di S.E. Mons. Fortunatus Nwachukwu*

Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole” (Mt 6,7)

Gesù stesso ci insegna come pregare. Non è la quantita delle parole che utiliziamo cherosario crea problema. Ciò che conta maggiormente è la qualità della nostra presenza, dal momento che Dio “il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate” (Mt 6,8). Qualunque cosa accresca la vigilanza della nostra mente nella preghiera, ci porta ad una conversazione più fruttuosa con Dio. Una modalità effettiva per assicurare tale presenza della mente è quella di meditare le parole delle Sacre Scritture, specialmente i Vangeli. Quando parliamo di Dio, specialmente nel suo Figlio, Gesù Cristo, Egli si rende presente a noi e ci permette di sperimentare la sua vicinanza (cfr. Lc 24,13-34; 36-48). Questa è il segreto del successo della preghiera basata sulla Bibbia, di cui il Rosario, costruito su testi e pensieri biblici è esempio.

Il Rosario è una delle più comuni preghiere devozionali della Chiesa Cattolica. Esso non è solo una preghiera, ma si presenta piuttosto come un insieme di preghiere. Contiene sia lodi e petizioni offerte nel nome della Santa Trinità – Dio Padre, il Figlio e lo Spirito Santo – direttamente a Dio e contemporaneamente attraverso la Vergine Maria. È la preghiera del credente. Questa è la ragione per cui l’orante la inizia segnandosi con il segno e lo scudo della Croce di Gesù Cristo e il nome della Santa Trinità. Subito dopo, professa la propria fede recitando il Credo degli Apostoli. La preghiera principale del Rosario è la Preghiera del Signore, il “Padre Nostro”, insegnatoci da Gesù in persona (Cfr. Mt 6,9-13). Questa, poi, è seguita dall’Ave Maria, l’invocazione della Beata Vergine Maria per portare le nostre richieste a Dio, attraverso suo Figlio, nostro Signore Gesù Cristo. Tra queste due preghiere, “Padre Nostro” e “Ave Maria”, è inserita l’invocazione dossologica – Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.

Mose-l-578x381La Bibbia è ricca di richieste del popolo a Dio attraverso la mediazione di intercessori. Basti pensare al popolo di Israele che chiama Mosè a portare le sue richieste a Dio (cfr. Nm 21,7) o al Re Davide che si rivolge al profeta Nathan per chiedere perdono a Dio (Cfr. 2Sam 12,13). Nella Chiesa antica, l’Apostolo Pietro ottenne da Dio miracoli alla richiesta del popolo, come la guarigione di Enea e la resurrezione di Tabità (cfr. At 9,32-41). Questi e molti altri casi simili non distolgono dalla prerogativa di Gesù Cristo come il solo Mediatore fra Dio e l’umanità. Gesù dichiara: “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre, se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Tuttavia, non insegna che tutti debbano andare a Lui direttamente, senza passare per intermediari. Al contrario durante il suo ministero pubblico, molti dei miracoli da lui operati gli furono richiesti attraverso intermediari. Ad esempio, si può ricordare il paralitico che fu portato a Gesù da altri (cfr. Mt 9,2-8), come anche la guarigione del servo del centurione (cfr. Mt 8,5-13) o quella della figlia della donna siro-fenicia (cfr. Mc 7, 24-30).

In mezzo a tutti questi intermediari umani fra chi è nel bisogno e Gesù, che si trovano nei Vangeli, la più forte fu sua madre, Maria. Lei spicca come la sola persona che fece sì che Gesù compisse un miracolo fuori dalla “sua ora”. Quando, a Cana di Galilea, Maria disse a Gesù che agli sposi veniva a mancare il vino, Gesù rispose con parole che potrebbero sembrare rudi a qualche madre oggi: “Donna, che ho da fare con te? La mia ora non è ancora giunta” (Gv 2,4). Non era ancora la sua ora! E noi ricordiamo che l’ora di Gesù è anche quella di Dio, suo Padre! Tuttavia, Gesù realizzò il miracolo desiderato da sua madre. Cosa accadde? Dio ha forse modificato il programma di Gesù e vi ha inserito un “oggetto imprevisto” a causa della richiesta di Maria? Questa è la potenza dell’intervento della madre. Questa è la forza dell’intercessione della Madre Maria. Su questa si basa l’efficacia della preghiera del Rosario.

Questa preghiera, tuttavia, è rimasta una delle più abusate e criticate nel panorama della spiritualità cattolica. L’abuso in molti casi avviene perché nel Rosario le stesse preghiere sono pronunciate ripetutamente. Per molti, questo dà spazio ad una recita senza attenzione, come quella di una formula magica. La stessa comprensione “magica” si manifesta quando qualcuno indossa, porta in giro o agita il rosario, senza preoccuparsi di pregarlo o manifestarne il suo contenuto di preghiera, come se fosse un amuleto. Ciò offre spesso il terreno fertile per le critiche nei suoi confronti.

Alcuni di coloro che criticano il Rosario si rifanno al fatto che è una preghiera ripetitiva. Essi presentano ciò come parte di quello a cui Gesù rimprovera quando insegna: “Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole” (Mt 6,7). Questo perché l’espressione greca “mê battologêsête”, può essere tradotta come “non usare vane ripetizioni” (Mt 9,7). Tuttavia, sebbene il verbo greco “battalogeo”, può significare “balbettare, chiacchierare noiosamente o usare vane ripetizioni“, l’enfasi in questo testo non è sulla ripetizione, ma sulla verbosità della rosario2preghiera. Questo è chiaro dalla seconda parte del versetto quando si usa la parola “polulogia” (che significa “molte parole, loquacità, prolissità o molto parlare”). Perciò, ciò che Gesù condanna è la vuota loquacità nella preghiera. Questo potrebbe accadere con o senza ripetizioni, quando qualcuno prega con troppe parole che mostrano consapevolmente la propria erudizione o pietà e inconsciamente cancellano la voce di Dio e lo fanno apparire come un ascoltatore ignorante, che ha bisogno di essere istruito sui bisogni di colui che chiede. Infatti, l’uso delle ripetizioni nella preghiera ha chiari precedenti biblici. Due esempi dai Salmi vengono immediatamente alla mente. Il primo è il Salmo 80, con l’espressione ricorrente “O Dio, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi”. Il secondo e più evidente è il Salmo 136, sul grande amore di Dio, che ha il ritornello ebraico, “leôlâm chêsêdô” (“il suo amore costante dura per sempre“), ripetuto per tutto il Salmo.

Il Rosario, dunque, dovrebbe aiutarci a riscoprire la bellezza e la ricchezza della preghiera devozionale. Esso è preghiera biblica, di natura profondamente meditativa, che si presenta come uno strumento di riflessione sulla Scrittura e un’occasione favorevole per ripercorrere gli eventi della vita, della passione, della morte e della resurrezione di Gesù Cristo, come anche della nostra salvezza, attraverso la contemplazione del volto dell’amore nella vita del Signore.


* Nunzio Apostolico in Trinidad e Tobago

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