Le opere penitenziali: punizioni o medicine?

di don Andrea Giovita

La tradizione latina, per influsso dei Padri africani, ha compreso le opere penitenziali nell’ottica della giustizia vendicativa: sono un castigo e una pena a sconto delle colpe commesse, una soddisfazione che compensa il danno arrecato e riesce a placare Dio (Cfr Cipriano, De lapsis, 17). In questo modo è stato facile scivolare in una visione equivoca delle penitenza, pensata e vissuta come un insieme di prestazioni materiali che “meritano” di ottenere il perdono divino. Bisogna invece partire dal presupposto che le opere penitenziali non sono una punizione che sopraggiunge dall’esterno, come il castigo inflitto da un altro. Il peccatore è punitore di sé stesso, in quanto ogni azione peccaminosa produce un trauma in chi la compie.

Il perdono non cancella le colpe solo perché l’assoluzione, alla maniera di un verdetto giuridico, le dichiara superate e inesistenti. Ciò che il perdono va a cancellare sono le tracce, i residui, le cicatrici che il peccato ha impresso nell’essere personale e che si fanno sentire sotto forma di divisione interiore, di pena dell’anima, di resistenze all’azione dello Spirito. Non basta che uno si dichiari pentito, rinneghi il suo passato e decida di cambiare orientamento perché scompaiano improvvisamente i disordini che si sono espressi nella sua persona. La vittoria sul male e sulle sue conseguenze è un’operazione lunga, dato che il peccato non ci sfiora in superficie, ma penetra in tutto il nostro essere (Cfr. G. Busca, La riconciliazione, sorella del battesimo, Roma 2013).

Lo scopo delle opere penitenziali non è, dunque, il riscatto legale del debito, ma la riparazione e la restaurazione dell’essere umano affinché possa assumere nuovamente lo stato normativo della sua natura creata a immagine del Figlio. Il perdono non va confuso con un atto giuridico formale col quale Dio dichiara cancellati i peccati ma lascia l’uomo peccatore; si svuoterebbe di realismo la giustificazione operata da Cristo (Gal 2,17-18). Ciò che Dio vuole è l’integrità della sua creatura, riacquisita quando le facoltà segnate dal peccato ritrovano l’orientamento originario e tornano intatte in forza di una libera adesione allo Spirito che le riempie della carità trinitaria. In molti casi la terapia penitenziale si rivela inefficace perché agisce solo in superficie, mira a correggere le manifestazioni esterne del vizio invece che curare in radice la persona. Ritoccare i comportamenti in modo formale è come rimuovere gli effetti, senza incidere sulle cause. Per discernere correttamente quali opere penitenziali possono agire nella trasformazione esistenziale del peccatore, bisogna partire dal presupposto che nessuno compirebbe il peccato, se non fosse attratto dal piacere che è convinto di ottenere dall’azione peccaminosa (cfr. Isacco il Siro, in Filocalia, a cura di G. Vannucci). Gli autori spirituali insegnano che una penitenza è efficace quando va a inaridire la sorgente interiore delle passioni, al livello del pensiero e del desiderio, dove si formano il piacere del peccato e la predisposizione a compierlo. È frequente il caso di penitenti che lamentano di ripetere sempre gli stessi peccati e di confessarli senza che nulla cambi. Il peccatore ancora affezionato al vizio, per quanto si accusi di alcune azioni peccaminose, in verità, non vuole cessare di essere quello che è stato, non è ancora giunto a prendere in odio il suo passato e continuerà a subirne l’attrattiva fino a quando, in un lampo di lucidità, non intuirà l’inganno della passione. Solo allora, la percezione spiacevole di ciò che prima gli procurava piacere provocherà in lui un senso di nausea e di ribellione, e muoverà la sua volontà a decidere di interrompere la complicità col vizio.

La pratica della penitenza non può essere disgiunta da una certa dose di afflizione psicologica e spirituale (Simeone il Nuovo Teologo, Discorsi, LVII: PG 120, 297b-c.). Non c’è da meravigliarsi, dunque, che in una cultura che persegue il mito del benessere e anestetizza ogni forma di dolore, subito o volontario, risulti desueto e scomodo l’appello ad accettare la sofferenza come momento pasquale della vita e ad investirla come forza per il cambiamento, in un’ottica di trasfigurazione spirituale. La pedagogia penitenziale non consiste in una serie di limitazioni o privazioni per raggiungere un più alto livello di auto-perfezione morale. L’ascetismo cristiano non coincide col volontarismo (Cfr. G. Busca, La riconciliazione, sorella del battesimo, Roma 2013).

L’ascesi penitenziale è una pedagogia che mira a ricomporre la persona del cristiano nella sua integrità originaria. Il contrario del peccato non è l’osservanza delle regole morali, è l’apertura a Dio, la fede che si fa ricettiva della salvezza di Cristo. L’ascesi rende la persona attenta e disponibile a come lo Spirito la sta guidando nella conversione. Questa docilità implica una rinuncia a disporre della volontà in modo autoreferenziale e arbitrario. Con la decisione di non volere la sua volontà e di accogliere l’ispirazione dello Spirito, il penitente mortifica l’impulso a fare dell’io l’epicentro del suo agire e questa decisione coincide con la salvezza della volontà che non si costituisce più come una forza che si frappone tra lui e Dio.

In forza del principio che “a peccato concreto corrisponde penitenza concreta”, gli esercizi penitenziali devono essere puntuali e perciò adatti a provocare un’adesione reale e non astratta della volontà umana alla volontà di Dio. L’adesione della volontà a questo tirocinio penitenziale non è spontanea; anzi, il fatto di anteporre la scelta di alcuni beni spirituali alla soddisfazione immediata dei piaceri è causa sul momento di insofferenza. Ma è proprio rinnegando le voglie impulsive che la volontà è ricondotta alla sua capacità naturale di creare il bene. Siccome la volontà guarisce rientrando in comunione con la volontà di Dio, non esiste nella Chiesa l’autoterapia. Sarebbe un rimedio troppo debole una terapia che è esposta alle incertezze del libero arbitrio e alle oscillazioni di una volontà incostante. Il peccatore non possiede la sapienza sufficiente per fissare a sé stesso i mezzi penitenziali da applicare per guarire. Il peccatore guarisce in dialogo con colui che è costituito medico nella Chiesa ed esercita il suo ministero con l’autorità pastorale del Signore. Il confessore stabilisce le penitenze tenendo conto delle condizioni dei singoli (età, salute, sesso) e dello stato vocazionale e professionale di ciascuno. Soprattutto è attento a discernere le disposizioni spirituali del penitente, se è fervente o negligente nell’impegno della conversione. Verifica lungo il tempo della convalescenza se le cure penitenziali somministrate si rivelano efficaci o meno e se gli scarsi risultati possano dipendere dalla debole collaborazione del penitente. Nel fissare per ciascun penitente un programma penitenziale adeguato sono da evitare due estremi: imporre penitenze troppo gravose che rendono odioso il sacramento e non incoraggiano l’interessato ad applicarsi con costanza per eseguirle, oppure suggerire penitenze minime e facoltative, anche in casi gravi, avvallando l’impressione che il peccato non sia cosa seria e incentivando nel penitente un senso di rilassatezza morale.

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