V domenica di Pasqua/C: La gloria dell’amore

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 13, 31-33a. 34-35)
Quando Giuda fu uscito [dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

CENA

Breve commento

Il Vangelo di questa domenica di Pasqua ci riporta nel cuore del Cenacolo, della notte in cui Gesù viene consegnato da Giuda. La liturgia ci invita a rileggere in una modalità “trasfigurata” i fatti e le parole di Gesù di quell’ultima sera. Giuda, il traditore, è uscito dal cenacolo, luogo di comunione e di amore, verso le tenebre del male e della falsità, per lasciare Gesù “nelle mani dei peccatori” (Mc 14,41). Ciò che in una prospettiva semplicemente umana viene letto come una sconfitta e un tradimento, alla luce dei fatti della Pasqua, dopo i quali Giovanni compone il suo Vangelo, ci fa ben comprendere le parole di Gesù, che sembrano andare in tutt’altra direzione. Il Figlio di Dio, infatti, non subisce una sconfitta, ma la più grande vittoria: Egli viene glorificato. Giovanni in soli due versetti, utilizza per ben 4 volte il verbo “glorificare”, per sottolineare come gli eventi della Pasqua, con la sua dose di sofferenza, di lacrime e sangue, non siano altro che il passaggio verso la gloria. Questa gloria non è da intendersi come quella che offre il mondo, con l’affermazione di sé, il rumore degli applausi e lo scintillio dei riflettori, ma è una gloria che profuma di pace, di luce eterna e di amore. Non è un caso che Gesù, subitorossano.jpg dopo aver parlato della sua glorificazione, consegni ai discepoli come suo testamento, il comandamento nuovo. Il distacco fisico da lui, non è definitivo, perché il vincolo dell’amore supera le barriere del tempo, dello spazio e persino della morte. L’amore che i discepoli vivono vicendevolmente, dona loro la vera identità e li conserva in quella comunione profonda ed eterna con il Maestro. L’amore dei discepoli, certo, non può eguagliare quello del Maestro, ma ne diventa il riflesso e l’effetto. Chi non è capace di donare agli altri l’amore, cioè di metterlo in circolo, dopo averlo ricevuto da Lui, probabilmente non accoglie fino in fondo neanche l’amore di Gesù. Il modo in cui noi, come cristiani ci amiamo, diventa lo specchio della gloria di Dio, offrendo all’umanità una via nuova: dall’amore della gloria, solo umana e terrena, alla gloria dell’amore divino.


Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

Amare per comunicare»

La vita spirituale si riassume nell’amare. E l’amore, è chiaro, significa più che sentimento, più che carità, più che protezione. L’amore è l’identificazione completa con la persona amata, ma senza alcuna intenzione di ‘fare del bene’ o di ‘aiutare’. Quando si tenta di fare del bene attraverso l’amore, è solo perché consideriamo il prossimo come un oggetto, mentre noi ci vediamo come esseri generosi, colti e saggi. Questo, spesse volte, può determinare un atteggiamento duro, dominatore, brusco. Amare significa comunicare con chi si ama. Ama il prossimo tuo come te stesso, con umiltà, discrezione e rispetto. Soltanto così è possibile entrare nel santuario del cuore altrui.

(Thomas Merton, Monaco Trappista, 1915-1968)

Signore Gesù,
quante sono le cose che contano
nella nostra vita di fede?

Spesso ci carichiamo di pesanti fardelli,
ma trascuriamo il più importante,
il solo necessario: amare.
Cosa resterà di noi?
Cosa ci è rimasto di te?
Nulla, neppure un corpo…
nulla se non l’amore.
Il tuo amore per noi.
Il tuo donare la vita per la nostra salvezza.

Insegnaci ad amare, Signore risorto.
Insegnaci a essere amore.
Insegnaci a credere nell’amore.
Amen

 

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