VIII domenica del Tempo Ordinario/C: Discepoli, prima che maestri

Dal vangelo secondo Luca (Lc 6, 29-35)
maxresdefault (1)In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: 
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca? Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore».

Breve commento

In quest’ultima domenica del Tempo ordinario precedente alla Quaresima, la Chiesa ci propone ancora un brano che invita ad una forte riflessione sulle motivazioni più intime del nostro cuore. Attraverso l’immagine del cieco che guida un altro cieco, Gesù ci esorta a rientrare in noi stessi e verificare seriamente la nostra “vista” spirituale. Come guardiamo la realtà e le persone? Come ci orientiamo nelle nostre relazioni e valutazioni? Questa Parola si presenta provvidenzialmente a noi come luce di speranza, in un tempo in cui il rumore degli scandali causati da consacrati e discepoli del Signore sembra assordante. Come si può riformare e rinnovare il volto bello della Sposa di Cristo, santa, nonostante sia abitata da peccatori, qual è la Chiesa? In altre epoche difficili della storia della Chiesa, come fu quella medievale, figure carismatiche, capaci di partire da sé stesse, hanno realizzato la vera riforma della Chiesa: pensiamo al movimento monastico di Cluny, che fu il vero motore della riforma gregoriana dell’XI secolo. Soltanto partendo da noi stessi, rinnovandoci e convertendoci seriamente, possiamo contribuire a rinnovare e riformare la Chiesa, rendendone più bello il volto! Molto spesso noi cristiani siamo portati a spendere energie nel voler cambiare la realtà e le persone che stanno di fronte a noi, confidando nei mezzi solo umani, esterni, senza muovere un solo dito per cambiare noi stessi! Gesù, però, è stato chiaro: “Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo” (Mc 7, 21-23). Chi può dirsi immune e perfetto di fronte a tutto questo? Accogliere la sfida del Vangelo, oggi, vuol dire partire da una profonda coerenza con noi stessi. Sono profetiche, a questo riguardo, le parole di un grande teologo del XX secolo: “Dinanzi ad un mondo che non ammette più il Vangelo se non presentato da una Chiesa irreprensibile […] occorre un “cristianesimo di choc” ora non vi è che un mezzo onesto per produrre uno choc, ma si tratta di un mezzo efficace: essere veramente se stessi, attingendo genuinamente allo spirito delle origini” (Y. Congar, Vera e falsa riforma della Chiesa, 58). Lo “spirito delle origini” consiste in un ritorno semprecollaert-hans-i-la-parabola-della-pagliuzza-e-della-trave_thumb nuovo alla fonte: essere come il Maestro, attingendo alla forza del Vangelo! Solo nel Vangelo, noi troviamo la verità su noi stessi e su Dio, così da poter aiutare gli altri a fare altrettanto. Se pensiamo di saltare il passaggio del discepolato permanente, per passare direttamente a quello di chi presume di farsi maestro degli altri, finiremo per avere un insuccesso assicurato, raggiungendo il parossismo ridicolo, ma purtroppo realistico e ben fotografato da Gesù, di coloro che “dicono e non fanno“. Mi piace concludere con le parole di Sant’Antonio di Padova, che dice in un suo discorso: “così parliamo agli altri di umiltà, di povertà, di pazienza e obbedienza, quando le mostriamo presenti in noi stessi. La predica è efficace, ha una sua eloquenza, quando parlano le opere. Cessino, ve ne prego, le parole, parlino le opere. Purtroppo siamo ricchi di parole e vuoti di opere, e così siamo maledetti dal Signore, perché egli maledì il fico, in cui non trovò frutto, ma solo foglie” (Discorso I, 226).

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