L’uomo e la virtù: 7. La Fede

di Rocco De Pietro

codex
Codex Purpureus Rossanensis, Guarigione del cieco (part.), Miniatura, sec. IX.

“La tua fede ti ha salvato” dice Gesù al cieco di Gerico, che con gli occhi della fede vede molto di più di chi cieco non è (cfr. Mc 10,52; Lc 18,42). In tutto il Nuovo Testamento Gesù usa spesso il sostantivo “fede” e il verbo “credere”: “Donna davvero grande è la tua fede” (Mt 15, 28); “Se aveste fede quanto un granello di senape…” (Lc 17,5). Vi è ricchezza di riferimenti alla “fede” nel corpus paolino (cfr. 1Cor 13,13; cf. 1Ts 5,8; Gal 5,5s; Rm 5,1-5; 12,6-12) dove viene associata alla speranza e alla carità, come nella prima lettera di Pietro (cfr. 1Pt 1,3-9).

Ma di fede come virtù teologale (insieme a speranza e carità) si iniziò a parlare in modo maturo solo tra il XII e XIII secolo. Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae esprime il significato della qualifica “teologali” per le tre virtù in modo molto nitido: “hanno Dio per oggetto, in quanto attraverso esse le persone sono ordinate rettamente a Dio; sono infuse da Dio solo; sono conosciute solo attraverso la rivelazione di Dio nella scrittura” (Tommaso d’Aquino, Summa theologiae, I-II, q.62, a. 1c). La fede teologale, come afferma la Dichiarazione Dominus Iesus  è dunque “l’adesione alla verità rivelata da Dio Uno e Trino”.  La fede fa parte di noi, quando abbandoniamo la pretesa di analizzare i nostri pensieri, la nostra razionalità e “crediamo in Dio e a tutto ciò che egli ci ha detto e rivelato”, e “l’uomo si abbandona tutto a Dio liberamente” (CCC 1814). Ciò non significa che dobbiamo abbandonare la razionalità, ma affidarci al mistero di Dio che “non è irrazionalità, ma sovrabbondanza di senso, di significato, di verità.”

fede
N. Gerini, La fede (part.), olta con virtù, Sala capitolare di S. Felicita, Firenze, sec. XIV.

Nel mistero “la ragione vede buio, ma non perché non ci sia luce, ma piuttosto perché ce n’è troppa”.  (Benedetto XVI, Udienza Generale, 21.11.2012). Nella fede non si “deve” avere tutto chiaro, anzi – ad un certo punto del nostro cammino di fede – bisogna fare un salto nel vuoto, camminare nel buio (o meglio, nella troppa luce!), lasciandoci portare per mano dalla fede. Allora verranno sovvertite le nostre certezze, le nostre preminenze, le nostre finalità, i nostri giudizi e le nostre azioni, alla luce di Dio ed in relazione con Lui, nella consapevolezza che la fede non può che condurci verso il Regno di Dio, poiché essa “è un dono di Dio, una virtù soprannaturale da Lui infusa” (CCC 153) con l’aiuto dello Spirito Santo, che ci fa pregustare durante il nostro pellegrinaggio terreno “la luce della visione beatifica” (CCC 163) e ci guida fino ad incontrare Dio “a faccia a faccia” (1 Cor 13,12).

Il poeta romanesco Trilussa compendia magistralmente il significato della fede in una poesia –  tanto cara a Papa Luciani – impersonificandola con l’immaginifica “vecchietta cieca”, incontrata una notte in cui si era perso nel bosco e gli disse:  “Se la strada nun la sai, / te ci accompagno io, ché la conosco./ Se ciai la forza de venimme appresso, / de tanto in tanto te darò una voce, / fino là in fonno, dove c’è un cipresso, fino / là in cima, dove c’è la Croce… / -Io risposi: – Sarà … ma trovo strano / che me possa guidà chi nun ce vede … / La cieca allora me pijò la mano / e sospirò: — Cammina! Era la fede”.

Abramo nell’Antico Testamento e Maria nel Nuovo Testamento, sono due superlativi esempi di fede, ai quali potremmo accostare Zaccaria ed altri. Abramo “nostro padre nella fede” per cristiani, ma anche ebrei e mussulmani, ama Dio di amore assoluto fino a “tacere” innanzi alla richiesta del sacrificio del figlio amato e tanto desiderato Isacco, che lo stesso Dio gli aveva donato in età avanzata. A ben vedere è straziante e disumano il dialogo tra Abramo e Isacco. Ma Abramo crede che di Dio bisogna sempre fidarsi. Il teologo e filoso danese Kierkegaard afferma che Abramo “lasciò la sua intelligenza terrena e prese con sé la fede: credette nell’impossibile possibilità di Dio”. Capì che “nessun sacrificio è troppo duro quando è Dio che lo vuole […] Dio è colui che esige amore assoluto” (Timore e tremore, Panegirico di Abramo). Abramo dunque  non ragiona più con termini di valutazione umana: si fida di Dio in  modo assoluto. La fede di Maria, invece, risiede in quel “si” all’Arcangelo Gabriele che annunciava qualcosa di estraneo all’intelligenza terrena, alla razionalità umana, perché lei “non conosce uomo” (Lc 1, 34), ma si rimette alla volontà di Dio. Anche qui abbiamo un abbandono totale a Dio, una fiducia smisurata, oltre ogni ragionevolezza: una fede, quella di Maria, che merita di costituire la prima beatitudine evangelica quando  Elisabetta le dirà “Beata colei che ha creduto” (Lc 1,45). E dall’Annunciazione al Calvario la fede di Maria resterà intatta, e a Cana ce ne fa partecipi indicandoci di seguire Gesù: “qualsiasi cosa vi dica, fatela!” (Gv 2, 5).

La fede è un dono, accogliamola con gratitudine, fidiamoci di Colui che ce l’ha donata e con gli Apostoli chiediamo “aumenta la nostra fede” (Lc 17,6),  consapevoli che “non di tutti è la fede” (2 Ts 3,2).

Nella prossima puntata rifletteremo sulla speranza… 

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