscere la sua volontà per noi e con noi, e farla; significa amare Dio e i fratelli ( 1 Gv 4,7s.; 4,20). È la beatitudine del Padre riconoscere il Figlio come figlio, ed è la beatitudine del Figlio riconoscere il Padre come padre. Questo riconoscersi reciprocamente è amore, è comunione. Ugualmente, è la beatitudine del Salvatore riconoscere il peccatore quale sua proprietà acquistata, ed è la beatitudine del peccatore riconoscere Gesù quale suo Salvatore. Per il fatto che Gesù è legato al Padre (e ai suoi) da una tale comunione di amore e di conoscenza reciproca, per questo il buon pastore può deporre la propria vita per le pecore e acquistarsi così il gregge quale sua proprietà per tutta l’eternità (D. BONHOEFFER, Memoria e fedeltà, Magnano, 1979, 163s.).

Preghiera per le vocazioni sacerdotali

Signore Gesù, guida e pastore del tuo popolo,
tu hai chiamato nella Chiesa
San Giovanni Maria Vianney,
curato d’Ars, come tuo servo.
Sii benedetto per la santità della sua vita
e l’ammirabile fecondità del suo ministero.
Con la sua perseveranza
egli ha superato tutti gli ostacoli
nel cammino del sacerdozio.
Prete autentico,
attingeva dalla Celebrazione Eucaristica
e dall’adorazione silenziosa
l’ardore della sua carità pastorale
e la vitalità del suo zelo apostolico.
Per sua intercessione:
Tocca il cuore dei giovani
perché trovino nel suo esempio di vita
lo slancio per seguirti con lo stesso coraggio,
senza guardare indietro.
Rinnova il cuore dei preti
perché si donino con fervore e profondità
e sappiano fondare l’unità delle loro comunità
sull’Eucaristia, il perdono e l’amore reciproco.
Fortifica le famiglie cristiane
perché sostengano quei figli che tu hai chiamato.
Anche oggi, Signore, manda operai alla tua messe,
perché sia accolta la sfida evangelica del nostro tempo.
Siano numerosi i giovani che sanno fare
della loro vita un «ti amo» a servizio dei fratelli,
proprio come San Giovanni Maria Vianney.
Ascoltaci, o Signore, Pastore per l’eternità. Amen.

(Mons. Guy Bagnard, vescovo di Belley-Ars).

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