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Sono nato a Maratea (PZ), 33 anni fa.. sacerdote della Diocesi di Tursi-Lagonegro

XXVI domenica del T.O./C: Vera ricchezza e vera povertà

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 16,19-31)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

Commento

È sempre impressionante rivedere come questa parabola, presente solo nel Vangelo di Luca, presenti uno sconvolgimento delle percezioni umane al cospetto di Dio. Un uomo ricco, importante, noto, sempre sul pezzo, alla moda e come si direbbe oggi  “cool”, davanti a Dio è un anonimo qualunque. Un povero, invece, invisibile, oggetto di indifferenza e di disprezzo da parte di chi cavalca l’onda del mondo, ha un nome così parlante: Lazzaro, “Dio che soccorre”. Ed infatti, dove l’uomo ha mostrato tutta la propria indifferenza egoistica e distratta, servendosi dei beni terreni solo per soddisfare i propri bisogni, senza pensare agli altri, Dio è intervenuto per soccorrerlo e dargli il dono più importante: l’eterna felicità in cielo, nel seno di Abramo. Il messaggio del Vangelo è chiaro: non sono la povertà o la ricchezza in sè ad essere motivo di salvezza o di perdizione, ma l’atteggiamento del cuore di fronte ad esse. Possono esserci ricchi altruisti e generosi, che sanno condividere quello che hanno, poveri nello spirito, capaci di accorgersi dell’altro e usare dei propri beni per realizzare il bene e alleviare le sofferenze dei fratelli, oppure anche poveri, che ricchi di orgoglio, fanno della loro condizione un motivo di frustrazione, seminando odio, vivendo nell’amarezza e nell’invidia perenne verso Dio e i fratelli, spargendo disordine e violenza. La povertà, in un mondo creato da Dio per il bene di tutta l’umanità non dovrebbe esistere, perché tutto dovrebbe essere ben distribuito, senza squilibri e differenze. Le circostanze della vita, della storia e della società, attraverso il peccato e la cupidigia, hanno portato a questo squilibrio del piano voluto da Dio, per questo noi non possiamo cessare di lottare ogni giorno per l’uguaglianza e la condivisione di beni e diritti ad ogni latitudine e condizione, in quello che è nelle nostre facoltà. Lo sguardo del Vangelo pero’ va ben oltre le semplici rivendicazioni sociali e ci esorta a vigilare costantemente sul nostro atteggiamento interiore, sapendo che la vita terrena non è infinita ed eterna, ma è solo l’anticamera della vera vita, quella senza fine, dove trionferà la giustizia e l’equità. San Paolo ci esorta con parole forti: “il tempo ormai si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che comprano, (vivano) come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!” (1Cor 7,29.30-31). Già l’antica legge, Mosè e i profeti, contengono questo insegnamento: l’amore verso Dio e il prossimo ne è il compendio. Non può esserci spazio per l’indifferenza verso chi ha bisogno, mai! Su questo si inserisce la Parola di Cristo, che reca al compimento: con la sua morte e resurrezione, Egli ci apre la vita eterna, perché in Lui, Dio è venuto a soccorrere l’umanità dall’indifferenza e dal peccato, insegnandoci la vera misericordia, che è la chiave della salvezza.

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

«Avere dei soldi non è un male, ma vendere il proprio cuore al denaro è una tragedia, perché, ovunque sia il vostro tesoro, lì sarà anche il vostro cuore. Se date il vostro cuore alle cose di questo mondo, presto inizierete a competere con gli altri per ottenere tutto il possibile. Incomincerete ad accendere la candela ad entrambe le estremità pur di avere sempre di più. Questa è la strada giusta se volete farvi venire la pressione alta e l’ulcera, se volete diventare ansiosi e depressi. Se scegliete di percorrere questa strada, finirete per essere tentati di ingannare, raggirare e scendere a compromessi con la vostra integrità, pur di fare del “denaro facile” o di concludere un “grande affare”» […]. La conclusione è la seguente: non posso pronunciare il mio «sì» d’amore in risposta all’invito di Dio senza pronunciare un «sì» d’amore agli altri; mi è impossibile amare Dio senza amare gli altri, così come agli altri è impossibile amare Dio senza amare me» (J. POWELL, Perché ho paura di essere pienamente me stesso, Milano, Gribaudi, 2002, 89-90).

Preghiera

Signore, abbiamo compreso con la parola tagliente e vera, che oggi ci hai donato, che l’essenziale della vita non è confessarti a parole, ma praticare l’amore concreto per i poveri e per quelli che sono stati favoriti dalla vita. Questo significa fare la volontà del Padre tuo, vivere di te, forse anche da parte di coloro che non ti conoscono bene. Signore Gesù, tu ti identifichi con i perseguitati, con i poveri, con i deboli. Tu ci hai dato un esempio chiaro di vita, che hai racchiuso nel vangelo e specie nelle beatitudini pronunciate sul Monte.
Il segno che è arrivato il tuo regno si trova nel fatto che in te l’amore concreto di Dio raggiunge i poveri, gli emarginati, non a causa dei loro meriti, bensì in ragione stessa della loro condizione d’esclusi, d’oppressi, perché tu sei dio e perché questi che sono considerati ultimi sono i primi “clienti” tuoi e del Padre tuo.
Aiutaci, Signore, a capire che trascurare quest’amore concreto per i poveri, i forestieri, i prigionieri, coloro che sono nudi o che hanno fame, significa non vivere secondo la fede del regno ed escluderli dalla sua logica. Mancare all’amore è rinnegare te, perché i poveri sono tuoi fratelli e lo sono appunto a motivo della loro povertà.
Facci capire fino in fondo che essi sono il luogo privilegiato della tua presenza e di quella del Padre tuo celeste.

XXV domenica del T.O.: Denaro, strumento o idolo?

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 16,1-13)

In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Commento

La vita terrena rappresenta un tempo di prova, di allenamento, in cui, come in una palestra, Dio ci affida degli esercizi per preparaci a qualcosa di più grande. Tra gli esercizi terreni rientra anche l’uso delle ricchezze di questo mondo, importanti per vivere, per avere il sostentamento quotidiano e una vita dignitosa, ma anche un preziosissimo strumento per crescere nell’amore verso Dio e il prossimo, per prepararci all’incontro con l’Amore infinito di Dio nell’eternità. Attraverso la parabola dell’amministratore astuto, sollevato dal suo incarico per malversazione, Gesù – sottolineando la sua astuzia e non certamente lodando la sua disonestà – ci offre un insegnamento sul modo corretto di usare dei beni di questo mondo. Essi, come ben compreso dall’uomo astuto, sono strumenti da usare per guadagnare cose ben più importanti: l’amministratore ha bisogno di farsi amici per poter continuare a vivere, quando non potrà più avere le mani in pasta. Allo stesso modo, anche noi, utilizzando saggiamente dei beni di questo mondo, dovremmo trasformarli sempre in strumenti di carità verso i nostri fratelli, per dar gloria a Dio nell’amore, piuttosto che scivolare in quella pericolosissima idolatria, con cui finiremmo per adorare “mammona” e non Lui. Questa fedeltà da esercitare nelle piccole cose di questo mondo, che come nebbia al sole sono destinate a svanire, rappresenta l’occasione di servizio vero a Dio e al prossimo e ci prepara ad ottenere la ricchezza vera, quella dell’amore e della felicità eterna con Dio, che ci appartengono davvero e che nessuno potrà mai portarci via, per l’eternità. Impariamo, allora, a chiederci sempre: Io da che parte sto? Mi servo delle cose di questo mondo, oppure servo le cose di questo mondo, come idoli?

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

La ricchezza
Pensiamo all’episodio emblematico del giovane ricco che non riesce a staccarsi dal fasto del suo palazzo per seguire Cristo (Matteo 19,16-26). La frase paradossale che suggella quell’evento è netta: «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli». Luca, che è l’evangelista dei poveri, offre un intero brano centrato sulla ricchezza «disonesta e iniqua» (16,1 -13). In esso ricorre al termine mammona per definire quei tesori materiali che occupano cuore e vita dell’uomo. Si tratta di un vocabolo aramaico che indica i beni concreti, ma che contiene al suo interno la stessa radice verbale della parola amen, che denota la fede. La ricchezza diventa, quindi, un idolo che si oppone al Dio vivente e la scelta del discepolo dev’essere netta: «Non potete servire a Dio e a mammona». Eppure questo non significa un masochismo pauperista. Gesù si preoccupa dei miseri e invita a sostenerli coi propri mezzi come fa il Buon Samaritano nella celebre parabola. La ricchezza può diventare una via di salvezza se è investita per i poveri: «Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma» (Lc 12,33) (Gianfranco Ravasi, La “ricchezza” in «Famiglia cristiana» (2006) 40,131).


I privilegi come debiti
La miseria impedisce di essere uomini. La povertà come la concepisce il Vangelo non è per tutti quella di S. Francesco d’Assisi, che abbandonò tutto. Un direttore di azienda può essere povero secondo il Vangelo se ha coscienza che tutti i privilegi sono un debito. Non è obbligato a proporsi l’ideale di lasciare tutto, ma di fare il suo mestiere, di operare affinché ci sia lavoro e salario giusto per tutti. Se vive con questo pensiero, egli è povero secondo il Vangelo (Abbè Pierre).

Preghiera
Signore, quando credo che il mio cuore sia straripante d’amore e mi accorgo, in un momento di onestà, di amare me stesso nella persona amata, liberami da me stesso. Signore, quando credo di aver dato tutto quello che ho da dare e mi accorgo, in un momento di onestà, che sono io a ricevere, liberami da me stesso. Signore, quando mi sono convinto di essere povero e mi accorgo, in un momento di onestà, di essere ricco di orgoglio e di invidia, liberami da me stesso. E, Signore, quando il regno dei cieli si confonde falsamente con i regni di questo mondo, fa’ che io trovi felicità e conforto solo in Te

(Madre Teresa di Calcutta).

XXIV domenica del T.O./C: Eterna è la sua misericordia

Dal vangelo secondo Luca (Lc 15,1-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Commento

Lo splendido trittico che San Luca ci presenta nel capitolo 15 del suo Vangelo, attraverso le tre parabole della misericordia, è stato saggiamente definito da qualcuno come “il Vangelo nel Vangelo”. Ed è proprio vero! Il cuore dell’annuncio cristiano sta tutto nell’amore misericordioso di Dio, che, mentre eravamo ancora peccatori, ha mandato il suo unico Figlio per salvarci (cfr. Rm 5,6). Questo amore sovrabbondante di Dio, che supera ogni merito e umana considerazione, è pienamente descritto attraverso questi tre racconti sotto forma di parabole. I primi versetti ci aiutano a comprendere il senso del messaggio: i farisei e gli scribi, detentori della giustizia legale, non accettano che questo Rabbi possa permettere che pubblicani e peccatori, “ingiusti” per eccellenza, gli ronzino attorno. Gesù – attraverso il linguaggio semplice ed espressivo delle parabole – dà a loro e a noi una lezione eterna, come “eterna è la sua misericordia” (Sal 135,1). Prima il Maestro ci presenta un pastore che è disposto a lasciare le sue novantanove pecore, per cercare quella perduta. Chi lo farebbe? Nessuno, se non Dio solo. Per Lui una sola anima, vale tutta l’umanità! Noi, invece, facciamo spesso questioni di numeri. Poi ci presenta la figura di questa donna paziente e coscienziosa, che per ritrovare una delle dieci monete che ha perduto, è disposta ad ispezionare tutto il pavimento sabbioso della sua casa con pazienza e fatica, pur di ritrovarla. Chi lo farebbe? Nessuno, in verità, se non Dio solo. Egli, infatti, non prende pace, finché tutti i suoi figli non sono al sicuro nel tesoro del suo cuore. Più che un commento, poi, la terza parabola, quella del Padre misericordioso, meriterebbe solo di essere contemplata, cercandovi la propria collocazione. Chi siamo? Il figlio che si allontana? Purtroppo molto spesso, quando presi dal vortice del peccato, delle fatue illusioni del mondo o dalla cecità del nostro orgoglio, rinneghiamo l’amore della casa paterna. È questo il senso del peccato. Siamo forse il figlio che rimane? Capita spesso anche questo, quando irrigiditi sui nostri schemi, vediamo in Dio piuttosto un padrone, che un Padre. La certezza in ogni caso sta tutta in quello sguardo paziente e instancabile del Padre che ci attende, sperando in ogni nostro piccolo passo indietro sulla strada di casa, quando siamo il figlio minore, oppure che esce a supplicarci, perché vincendo le nostre durezze e rigidità, possiamo entrare a far festa con Lui, riscoprendo che il suo amore è sempre fedele.

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

Tutta la pesante zavorra di negatività che hanno messo sulle mie spalle ha provocato in me una condizione di dolore alle volte difficilmente sopportabile, ma è stato proprio grazie a quella zavorra che ho potuto diventare quella che sono. Se sono una persona mite, è perché so di poter essere anche estremamente violenta. Se sono coraggiosa, è solo perché il mio sentimento predominante è la paura. Se so scrivere storie che toccano il cuore di molti, è perché il mio cuore è costantemente aperto e pronto ad accogliere le inquietudini, le contraddizioni e le sofferenze del mondo. Vivere è un continuo cammino di trasformazione, è questo il segno dell’uomo. Gli animali vivono immersi in un’innocente circolarità, noi invece siamo sempre spinti ad andare avanti, a capire i nostri errori e i nostri difetti e saperli trasformare in pregi. Lottare perché la Luce conquisti sempre più spazio in noi, sottraendo al buio, è il compito che attende ogni persona che si metta alla ricerca della vera libertà. Non avrei potuto, infatti, affrontare questa straordinaria avventura se i miei genitori non mi avessero dato il dono della vita, per questo sarò loro eternamente grata (Susanna TAMARO, Ogni angelo è tremendo, Bompiani, Milano, 2013, 264-265).

Preghiera

Sono io, questo figlio, che batte i pugni per avere l’eredità,
questo figlio che sbatte la porta di casa,
questo figlio che si sente soffocare dall’amore del Padre,
perché vuol fare di testa sua, lanciarsi per sentieri nuovi,
compiere esperienze inebrianti.
Sono io, questo figlio,
che dopo la breve euforia si ritrova senza amici e senza pane,
con un buco perenne nello stomaco, con i vestiti laceri e sporchi,
costretto a mendicare un lavoro, qualsiasi lavoro per tirare avanti.
Sono io questo figlio,
che decide di tornare a casa, più per fame che per amore,
più per avere pane che per ritrovare un Padre.
Sono io, questo figlio che prepara il discorsetto,
che inarca le spalle per reggere al peggio,
che si aspetta di essere umiliato e svergognato.
Sono io, questo figlio,
che Dio, tuo Padre, vede da lontano,
questo figlio a cui corre incontro,
questo figlio che stringe tra le sue braccia,
questo figlio che riveste di tutto punto,
questo figlio che entra, stordito,
nella sala della festa.
Sono io, questo figlio,
che non crede ai suoi occhi
Perché l’amore del Padre tuo
È una sorgente inesauribile
di gioia e di misericordia.
(Roberto Laurita)

XXIII domenica del T.O./C: Le esigenze del discepolato

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 14,25-33)

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Commento

Rivolgendosi alla numerosa folla che gli si accalcava attorno, Gesù in questo passaggio evangelico chiama alla vera e autentica relazione con Lui, quella del discepolato. Tanti si accostano a Lui per curiosità, perchè hanno subito il fascino delle sue parole, o forse ancora di più, perchè ne hanno visto miracoli e prodigi. Gesù, però, deve parlare chiaro: i requisiti del discepolato sono ben più profondi e radicali. Essere discepoli, è bene chiarirlo subito, non è solo prerogativa di chi è chiamato ad una vocazione speciale, come quella dei consacrati o dei sacerdoti, ma è la misura della vita di ogni cristiano battezzato. Per Gesù non è sufficiente che i numeri attorno a lui siano elevati. Egli, piuttosto, mira alla qualità di una relazione profonda, fatta di un amore nei suoi confronti che superi persino quello dei legami familiari più stretti e la nostra stessa vita. È evidente che l’intento di Gesù non è quello di promuovere la mancanza di rispetto ai propri genitori, al proprio coniuge, ai propri figli o alla propria vita, ma vuole insegnarci quel sano relativismo di chi legge tutti gli aspetti della propria vita, da quelli personali a quelli relazionali, sempre alla luce dell’amicizia con Lui. Nulla e nessuno, in altre parole, per quanto possa essere importante, può mai ostacolare il nostro discepolato. Fatta questa premessa, Gesù aggiunge un altro elemento: la croce. Senza croce non c’è discepolato, perchè senza croce non c’è Cristo. Tanti sono disposti ad accettare un Gesù e un cristianesimo senza la croce, ma quanti invece sono pronti ad accettare Cristo Crocifisso, “scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani” (1Cor 1,23)? Gesù ci ricorda oggi che un Cristo e un cristianesimo senza croce non esistono! Le esigenze presentate dal Maestro per i suoi discepoli sono impegnative. Per tale ragione, prima di coinvolgersi in una così profonda relazione, è assolutamente necessario misurare le proprie forze e la proprie capacità spirituali: lo voglio davvero? Se queste sono le premesse e i requisiti, posso farcela? Questo particolare tipo di considerazione, che se siamo onesti, deve portarci a riconoscere tutta la nostra fragilità e inconsistenza di fronte alle grandi esigenze del Regno di Dio, non può però impedirci di accettare la sfida se confidiamo nella sua grazia. Il cristianesimo, infatti, prima di essere uno sforzo umano, è un avvenimento di grazia, in cui Dio stesso ci dona i mezzi, specialmente mediante la Parola e i Sacramenti per vivere con coerenza la nostra identità e missione cristiana. Ci fa sempre bene ricordare quell’espressione attribuita a Sant’Ignazio di Loyola, che recita: “Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo poi che in realtà tutto dipende da Dio” (cfr Pedro de Ribadeneira, Vita di S. Ignazio di Loyola).

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

Donarsi a tutti non appartenendo a nessuno

Il sacerdote deve amare tutti non appartenendo a nessuno. Un modo di sentire che non rientra nella percezione comune. Si tratta di amore che prevede di darsi senza ricevere un amore simmetrico, perché la mercede egli la ottiene non dall’amore umano ma da quello divino. Sembra una scissione innaturale dell’amore, che prevede nella dinamica umana la partecipazione simultanea. Io ti amo perché mi ami, e sento di doverti amare sempre più, perché tu possa voler bene ancora di più. Quello del sacerdote è invece un amore gratuito, che manca della parte che proviene dall’altro. E per questo egli giunge ad amare anche chi non lo ama, chi lo ignora, persino chi lo detesta. Si tratta di un paradosso che però è ben rappresentato nella figura di Cristo, che non solo ha detto di amare anche i nemici e di perdonare chi ci ha procurato danno e dolore, ma addirittura di porgere l’altra guancia per essere pronti a ricevere un altro affronto, un’altra mortificazione. Del danno ingiustamente subito si offre il pieno perdono e la totale comprensione fino a stabilire che la violenza non fa parte mai della risposta del sacerdote, perché egli non fa altro che imitare Cristo, che così ha detto e così ha mostrato di fare. […] Non vi è dubbio che questa condizione d’amore è difficile, ma il sacerdote è anche consapevole di potersi fondare sulla forza di un amore ideale, di un amore verso Dio. La parola “ideale” è probabile che sia inadatta, ma interpreta il concetto psicologico di sublimazione dell’amore in idee e in immagini astratte e dunque il trasferimento di un amore carnale in uno puramente spirituale, si potrebbe dire platonico. Una dimensione che nel sacerdote raggiunge però espressioni concrete (incarnate), perché il Dio a cui si lega, parla, quel Dio è presente, quel Dio vive con lui quotidianamente. È importante che tutto ciò sia reale e non una congettura, non uno spostamento, non solo una sublimazione, che rimanderebbe sempre al problema della mancanza d’amore umano. I meccanismi di difesa non permettono mai di risolvere il bisogno d’amore di cui il sacerdote deve essere consapevole, ma anche esperimentare che l’amore che riceve dalla comunità e da Dio valgono la rinuncia insita nella scelta sacerdotale. Del resto Cristo ha mostrato di essersi dedicato tutto all’amore per gli uomini sostenuto dall’amore grandissimo del Padre

(V. ANDREOLI, Preti, Milano, Piemme, 2009, 82-83; 86).

Preghiera

Signore Gesù, eccoci!
Senza armi, senza risorse,
senza eserciti…
Poveri di tutto, ma ricchi
della voglia di venire con te,
di camminare dietro te,
per imparare le tue vie,
per mettere i nostri piedi
suoi tuoi piedi,
per inaugurare con te
vie di salvezza.
Insegnami ad amare
ciò che ami tu,
a privilegiare coloro
che anche tu hai privilegiato,
a scegliere ciò che tu hai scelto,
a fare della croce,
del limite, della notte
un’aurora di redenzione.
Amen.

XXII domenica del T.O./C: Umiltà e gratuità

Dal vangelo secondo Luca (Lc 14,1.7-14)

Avvenne che un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo.Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cèdigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti». 

Commento

Umiltà e gratuità: sono queste le due parole chiave del messaggio che ricaviamo da questa pagina del Vangelo di Luca; due atteggiamenti che Gesù propone nel corso di un banchetto organizzato a casa di uno dei capi dei farisei, prendendo spunto da quello che accadeva attorno a lui. Quel banchetto rappresenta bene le dinamiche della nostra società: oggi, come allora, i più corrono per i primi posti, sgomitando per ottenere visibilità, influenza e successo. La proposta di Gesù è controcorrente e impopolare: la via dell’umiltà consiste  nel considerare sempre gli altri superiori a se stessi, come ci ricorda San Paolo (cf. Fil 2,3). Per far questo, bisogna vincere la tentazione umana di scegliere i primi e migliori posti, per lasciare a Dio la possibilità di darci il posto che lui ha pensato per ciascuno di noi. La vera umiltà, infatti, consiste nel porsi in maniera veritiera davanti a Lui e davanti a noi stessi, riconoscendo effettivamente chi siamo. Questo ci dà la consapevolezza di quali siano i doni ricevuti, con riconoscenza, ma anche delle nostre mancanze e inconsistenze. In tal modo non ci sopravvaluteremo, finendo in quegli atteggiamenti goffi ed egocentrici di cui noi esseri umani siamo capaci. La vera umiltà edifica la comunità, libera dai conflitti e dalle frustrazioni e permette di far fiorire i diversi carismi di ciascuno in maniera armonica, senza eccessi e senza stonature. L’altro insegnamento, poi, che si ricava da questa pagina, come si accennava sopra, è la gratuità. Indirizzandosi direttamente a colui che lo aveva invitato, gli ricorda la bellezza del dono senza aspettative. Anche questo messaggio è fortemente stridente con la cultura che viviamo, dove l’interesse e il profitto hanno spesso la precedenza su tutto. Troppo frequentemente nelle nostre azioni e nelle nostre relazioni ci aspettiamo qualcosa in cambio dagli altri. Anche in questo caso, se imparassimo, come Gesù, a dare gratuitamente, perché in fondo noi stessi abbiamo ricevuto gratuitamente, si eviterebbero tanti conflitti, delusioni e frustrazioni. Quando compiamo un’azione, interagiamo con una persona, oppure iniziamo un progetto nuovo, prima di chiederci “cosa ci guadagno?”, chiediamoci “cosa posso metterci del mio?”. Sicuramente quello che otterremo, senza aspettarcelo, sarà molto di più di quanto vi abbiamo impiegato di nostro. Questa ricompensa, però, non è affare di questa vita, ma dell’eternità.

XXI domenica del T.O./C: Lottare per la vera vita

Dal vangelo secondo Luca (Lc 13,22-30)

In quel tempo, Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi».

Commento

Come accade spesso, anche nel brano di questa domenica, l’insegnamento di Gesù prende avvio da una domanda che gli viene rivolta, relativa alla quantità di coloro che si salvano, di coloro che sono ammessi alla vita eterna. Tra i rabbini questa discussione si teneva spesso: per alcuni, Dio, che aveva costituito l’Alleanza con il suo popolo, non poteva lasciare nessuno escluso dalle proprie promesse; per altri, invece, sebbene il mondo presente fosse stato creato per tutti, quello futuro era solo per pochi. Gesù, come usa fare, non si lascia imbrigliare in questioni teoriche, che finiscono per non essere esistenzialmente rilevanti. Alla domanda in terza persona plurale, Egli risponde con un’esortazione in seconda plurale, caratterizzata da un imperativo che coinvolge l’interlocutore e tutti noi in un impegno serio: “agonizethe“, lottate, per potere entrare nella vita eterna. Salvarsi, entrare nella vita senza fine, non è un cammino semplice, perché la porta di ingresso è stretta e non è questione di quantità, ma di qualità della propria vita. Tale qualità si misura in base alla verità della nostra amicizia con Cristo. Non è sufficiente, infatti, dirsi cristiani, adempierne le formalità o averne la percezione personale, sentirsi in regola per aver mangiato e bevuto in sua presenza, averlo ascoltato quando ha insegnato, se poi la nostra vita non ha lasciato la strada dell’iniquità. Quanto è attuale questo messaggio! Ascoltare la Parola di Dio, nutrirsi persino del Corpo e del Sangue del Signore, che per se stesse sono azioni sante, se non sono accompagnate da una vera e sincera conversione del cuore e della vita, sono inutili. La conoscenza del Signore, gli stessi sacramenti, come tutti gli atti di pietà e di devozione, se non si traducono in una vera vita di fede, che tocca la realtà della nostra esistenza, possono trasformarsi addirittura nei motivi della nostra condanna eterna. Lottare quotidianamente contro il peccato e le proprie passioni ingannatrici, che ci allontanano da Dio, è la strada maestra per entrare nella vita. Nel Regno dei cieli, se Dio vorrà, avremo delle sorprese: coloro che pensiamo più lontani da Dio, infatti, sono più vicini al suo cuore e coloro che apparentemente sono gli eletti, in realtà saranno fuori. Chiediamo la grazia, oggi, di poter avere una reale percezione di noi stessi davanti a Dio e di trovare il coraggio di lottare strenuamente, con coraggio e impegno, per mantenerci sulla via della vita, così da poter entrare nel giorno stabilito attraverso quella porta stretta, che è comunque aperta per tutti.

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

«Parlando del regno di Dio, Gesù dice: «Entrate per la porta stretta» (Mt 7,13). Forse si potrebbe ribadire la stessa cosa a proposito di una fedeltà “amorevole e amorosa”. Assai di frequente, ai nostri giorni, si sente ripetere da parecchie persone che la loro scelta di amare è quella sì di stare insieme, ma… “finché dura e finché piace”, per rispettare la reciproca libertà. Come immaginare, in questo contesto, impegni a lungo termine, adesioni che non siano selettive e parziali già in partenza, appartenenze che non siano a loro volta multiple, per avere sempre a portata di mano la scappatoia necessaria? Eppure è fondamentale riaffermare che la fedeltà, pur essendo come la “porta stretta” dell’amore, ci apre a un immenso cammino di libertà. Non stiamo parlando di una fedeltà che cade presto nelle pastoie della ripetitività e della monotonia relazionale, ma di quella “fedeltà creatrice”, ispirata, innovatrice, carica di una vitalità e di una fecondità limpide e pure come l’acqua di una sorgente di montagna. Una simile fedeltà non è solo utopia o sogno; è possibile credere che nell’amore vero non ci si ripete mai e che si possono percorrere sentieri nuovi di relazione e tracciare piste esistenziali prima mai intraviste» (N. DAL MOLIN, Il mistero di una scelta. Giovani e vita consacrata, Milano, Paoline, 2006, 57).

Preghiera

Signore Gesù, Figlio di Dio e Sapienza del Padre, Verbo fatto carne e splendore della gloria, tu ti sei avvicinato a noi, venendoci incontro e invitandoci alle nozze della chiesa con Dio, Padre di tutti. Che il nostro amore domandi, cerchi, raggiunga e scopra la tua sapienza e permanga sempre in ciò che ha scoperto. Oggi desideriamo evocarti e pregarti con le parole evangeliche: «Beati gli invitati alla mensa del Signore», cioè: «Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello» (Ap 19,9), o con quelle di sant’Agostino: «Tutta la durata del tempo è come la notte, nel corso della quale la chiesa veglia, con gli occhi della fede rivolti alle Sacre Scritture come a fiaccole che risplendono nel buio, fino alla venuta del Signore». Noi siamo ora quelle cinque vergini prudenti, che siedono a mensa con lo sposo. Affidiamo tutti insieme, con fede e umiltà, un desiderio alla generosità del nostro Dio: che tutti noi, che viviamo nella fede e siamo nell’attesa della pace sabbatica, possiamo ritrovarci un giorno riuniti nel tuo Regno, nel banchetto eterno, e che nessuno resti fuori da quella misteriosa porta, là fuori «dove c’è pianto e stridore di denti». Allo stesso modo, possa tu, o Signore, quando verrai, trovare la tua chiesa vigilante nella luce dello Spirito per risvegliarla anche nel corpo, che giacerà addormentato nella tomba.

Solennità dell’Assunzione della B. V. Maria 2022: Un destino di gloria

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 1,39-56)

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Commento

Per cogliere in pienezza il senso della grande solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, collocata nel cuore del mese di agosto, ci è di grande aiuto un’espressione dell’antico scrittore ecclesiastico nordafricano Tertulliano, vissuto tra il II e il III secolo d.C.: “caro cardo salutis” (la carne è il cardine della salvezza). Questa verità ci riporta al centro del cristianesimo, al mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio, che è venuto nel mondo per salvarci, entrando in contatto con la nostra reale umanità nel grembo santissimo di Maria. In quell’unione intima tra Dio e l’uomo realizzatasi nel seno della Vergine, incontriamo la ragione profonda della nostra salvezza, di quell’evento reale e concreto, fatto anche di corporeità. La verità del Dio fatto uomo ci conferma che tutto è stato redento da Cristo, compresa la dimensione corporea dell’umanità, quella condizione fragile e terrena, è stata innalzata ad una dignità nuova e celeste. Cristo, infatti, con la sua Pasqua, ha introdotto la nostra umanità nel cuore della Trinità, trasfigurandola e rendendola capace di eternità. Come non poteva, allora, concedere a sua Madre, Colei attraverso la quale Egli è entrato nel mondo, di non condividere la sua stessa gloria? San Paolo ci ricorda che Cristo è il primogenito dei risorti, la primizia (cfr. 1Cor 15,20). Maria, preservata dal peccato originale, per essere tempio degno del Figlio, ha ricevuto in dono per prima il frutto santo della Pasqua, condividendone la gloria nel corpo e nell’anima. Come perfetta discepola e madre, Ella, che siede nella gloria accanto al trono del Figlio, già glorificata anche corporalmente, è un segno di speranza e di consolazione per noi, che camminiamo ancora nella storia. Con la partecipazione alla Pasqua del Figlio, mediante il mistero della sua gloriosa Assunzione, Ella ha già raggiunto il compimento di questo cammino, prefigurato nel suo percorso da Nazareth fino alla casa di sua cugina Elisabetta, portando nel cuore il Figlio di Dio. Nella sua povertà, Ella aveva già percepito che Dio stava realizzando in lei grandi cose, ma che quello era solo l’inizio di una meta più grande ed eterna. Guardando alla bellezza di Maria, glorificata in corpo ed anima al termine del suo pellegrinaggio terreno, anche noi siamo chiamati ad elevare il nostro sguardo verso la meta celeste, la gloria di Dio, che condivideremo in anima e corpo, secondo la nostra fede nella risurrezione della carne. La nostra stessa carne è destinata alla gloria celeste. Quello che è già accaduto a Maria, in altre parole, deve accadere anche in noi. Tuttavia, perché questo si realizzi, bisogna che ne seguiamo le orme: camminare nella fede, accogliere il disegno di Dio sulla nostra vita e rimanere perseveranti nelle prove, proprio come ha fatto Lei, sotto la croce. Invocando la sua intercessione e rivolgendoci a Lei, come Madre della Chiesa pellegrina sulla Terra, potremo un giorno condividere la sua stessa gloria in cielo, nella misura in cui combattiamo ogni giorno contro il veleno del peccato, che ci attrae verso la morte e la corruzione e non verso la vita e la gloria.

XX domenica del T.O./C: La forza del cristiano

Dal vangelo secondo Luca (Lc 12,49-57)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».[ Diceva ancora alle folle: «Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: Viene la pioggia, e così accade. E quando soffia lo scirocco, dite: Ci sarà caldo, e così accade. Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?». ]

Commento

e come vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49).

Per commentare questa pagina del Vangelo mi piace fare riferimento ad un passo di un autore siciliano del XX secolo, Leonardo Sciascia, quando in un famoso romanzo, in modo graffiante, descrive l’umanità: “Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi. […] E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre” (Il giorno della civetta, Torino, Einaudi, 1961). Gesù stesso, attraverso alcune immagini forti, richiama oggi al coraggio di essere suoi discepoli. Egli, incarna l’umanità perfetta, non una mezza umanità e così  chiede ai suoi discepoli di essere altrettanto forti, decisi e coraggiosi. Egli non è accomodante, sdolcinato ed emotivo, ma viene a portare il fuoco dell’amore, dell’impegno, della trasformazione nel mondo. Quando incontriamo Lui, non possiamo rimanere come eravamo, ma la sua presenza scuote, trasforma, purifica, infiamma. Di fronte a Cristo ciascuno è chiamato a prendere una decisione, a scegliere da che parte stare. Non si può vivere, come discepoli, con due piedi in una scarpa: o siamo con Lui, o siamo contro di Lui. Nessun compromesso è possibile, tra Dio e il mondo. Gli stessi legami umani e familiari vengono al secondo posto, quando si è dalla parte di Cristo. Quanti santi e quanti discepoli hanno incontrato resistenze nelle loro stesse famiglie, volendo essere coerenti alla loro fede e vocazione! Il tempo di Cristo, non inteso come un futuro indefinito da realizzarsi, ma come il presente del suo esserci, deve essere riconosciuto e vissuto in pienezza. Troppo spesso l’umanità è esperta di tutto, sa fare grandi progressi nelle conoscenze scientifiche e tecnologiche, ma non è in grado di riconoscere la verità di Dio e del Vangelo, di apprezzare la dignità della persona umana, le verità dell’amore e del servizio, come anche la bellezza dei doni ricevuti. Chiediamoci con onestà oggi: come sento il mio essere discepolo di Cristo? La mia presenza in questa realtà e in questo mondo è rilevante? Seguendo Cristo, riconoscendolo presente ed operante, sono in grado di vivere la forza trasformante della sua presenza nella mia vita personale e in tutto ciò che sono chiamato a costruire attorno a me, nella società e nella Chiesa?

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

Per diventare me stesso devo cessare di essere ciò che ho sempre pensato di voler essere, per trovare me stesso devo uscire da me stesso, per vivere devo morire. Perché sono nato nell’egoismo e di conseguenza tutti i miei sforzi naturali per rendermi più reale e più me stesso mi rendono meno reale e meno me stesso, in quanto gravitano tutti attorno a una menzogna. Coloro che nulla sanno di Dio e che basano tutta la vita su se stessi immaginano di poter trovare se stessi soltanto rivendicando i propri desideri, le proprie ambizioni ed i propri appetiti in una lotta con il resto del mondo. Essi cercano di diventare reali imponendosi agli altri, impossessandosi di una parte della limitata riserva dei beni creati e sottolineando così la differenza fra loro e gli altri uomini che hanno meno di loro, o non hanno nulla. Essi possono concepire un solo modo di diventare reali: staccarsi dagli altri e innalzare una barriera di contrasto e di distinzione fra se stessi e gli altri. Non sanno che la realtà va cercata non nella divisione ma nell’unità, perché noi siamo «membri gli uni degli altri». L’uomo che vive diviso dagli altri non è una persona, è soltanto un individuo. Io ho quel che tu non hai. Io sono quel che tu non sei. Io ho preso quello che tu non sei riuscito a prendere, ho afferrato quel che tu non potrai mai afferrare. Perciò tu soffri ed io sono felice, tu sei disprezzato e io sono lodato, tu muori ed io vivo: tu non sei nulla e io sono qualcosa, e tanto più sono qualcosa in quanto tu non sei nulla. Così passo la vita ad ammirare la distanza fra te e me; talvolta questo mi aiuta persino a dimenticare gli altri uomini che hanno quello che io non ho che hanno preso quello che io sono stato troppo lento a prendere, che hanno afferrato ciò che era fuori dalla mia portata, che sono lodati quanto io non posso essere lodato e che vivono della mia morte… L’uomo che vive così, vive nella morte. Non può trovare se stesso perché è perduto; ha cessato di essere una realtà. La persona che egli crede di essere è un brutto sogno. E quando morrà si accorgerà di aver cessato di esistere da molto tempo, perché Dio, Che è infinita realtà e al Cui cospetto è l’essere di tutto ciò che esiste, gli dirà: «Non ti conosco». E ora penso a quella malattia che è l’orgoglio spirituale. Penso a quella caratteristica irrealtà che penetra nel cuore dei santi e divora la loro santità prima che essa sia matura. Vi è qualcosa di questo verme nel cuore di tutti i religiosi. Appena hanno fatto qualcosa che sanno essere buono agli occhi di Dio, tendono a impossessarsi della sua realtà per farla propria. Essi tendono a distruggere le loro virtù reclamandone la proprietà e a rivestirsi illusoriamente di valori che appartengono a Dio. Chi può sfuggire al segreto desiderio di respirare un’atmosfera differente da quella degli altri uomini? Chi può fare cose buone senza cercar di gustare in esse la dolcezza di distinguersi dalla massa dei peccatori di questo mondo? Questa malattia è più pericolosa quando riesce a sembrare umiltà. Quando un uomo orgoglioso pensa di essere umile, il suo caso è senza speranza. Ecco un uomo che ha fatto molte cose che la sua natura ha trovato dure. Egli ha superato difficili prove, ha compiuto molto lavoro e, per grazia di Dio, è giunto a possedere una forza morale e uno spirito di sacrificio per cui, alla fine, fatica e sofferenza diventano facili. La sua coscienza è giustamente in pace. Ma prima che egli se ne renda conto, la pace pura di una volontà in comunione con Dio diventa la compiacenza di una volontà che ama la propria eccellenza. Il piacere che è nel suo cuore, quando egli compie cose difficili e riesce a compierle bene, gli dice in segreto: «Io sono un santo». Al tempo stesso altri sembrano riconoscerlo diverso da loro stessi. Lo ammirano, o forse lo sfuggono, dolce omaggio di peccatori! Il piacere arde in un fuoco divoratore. Il calore di questo fuoco assomiglia molto all’amore di Dio. Lo alimentano le stesse virtù che nutrono la fiamma della carità. Egli brucia di ammirazione per se stesso e pensa: «È il fuoco dell’amore di Dio». Pensa che il suo orgoglio sia lo Spirito Santo. Il dolce calore del piacere diventa l’incentivo di tutte le sue opere. Il gusto che egli assapora negli atti che lo rendono ammirabile ai suoi propri occhi lo spinge a digiunare, o a pregare, o a nascondersi in solitudine, o a scrivere molti libri, o a costruire chiese e ospedali, o a fondare mille organizzazioni. E quando tutto ciò gli riesce, egli pensa che il suo senso di soddisfazione sia l’unzione dello Spirito Santo. E la voce segreta del piacere canta nel suo cuore: «Non sum sicut caeteri homines». Quando si è messo per questa via, non ci sono limiti al male che la sua autosoddisfazione può spingerlo a compiere in nome di Dio e del Suo amore, e per la Sua gloria. Egli è così soddisfatto di sé, che non può tollerare il consiglio di altri, o i comandi di un superiore. Quando qualcuno si oppone ai suoi desideri, egli congiunge umilmente le mani e sembra sottomettersi per il momento, ma in cuor suo dice: «Sono perseguitato da uomini mondani. Essi non possono comprendere chi è guidato dallo Spirito di Dio. È sempre stato così per i santi». E sentendosi martire egli è dieci volte più ostinato di prima. È terribile quando ad un uomo simile viene l’idea di essere un profeta o un messaggero di Dio o un uomo che abbia avuto la missione di riformare il mondo… Egli è capace di distruggere la religione e di rendere il nome di Dio odioso agli uomini. Io devo cercare la mia identità, in un certo senso, non solo in Dio, ma anche negli altri uomini. Io non potrò mai trovare me stesso se non mi isolo dal resto dell’umanità, come se fossi un essere di specie diversa (Thomas Merton, Semi di contemplazione, Garzanti, Milano 1991, pp. 45-47).

Preghiera

O Padre, che chiami tutti gli uomini per la porta stretta della croce al banchetto pasquale della vita nuova, concedi a noi la forza del tuo Spirito, perché unendoci al sacrificio del tuo Figlio, gustiamo il frutto della vera libertà e la gioia del tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. AMEN.

XIX domenica del T.O.: Il dono e la responsabilità

Dal vangelo secondo Luca (Lc 12,32-48)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno. Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. [ Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo». ] Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Chi è dunque l’amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “Il mio padrone tarda a venire”, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l’aspetta e a un’ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più». 

Commento

Gesù nel brano evangelico di questa domenica indirizza ai suoi discepoli parole di consolazione. Nonostante la piccolezza e l’apparente irrilevanza del gruppo dei discepoli,  essi sono destinatari di un dono e responsabilità unici: avere avuto in eredità il Regno. Questo dono esige chiaramente una vita diversa da quella del mondo, in cui – come Gesù ci ricorda in continuità con il messaggio di domenica scorsa – non è il possesso dei beni che conta, l’accumulare per sé stessi, ma costruire il vero tesoro in cielo, ossia arricchirsi davanti a Dio di amore verso di Lui e i fratelli, senza egoismi e cupidigie. Vivere il dono del regno in mezzo a noi, poi, si traduce anche in un atteggiamento di vigilanza continua, come quello che erano chiamati a vivere gli Ebrei in uscita dall’Egitto nella notte dell’esodo. Non ci si può permettere di distrarsi da ciò che conta veramente, appesantendo il proprio cuore in preoccupazioni terrene o in falsi progetti umani, che possono essere spazzati via da un momento all’altro. Quando il cuore è vigile e immerso in Dio, al suo ritorno – nel nostro incontro personale con Lui nell’ora della nostra morte, come anche alla fine dei tempi per tutta l’umanità – Egli non ci sorprenderà come un ladro nella notte, ma saremo in grado di accoglierlo stando in piedi, con lo sguardo colmo di speranza e la vita animata dall’amore e dalla fede. La più grande tentazione nella vita umana, infatti, è quella di comportarsi come padroni, piuttosto che come amministratori. Noi non siamo i padroni della vita, del mondo e della storia, ma rispettando profondamente la nostra libertà, Dio ci ha costituiti amministratori della stessa. Come cristiani battezzati, destinatari della parola di fede, a noi è stata affidata la verità su Dio e su noi stessi e siamo stati resi partecipi della sua volontà. Se, nonostante questo dono immenso, continuiamo a comportarci come autocrati e padroni assoluti della nostra vita e della vita degli altri, come se Dio non ci fosse e come se non ci fosse una sua volontà a cui conformarsi, finiremmo per perdere la possibilità dell’eternità. Ogni dono, infatti, richiede sempre una risposta responsabile!

XVIII domenica del T.O.: L’inconsistenza delle ricchezze

Dal vangelo secondo Luca (Lc 12.13-21)

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede». Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Commento

La richiesta di questo tale che dalla folla si rivolge a Gesù ricorda una tendenza ben diffusa anche ai nostri giorni, di cui si fa esperienza persino nelle nostre comunità cristiane. Capita a volte, infatti, che non ci si avvicina a Dio e alla Chiesa, per amore verso di Lui, o per crescere nell’amicizia con Lui, quanto per cercare modi di perseguire i propri interessi. Troppo spesso si incontrano nelle nostre comunità persone che pensano in questi termini: “meglio tenersi buoni i preti e la Chiesa, perché possono esserci utili per tante cose!”. La richiesta del contemporaneo di Gesù, come pure questa tendenza più o meno sottile che possiamo riscontrare anche oggi è sintomatica di una tentazione di tutti i tempi: quella che chiamiamo “cupidigia”, ossia il desiderio sfrenato di possedere, non solo beni materiali, ma anche persone, sfere di influenza. Gesù smaschera con forza e chiarezza questa tentazione quando dice che, come discepoli, dobbiamo guardarci da questa, perché la nostra vita – e soprattutto la nostra eterna salvezza – non dipende da ciò che possediamo, in termini di beni materiali, di comodità o di sicurezze umane. La Parola di oggi ci ricorda con chiarezza quale deve essere la priorità del nostro vivere: certamente ciascuno deve fare del proprio meglio per lavorare in pace, guadagnare onestamente, per avere quanto è necessario a vivere una vita dignitosa, ma l’attaccamento a questi beni, può facilmente scivolare nell’idolatria. La parabola proposta da Gesù, che narra dell’uomo ricco, che pensa di stare al sicuro perché ha messo da parte molti beni, ci insegna con estrema trasparenza quanto siano inconsistenti le ricchezze umane. Esse non danno alcuna sicurezza e garanzia di vita, né terrena, né tanto meno eterna. Finché siamo in cammino per le strade di questo mondo, allora, è conveniente usare rettamente di questi beni, senza ingordigia. Se possediamo qualcosa in più, frutto del nostro lavoro e della generosità della vita, esso è in nostro possesso anche per condividerlo. Quanta ingiustizia c’è nel mondo a causa della cupidigia di alcuni, che trattengono per sé e lasciano gli altri senza. Da secoli la Dottrina Sociale della Chiesa, alla luce del Vangelo, parla della cosiddetta “destinazione universale dei beni di questo mondo”. Se chi possiede di più avesse la bontà di condividere di più, le ricchezze e le risorse sarebbero molto meglio ripartite tra le persone e anche nella comunità degli Stati, superando gli squilibri e le povertà. In conclusione, per parafrasare l’ultima raccomandazione di Gesù, che ci invita ad arricchirci davanti a Dio, mi piace ricordare un pensiero di un grande filosofo dell’antichità, Seneca, il quale scriveva: “Questa (ricchezza) che tu ammiri e per mezzo della quale ti ritieni ricco e potente, fintanto che la possiedi è gravata da nomi squallidi: è la casa, è il servo, sono i soldi, ma, quando l’hai data in dono, è un beneficio” (Seneca, De Beneficiis, VI, 22).

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

Quali sono i criteri per un giusto rapporto con il denaro?

Il denaro serve in primo luogo a sostenere le spese necessarie per mantenersi. Infatti, serve ad assicurarsi il sostentamento anche per il futuro. È quindi sensato mettere da parte dei soldi e investirli bene, in modo da poter vivere nella vecchiaia senza paura della povertà e della miseria. Ma nei confronti del denaro dobbiamo sempre essere consapevoli che è a servizio degli uomini e non viceversa. Il denaro può dispiegare anche una dinamica propria. Ci sono persone che non ne hanno mai abbastanza. Vogliono averne sempre di più. Ed eccedono nel preoccuparsi per la vecchiaia. In ultima analisi diventano dipendenti dal denaro. Nel rapporto con il denaro dobbiamo rimanere liberi interiormente e non lasciarci definire sulla base del denaro e nemmeno lasciarci dominare da esso. Se giustamente si dice che il denaro è al servizio dell’uomo, allora non dovrebbe essere solo al mio servizio, ma anche a quello degli altri. Con il mio denaro ho sempre una responsabilità nei confronti degli altri. Le donazioni a favore di una causa buona sono solo una possibilità di concretizzare questa responsabilità. Da dirigente d’azienda posso creare posti di lavoro sicuri mediante investimenti e, in questo modo, essere al servizio degli altri. O sostengo progetti che aiutano a vivere in modo più umano. Importante è l’aspetto del servizio agli altri e della solidarietà: soprattutto l’evangelista Luca ci ammonisce a tenere un atteggiamento di condivisione reciproca. Ci sono risposte diverse relative al modo di investire bene denaro per il futuro. Non da ultimo la decisione dipende dalla psiche del singolo. Uno accetta più rischi, l’altro meno, perché preferisce dormire sonni tranquilli. Ma anche qui si tratta di utilizzare i soldi in modo intelligente. Tuttavia, è necessaria sempre la giusta misura, che argina la nostra avidità. E sono  necessari criteri etici. Non dovremmo depositare i soldi solo dove ottengono gli utili maggiori, ma piuttosto dove vengono tenuti in considerazione criteri etici. Oramai molte banche offrono fondi etici, che investono solo in aziende che corrispondono alle norme della sostenibilità, del rispetto delle dignità umana e dell’ecologia. Decisivo per il rapporto, con il denaro: non dobbiamo soccombere all’avidità. È necessaria soprattutto la libertà interiore (Anselm GRÜN, Il libro delle risposte, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2008, 157-158).

Preghiera

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Padre nostro che stai in mezzo a milioni di uomini affamati,
che stai nella vita di tutti gli uomini assetati di giustizia,
Sia santificato il tuo nome nei poveri e negli umili.
Venga il tuo regno, che è libertà, verità e fraternità nell’amore.
Si compia la tua volontà, che è liberazione e Vangelo
da proclamare agli afflitti.
Dona a tutti il pane di ogni giorno:
il pane della casa, della salute, dell’istruzione, della terra.
Perdonaci, o Signore, di dimenticare i nostri fratelli
E liberaci dalla costante tentazione di servire al denaro
invece che a Te, e da ogni male.
Perché tuo è il regno, tua la potenza e la gloria nei secoli. Amen.

(Cardinal Stephen Kim Sou-hwan)