Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,25-28.34-36)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Commento

Con questa domenica, la prima del tempo di Avvento, veniamo introdotti nel nuovo anno liturgico, in cui, illuminati dalla luce della Parola e guidati dalla preghiera della Chiesa, rinnoviamo la nostra celebrazione del Mistero di Cristo nei diversi tempi. Nelle domeniche di questo ciclo saremo accompagnati dall’evangelista Luca, il medico di cultura greca, lo scriba mansuetudinis Christi, che con il suo tratto pacato, immaginifico e sapiente, ci offrirà le sfaccettature dell’inesauribile Mistero dell’Atteso. Ed è proprio la prospettiva di quest’attesa che ci viene presentata nel brano evangelico di oggi, così ricco di suggestioni e immagini apocalittiche. Questo aggettivo tanto abusato non deve portarci a letture catastrofiche e millenaristiche, con profezie disastrose e terrificanti, quanto piuttosto – recuperandone la vera etimologia, da “apokalispsis”, che in greco significa “rivelazione” – a riconoscere il ruolo del Signore, il Veniente. Presentandoci la creazione gemente, destinata a finire nel modo in cui si presenta attualmente, perché aperta ad un oltre, ciascuno di noi è invitato a riflettere sul proprio approccio alla realtà, agli eventi della vita e della storia. Da uno sguardo che soccombe per l’angoscia, la paura e il senso di abbandono di fronte agli sconvolgimenti della natura e della vita degli uomini e dei popoli, la Parola di Dio ci illumina su una dimensione verticale, quella della speranza teologale: l’ultima parola spetta a Cristo, la luce delle genti, che tornerà coronato di potenza e di gloria. Lo stesso Cristo, umiliatosi per amore sul legno della croce, è il Signore glorificato che tornerà per ricapitolare in sè tutte le cose e liberare definitivamente l’umanità dai ceppi della finitezza e della morte. Finché il nostro sguardo sarà chino su noi stessi, sulle miserie di ogni giorno, la valle di lacrime della storia umana, senza aprirsi all’Atteso, noi saremo come gli ebbri che perdono il controllo della loro vita e della realtà che li circonda. Fortificati dalla virtù della speranza in Cristo, possiamo finalmente levare il capo svegliandoci dal torpore delle distrazioni e delle dissipazioni, mantenendo il cuore vigile e pronto all’incontro. Per un disegno imperscrutabile della Provvidenza noi non conosciamo in anticipo nè il giorno nè l’ora del nostro incontro personale con il Signore, nè dell’incontro definitivo di tutta l’umanità con Lui. Questa “santa incertezza” non ci lascia tra “coloro che son sospesi” (Dante, Inferno, II, 52), ma è per noi lo sprone a mantenerci in costante preghiera, riconoscendo le venute intermedie del Signore. Nel corso del tempo che ci è donato, infatti, Gesù presente nella Parola, nei sacramenti, specialmente nella Santissima Eucaristia e nei poveri che bussano alle porte del nostro cuore, ci prepara per poterlo accogliere definitivamente nella gloria del suo eterno splendore. Se siamo preparati e desti, infatti, questo incontro finale e definitivo non ci schiaccerà. Qualora, invece, fossimo spiritualmente assopiti, distratti e superficiali, l’incontro con il Figlio dell’uomo ci coglierebbe di sorpresa, schiacciandoci con la sua maestà di giusto Giudice.

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

Nell’antico Testamento la Bibbia parla del mondo come della creazione buona di Dio e come del mondo dell’uomo, un mondo che Dio tiene in mano e che trasformerà nel suo mondo definitivo. Tuttavia già l’Antico Testamento sa che il mondo è incrinato, che in esso è presente il peccato, che esistono l’odio e la discordia. Secondo il punto di vista pessimistico del Qohelet, il mondo si muove in un circolo di delusione e di oppressione. I profeti interpretano il mondo a partire dalla sua fragilità, ma annunciano contemporaneamente un mondo rinnovato da Dio, un mondo colmo di giustizia e di pace. Anche nel Nuovo Testamento incontriamo questa doppia concezione. Paolo e Giovanni interpretano il mondo in modo piuttosto negativo. Per Giovanni, il mondo si è rifiutato di credere in Gesù. È, quindi, un mondo che rimane buio, non illuminato. Parla di “questo” mondo, che si chiude di fronte a Dio. Ma contro questo mondo chiuso la fede vuole erigere un mondo opposto, nel quale Dio governa e illumina ogni cosa, nel quale l’amore di Dio permea ogni cosa. Per Paolo, il mondo è connotato soprattutto dal peccato. Ed è solo un mondo temporaneo, che il cristiano deve sopportare fino a quando Cristo presenterà il nuovo mondo. Il mondo è il luogo in cui viviamo. In esso riconosciamo la bellezza della creazione. Ma contemporaneamente il mondo è il luogo in cui ci dovremmo affermare. Dovremmo vivere nel mondo, senza lasciarci condizionare dal mondo. Viviamo piuttosto nel mondo come coloro che hanno la loro vera origine in Dio e che, quindi, plasmano e organizzano il mondo in modo tale che diventi degno di essere vissuto per tutti. Abbiamo una responsabilità verso questo mondo. Non possiamo sfruttarlo, ma dovremmo averne cura in modo tale che anche le generazioni future possano vivere bene in esso. Se il mondo sia un luogo buono è, quindi, una domanda rivolta a noi stessi. Infatti, se sia un luogo buono per le generazioni che ci seguiranno dipende, non da ultimo, dal modo in cui lo lasceremo a loro

(A. GRÜN, Il libro delle risposte, Cinisello Balsamo (MI), San Paolo, 2008, 181-182).

Preghiera

Signore del giorno e della notte,
Signore del giorno e della notte,
Dio del cielo e della terra,
si avvicina l’ora della tua venuta.
Non lasciarci intorpidire in un’attesa sonnolenta.
Desta i nostri cuori alla Parola
che non cessi di rivolgerci
attraverso i secoli dei secoli.

Padrone dello spazio e del tempo,
nostro Dio, nostro Padre,
non lasciarci riaddormentare:
rendici attenti all’occasione di salvezza che ci offri,
a questi segni incipienti del Regno del tuo Figlio
che vive presso di te e tra noi
ora e sempre.

Un pensiero su “I domenica di Avvento/C: Il mistero dell’Atteso

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