Temi di Quaresima: 1. La conversione

di Rocco De Pietro

Nell’austera liturgia del Mercoledì delle Ceneri, il sacerdote, imponendo le ceneri sul nostro capo, tra canti penitenziali e perfetto raccoglimento, dice: “convertitevi e credete nel Vangelo!” (Mc 1,15).
La conversione, richiamata con frequenza nel tempo quaresimale, è rivolta al cuore dell’uomo e costituisce l’architrave del messaggio di Gesù per la salvezza di noi peccatori, richiamandoci al suo amore. Dunque una questione di cuore e di amore, antica e costante nel rapporto tra Dio e l’uomo, fondamentale per la salvezza.

Nell’antico testamento essa è un monito a ristabilire l’alleanza con Dio Padre violata dal singolo o dal popolo di Israele che, ravveduti, ripristinano i legami spezzati con il Dio dell’alleanza, il quale invita costantemente il suo popolo ad essere santo come Lui è santo, mettendo Dio e la sua volontà al primo posto (Cf. Ger 3, 12-13; Ez 18,30-32). Secondo l’etimologia ebraica, è un ritorno a Dio (shûb, ritornare).
Nel nuovo testamento l’evangelista Marco ci dice che Gesù inaugura la predicazione della “buona notizia” annunciando: a) che il “tempo è compiuto”, non il tempo cronologico, quello quantificabile, ma “il tempo segnato dall’intervento di Dio”, un tempo favorevole, il kairos, in cui Dio parla e agisce; b) che “il regno di Dio è vicino”, ossia si sta realizzando un nuovo incontro con Dio, perché Lui stesso è presente, opera e inizia a regnare; c) “convertitevi”: per entrare nel Regno di Dio, è necessario convertirsi (in greco metanoéin, cambiare mentalità) e credere nel Vangelo (cf. Mc 1,15).

La conversione, che è un cambiamento di vita e di pensiero, esige però la consapevolezza del proprio peccato (Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1490; 1848). San Giovanni ce lo ricorda: “Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi” (1Gv 1,8). Tale atteggiamento ci consente di rinunciare alla via dell’errore e di indirizzare il nostro agire, il nostro modo di intendere e di vedere le cose, tutto il nostro essere verso una determinata direzione, che è l’adesione totale a Gesù Cristo, per conformare il nostro cuore al suo cuore.

Il dinamismo della conversione è possibile solo aderendo alla grazia dello Spirito, infusa per libera iniziativa di Dio e che per operare in noi richiede la nostra libera adesione, la nostra apertura del cuore. Occorre dunque accogliere l’opera di Dio, la sua volontà e il suo disegno salvifico per ognuno di noi. Dio Creatore e Padre lascia sempre all’uomo la “libertà” ed è solo la nostra libertà che può essere di intralcio all’opera di Dio e addirittura alla realizzazione del suo disegno di salvezza. D’altronde se Dio è amore, l’amore non può imporsi, mai si impone ad alcuno di amare.
Per entrare nel Regno di Dio infatti non basta dirsi cristiani o esibire semplicemente il “certificato di battesimo”. Il dono iniziatico dello Spirito Santo e della vita nuova ricevuti nel battesimo, infatti, non hanno eliminato la fragilità e la debolezza connaturate all’essere umano che lo rendono incline al peccato, a causa del quale si infrange quel legame di amicizia con Dio (Cf. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1426; 1991).
L’uomo per sua natura tende ad essere ribelle e i suoi peccati sono frutto della disobbedienza alla Parola del Signore; per ristabilire l’alleanza con Lui occorre ritornare alla Sua Parola che spesso è in contrasto con la volontà dell’uomo, il quale è assorbito dalle sue finalità materiali e mondane, dalle sue categorie umane di valori e di pensiero. Infatti nella Sacra Scritture Dio ci dice: i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie (Is 55,8) (cf. Giuseppe Comi, Cambia il Cuore, Tau Editrice, 2021).

Il processo di conversione alla giustizia costituisce una dimensione costante nella storia umana e riguarda tutti, sotto forma di continuo appello alla perfezione (Cf. Pontificia Commissione Biblica, Che Cosa è l’uomo? Un itinerario di antropologia biblica, Ed. LEV, 2019). È un esercizio di vita intimo e sociale ininterrotto, non semplicemente limitato alle pie pratiche, e consiste nel saper riconoscere il Signore come Padre e Dio della nostra vita e porlo al centro e al di sopra di ogni altra cosa, chiedendo la grazia di non abbandonarci ai nostri vizi, come ci ricorda il Siracide: “Signore, padre e padrone della mia vita, non abbandonarmi al loro volere, non lasciarmi cadere a causa loro. Chi fustigherà i miei pensieri e chi insegnerà la sapienza al mio cuore” (Sir 23, 1-2).

La fonte dove attingere gli elementi vitali per la nostra conversione è dunque la Parola di Dio. Essa, sempre fresca, giovane, vigorosa e attuale, attraverso i millenni riesce ad essere contemporanea di ogni generazione dei credenti, in ogni tempo e condizione. Tramite la meditazione della Parola riconosciamo le idolatrie dei nostri tempi, ci viene donata la capacità del cuore di saper vedere quali sono le ingiustizie dei giorni nostri: sregolatezza, smoderata bramosia di ricchezze e di potere, calunnia, sfruttamento del debole, azioni, parole e omissioni che danneggiano il nostro prossimo. Ponendoci con sincerità di fronte alla Parola, svuotando noi stessi per accogliere il messaggio del Vangelo, possiamo scoprire quanto superfluo ci opprime e di quante miserie siamo intrisi: ipocrisia, apparenza, egoismi, superbia, indifferenza, eccessi.
Infatti è proprio attraverso la Scritture che Dio continua a parlarci. Lì attingiamo energie e motivazioni sempre nuove per la nostra conversione. Dalla Parola di Dio che risuona nelle Scritture traiamo nutrimento (“non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” Mt 4,4) e luce per essere guidati sulle strade della nostra vita (“lampada per i miei passi è la tua parola” Sal 119,105).
Bisogna affermare chiaramente che per conversione non si può mai intendere la farisaica osservanza dei precetti, infatti è lo stesso Gesù che ci avverte “non chiunque dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del padre mio” (Mt 7,21). Occorre non solo parlare di Lui, pregare, partecipare a riti e celebrazioni, ma bisogna che la volontà del Padre entri nel nostro cuore e il nostro cuore diventi “amore”, che la fede pervada la nostra vita ed incida sulle nostre scelte quotidiane e in ogni piccolo aspetto della nostra esistenza.

L’esperienza dell’incontro con Cristo che San Paolo visse sulla via di Damasco, conosciuta come conversione, ma che meglio dovrebbe essere definita come vocazione (Cf. G. Pani, S.J, Paolo sulla Via di Damasco: conversione o vocazione – Civiltà Cattolica, quaderno 3925, 2014), contiene in sé questo cambio di prospettiva radicale alla quale tutti dovremmo tendere, un rovesciamento della propria identità, che è la vera essenza della conversione. Difatti, Paolo di Tarso, fariseo, zelante e violento persecutore della Chiesa con progetti di morte, diviene perseguitato e minacciato di morte a motivo di Cristo, da nemico dei discepoli diventa loro maestro, da negatore del Messia ne diventa predicatore (Cf. Gèrard Rossè, Paolo. Profilo biografico e teologico, Ed. EDB, 2019).


La storia della Chiesa, poi, ha un’abbondanza di esempi grandiosi di conversione che hanno condotto alla santità: peccatori ostinati che hanno aperto il loro cuore alla grazia e si sono lasciati plasmare dall’opera salvifica di Dio. Guardiamo a Sant’Agostino, giovane dai costumi sregolati, lussurioso, attaccato agli onori, amante della ricchezza e delle belle donne, la cui vita dissoluta cambia radicalmente dopo aver conosciuto Ambrogio. Avvicinatosi alla Chiesa, ancora pieno di ostacoli interiori, le sue resistenze crollano totalmente alla lettura di un versetto della lettera di Paolo ai Romani e “la luce entrò nel suo cuore e si dissiparono le tenebre del dubbio” (Cf. Luciano Labanca, Da figlio perduto a padre di molti, L’avventura di Sant’Agostino nella Chiesa, Zaccara Editore, 2017). Proprio come per Sant’Agostino e per tanti altri santi di diverse epoche, la santa inquietudine della ricerca spirituale, dell’interrogarci su noi stessi, può essere il motore della nostra conversione. Chiediamo a noi stessi se siamo davvero orientati verso Dio o solo verso il nostro “io”, se viviamo per piacere al Signore o per occupare i primi posti che ci consentono visibilità o tornaconti, se all’interno della vita ecclesiale portiamo il Signore agli altri o portiamo solo il nostro ingombrante ego, se stiamo bene con le nostre ipocrisie, o lottiamo per liberare il cuore dalle doppiezze e dalle falsità che lo incatenano? (Cf. Francesco, Omelia per le Ceneri, 17.2.21).

Oggi le nostre sicurezze basate sui beni materiali, i nostri progetti per il futuro abilmente calcolati, talvolta anche a scapito degli altri, sono stati compromessi, “come pula che il vento disperde” (Sal 1), dalla crisi pandemica causata dal Covid-19. E già questa riflessione sarebbe un buon punto di partenza per avviarci alla conversione e persuaderci che dire “siamo nelle mani di Dio!” non è solo un popolare aforisma o una mera coloritura dialettica, ma una realtà concreta.
Accogliendo dunque l’invito alla conversione, peculiare della quaresima e riconoscendo il primato della Parola di Dio possiamo facilmente accorgerci di quanta zavorra e ciarpame ci trasciniamo dietro. Di quanto il nostro sguardo sia posto molto poco su di noi e troppo sugli altri, e di come spesso scadiamo nel giudizio inclemente. Quasi sempre diamo un coefficiente maggiore ad alcuni aspetti della morale per misurare la nostra condotta, dimenticando – per esempio – che profittare del salario dell’operaio, il cui lavoro non viene retribuito con la giusta tariffa conseguendo il datore di lavoro un indebito, soverchio arricchimento, è un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. Lo stesso Gesù nei vangeli rimprovera i peccati carnali, ma senza mezzi termini considera ben più gravi i comportamenti di quei farisei che fondano la loro “giustizia” sulle apparenze (cf. Emilio Salatino, Oltre l’orizzonte, etica della vita affettiva, Pubblisfera Edizioni, 2015).

La conversione riguarda il nostro futuro, qualunque sia stata la nostra vita passata e quella presente. Senza timori, soprattutto del giudizio sempre ingeneroso dei farisei del nostro tempo, sentiamoci i destinatari privilegiati dell’attenzione del Padre Nostro e della missione di Gesù, che non è venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano (Cf. Lc 5, 27-32), perché non sono i sani che hanno bisogno del medico ma i malati (Mt 9,12). Egli ci ricorda che c’è più gioia in cielo per un peccatore convertito che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione (Cf. Lc 15,1-32).
Convertirsi e conformarsi a Cristo è accettare la sua volontà, in una continua tensione verso la perfezione. Si tratta indubbiamente di un cammino lento e lungo, fatto di battute d’arresto, piccoli cedimenti, cadute, ritardi, crisi; un processo dinamico che dura tutta la vita (cf. San Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, 46), per condurci oltre la vita: la speranza finale di meritare l’eternità beata.

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