L’uomo e la virtù: 9. La carità

di don Antonio Donadio

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N. Gerini, La carità (part.), volta con virtù, Sala capitolare di S. Felicita, Firenze, sec. XIV.

Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!” (1Cor 13,13).

Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5).

Verranno giorni, quando nella cristianità si tenderà a risolvere il fatto salvifico, che non può essere accolto se non nell’atto difficile, coraggioso e razionale della fede, in una serie di “valori” facilmente esitabili sui mercati mondani.  Il cristianesimo ridotto a pura azione umanitaria nei vari campi dell’assistenza, della solidarietà, del filantropismo, della cultura; il messaggio evangelico identificato nell’impegno al dialogo tra i popoli e le religioni, nella ricerca del benessere e del progresso, nell’esortazione a rispettare la natura; la Chiesa del Dio vivente, colonna e fondamento della verità (cfr. 1 Tm 3,15), scambiata per un’organizzazione benefica, estetica, socializzatrice: questa è l’insidia mortale che oggi va profilandosi per la famiglia dei redenti dal sangue di Cristo” (V. Solovëv).

Introduciamo questa breve riflessione sulla Carità citando un brano (volutamente) provocatorio del filosofo e teologo russo V. Solovëv, poiché, a mio modesto parere, descrive in modo quantomai puntuale la riduzione sociologica in atto che tende ad identificare la Virtù Teologale della Carità con i suoi “effetti” e le sue “manifestazioni esteriori”, sicuramente buone e giuste, ma da intendere sempre come conseguenze non immediatamente assimilabili con il cuore pulsante del cristianesimo. Basta guardarsi intorno (e consiglio a tutti di farlo ogni tanto, vi assicuro che è una bella esperienza!) per accorgersi che la maggior parte dei nostri progetti pastorali (sic!) degni della migliore azienda sul mercato, ruotano intorno all’impegno sociale. Ogni evento/iniziativa, per essere accettato e applaudito dalla stampa, dalle trasmissioni televisive e dai social network, deve tendere necessariamente a realizzare un mondo migliore (…poi vai a capire cosa si intende per “migliore”). In tal modo, si assiste ad una esplosione di parole magiche come: solidarietà, impegno sociale, fratellanza, bene comune e tanta tanta felicità (a basso costo ovviamente!). Tutte cose che, come dicevamo, sono buone e giuste, addirittura sinonimi di carità da un punto di vista linguistico, conseguenze (a determinate condizioni) di questa Virtù, ma ahimè, insufficienti. Lo slittamento dell’asse semantico porta con sé il vero significato delle parole e di conseguenza finisce per snaturarle.

Alla luce di tutto ciò, cos’è veramente Virtù? E cos’è cristianamente, realmente e teologicamente la Carità? Il Catechismo della Chiesa Cattolica (non è superato, state sereni!) ai numeri 1812 – 1813 dice: “Le virtù umane si radicano nelle virtù teologali, le quali rendono le facoltà dell’uomo idonee alla partecipazione alla natura divina. Le virtù teologali, infatti, si riferiscono direttamente a Dio. Esse dispongono i cristiani a vivere in relazione con la Santissima Trinità. Hanno come origine, causa ed oggetto Dio Uno e Trino. Le virtù teologali fondano, animano e caratterizzano l’agire morale del cristiano. Esse informano e vivificano tutte le virtù morali. Sono infuse da Dio nell’anima dei fedeli per renderli capaci di agire quali suoi figli e meritare la vita eterna. Sono il pegno della presenza e dell’azione dello Spirito Santo nelle facoltà dell’essere umano. Tre sono le virtù teologali: la fede, la speranza e la carità“. Più avanti, al numero 1822, parlando della Carità dice: “La carità è la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa per sé stesso, e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio“. Da ciò possiamo dedurre che la Carità, più che un fare, è un essere, poiché come diceva San Tommaso d’Aquino (mica uno qualsiasi!), la virtù è un habitus dal verbo habere (avere), dunque qualcosa che si ha, che si possiede in modo stabile. È un abito stabile donato da Dio per mettere ciascuno in relazione con Lui.

 

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Andrej Rublëv, La Trinità, 1420-1430 ca, Galleria Tret’jakov, Mosca

La Carità è quel lino bianco fatto indossare al battezzato subito dopo aver ricevuto il Sacramento della vita nuova in Cristo Gesù, gesto che il Sacerdote accompagna con parole che meglio di ogni altra espressione mostrano la nostra più intima realtà: “Sei diventato nuova creatura, e ti sei rivestito di Cristo. Questa veste bianca sia segno della tua nuova dignità“. La Carità, come dice la prima lettera di Giovanni è l’essenza del Dio Trinità (cfr. 1Gv 4,8) donata a ciascuno di noi per renderci immagine viva di Gesù, affinchè nello Spirito Santo, giungiamo alla perfetta comunione con il Padre. La Carità è quella Virtù che più di tutte aiuta a realizzare nell’uomo la “cristificazione”, Dio si è fatto uomo perché l’uomo possa divenire dio, come dicono sant’Ireneo e sant’Atanasio e come ripetono i Padri e i teologi di tutti i secoli; distruggendo la potestà del peccato, il Salvatore ci ha aperto la via della deificazione che è il fine ultimo di ogni uomo: “Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo” (Gv 17, 24). Alla fine della nostra esistenza, lasciatemi passare questa immagine, non ci sarà chiesto cosa e quanto abbiamo fatto, ma come lo abbiamo fatto, ci sarà posto sul petto l’elettrodo usato per gli esami del cuore, e le porte del Regno eterno si apriranno solo se il nostro tracciato cardiaco combacerà perfettamente con quello del Cristo, volto e nome della Carità.

Con queste riflessioni sulla carità, si conclude la rubrica “L’uomo e la virtù“. Nelle prossime settimane ci lasceremo guidare da riflessioni sul Tempo di Avvento e Natale.. In seguito, la nuova rubrica in preparazione “Io Credo”, sui dodici articoli del Credo degli Apostoli, per approfondire la nostra fede…. 

 

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