La musica della salvezza: il “fa” di Giuseppe

di Rocco De Pietro

San Giuseppe “il giusto”, “lo sposo”, il “padre”, Patrono della Chiesa Cattolica, figura di santità da sempre venerata dal popolo cristiano, che conserva nei secoli quella peculiare caratteristica di uomo del silenzio al quale i testi evangelici non fanno pronunciare nessuna parola e, forse per questo, la nostra fede, talvolta superficiale e distratta, riduce tanto inconsapevolmente quanto impropriamente ad un cooperatore pratico della Beata Vergine Maria sua sposa, semplicemente un efficiente e premuroso bandante, tutore zelante della Sacra Famiglia.

Ricorrendo il 150° anniversario dalla pubblicazione del Decreto Quemadmondum Deus, col quale il Papa Pio IX dichiarò San Giuseppe Patrono della Chiesa Cattolica, il Santo Padre Francesco ha emesso la Lettera Apostolica Patris Corde, al fine di “accrescere l’amore verso questo grande Santo, per essere spinti a implorare la sua intercessione e per imitare le sue virtù e il suo slancio”, istituendo l’Anno di San Giuseppe, durante il quale è possibile lucrare speciali indulgenze per i vivi e per i defunti.

L’occasione che ci offre la Chiesa in questo anno è anche quella di guardare con maggiore profondità a questa affascinante figura, ultimo dei Patriarchi, congiunzione tra l’antico e nuovo testamento collegamento tra Gesù e la promessa fatta da Davide (cf. Benedetto XVI, L’infanzia di Gesù). In Giuseppe si conclude l’Antico Testamento e i grandi patriarchi e profeti conseguono il frutto promesso, come afferma San Bernardino da Siena.      

Dunque chi è Giuseppe il falegname di Nazareth? Quale ruolo assume nel progetto della salvezza? Cosa dice a noi uomini del terzo millennio, provati dalla lunga pandemia da COVID-19 in cui ci siamo ritrovati in poche ore e che ci ha sprofondati in una spaventosa crisi sanitaria, economica, culturale e sociale?

Nella pletora di definizioni, tutte esatte ma inadatte da sole, a connotare con esauriente completezza la maestosa figura di Giuseppe, occorre rifarsi alla Parola, al Vangelo, spesso tralasciato nella nostra vita di fede e quasi sempre ascoltato distrattamente durante le liturgie. D’altronde se papa Francesco sin dagli albori del suo pontificato ci ha suggerito di portare sempre con noi un piccolo vangelo e di aprilo ogni tanto,  un buon motivo ci sarà. Sarebbe puerile pensare che lo abbia fatto per mero slogan.

Sembrerà paradossale, ma proprio nel Vangelo, dove Giuseppe non proferisce parola, possiamo trovare risposte alle nostre domande, senza trascinarci dietro immagini fuorvianti attinte dalla tradizione, dall’iconografia e dagli scritti apocrifi talvolta fantasiosi e irriverenti.

Dunque, i testi canonici del vangelo ci definiscono in modo preciso Giuseppe dicendoci che è un uomo “giusto” della casa di Davide (cf. Mt 1, 19-20) e padre di Gesù di Nazareth (cf. Lc 2,33 e 2,48).

L’uomo giusto veterotestamentario è l’uomo che confida nel Signore ed il Signore è la sua speranza (cf Ger 17, 7), è paragonato all’albero piantato lungo i corsi d’acqua le cui foglie sono sempre verdi, dà frutto a suo tempo. L’immagine dell’albero solido è contrapposta alla pula, leggera e inconsistente che il vento disperde, le sue radici affondano nel canale lungo il quale è trapiantato, traendo nutrimento dall’acqua, che scorre viva in un moto ininterrotto; l’acqua è immagine della Parola di Dio, il giusto se ne nutre, l’acqua-parola entra dentro di se (come l’acqua è in effetti elemento costitutivo maggioritario del corpo umano) e la medita giorno e notte ed in essa trova la sua gioia. La vita del giusto è dunque caratterizzata dalla conoscenza ed al consenso totale alla Legge, nutrendosene diventa parte essenziale dell’uomo, del suo agire, del suo programma di vita e tutto quello che farà riesce bene (cf. Sal. 1).

Dunque, Giuseppe il giusto, poiché conoscitore profondo della Parola ha potuto superare ogni iniziale titubanza derivante dallo stato di gravidanza della sua promessa sposa Maria ed ha saputo discernere le parole che l’angelo gli rivolge in “sogno”: non temere di prendere con te Maria (…) partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù (Cf. Mt 1, 20-21). Giuseppe comprende la sua vocazione: nel mistero “nascosto da secoli nella mente di Dio” (cf. Ef 3,9) è stato “chiamato” ad essere sposo e padre nel disegno della salvezza. Quel “tu lo chiamerai …” detto dall’angelo è il progetto di Dio sulla sua vita.

Ricorrendo ad una metafora possiamo dire che nel mistero dell’incarnazione due note musicali danno avvio al mirabile “concerto” della storia della salvezza: il “si” di Maria e “fa” di Giuseppe. Maria esprime un “si” vocale, acustico, udibile e udito dall’angelo, il carpentiere di Nazareth, incline alla manualità esecutiva e creativa, è uomo del silenzio e si affida “all’eloquenza dei gesti più che a quella delle parole” e, svegliatosi dal sonno, “fa” come gli aveva ordinato l’angelo del Signore.

Giuseppe è stato vero padre e vero sposo nella famiglia di Nazareth “chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù” e in tal modo ha cooperato al grande mistero della redenzione ed è veramente ministro della salvezza. (cf. Giovanni Paolo II, Esort. Ap. Redemptoris custos)

Guardiamo a Giuseppe, meditiamo sistematicamente il Vangelo, torniamo a nutrirci della Parola e a farne l’essenza della nostra vita, sapremo così consapevolmente discernere il progetto che Dio ha su di noi,  sapremo interpretare quel “tu…” che Dio ci rivolge. Giuseppe è padre legale di Gesù, guardando a lui sappiamo aderire cristianamente alle  responsabilità a cui siamo chiamati in ogni tipo di paternità, anche nella paternità delle nostre azioni e delle nostre iniziative di cui abbiamo responsabilità nella società, nel lavoro, nella politica, nell’economia. Giuseppe è padre-educatore, sappiamo guardare evangelicamente alla nostra responsabilità negli ambiti educativi e di crescita culturale, sociale e spirituale, consapevoli che l’essere padri va oltre la mera concezione genitoriale generativa e biologica. Giuseppe educa e nutre, custodisce e protegge il figlio Gesù e può essere considerato un vero modello di ogni paternità, anche per chi non vive più l’unione coniugale, con un passato o un presente difficile e conflittuale, perché i figli non siano oggetto di disputa pretestuosa e mai mezzo attraverso i quali affermare le proprie ragioni o ottenere rivalse sull’altro coniuge.

Giuseppe è la straordinaria figura nella quale ognuno di noi può trovare un aspetto della propria condizione umana quando si attraversa il momento del dubbio trepidante, della scelta complessa, i momenti difficili e ci ricorda che coloro che stanno apparentemente nascosti o “in seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia delle salvezza (cf. Francesco, Lett. Ap. Patris Corde).

Giuseppe ci indica di “fare” la volontà di Dio, ci indica la via dei giusti (Sal 1), la retta via attraverso la quale ci sarà mostrata la salvezza (Cf. Sal 27,11).

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