Carissimi lettori di caritasveritatis, come da tradizione del nostro blog durante i tempi forti dell’anno liturgico, anche in questo Avvento 2021, cercheremo di offrire alcune schede di approfondimento per la nostra riflessione e preghiera, che vanno ad affiancarsi ai commenti evangelici delle domeniche e solennità. Quest’anno, dopo i cicli sui “Temi dell’Avvento” del 2019 e i “Personaggi dell’Avvento” del 2020 che sono sempre accessibili sulle pagine del blog, si propone un nuovo ciclo intitolato “Le candele di Avvento”, che si svilupperà in quattro uscite nelle settimane di Avvento (1a Candela: La vigilanza; 2a Candela: Il cammino; 3a Candela: La pazienza; 4a Candela: La povertà di spirito).

Prima candela: La vigilanza

di don Luciano Labanca

Il filosofo greco Eraclito di Efeso (VI sec. a.C.), vissuto molti secoli prima di Cristo, divide l’umanità in due categorie contrapposte: i desti e i dormienti. I primi, che lui considera i veri filosofi, sono capaci di conoscere la realtà, andando oltre le apparenze. Gli altri, distratti e superficiali, si fermano all’esteriorità delle cose, vivono nel sogno e nell’illusione e sono incapaci di cogliere l’archè del reale. Questo pensiero dell’antico naturalista ci aiuta ad introdurre uno dei temi fortemente ricorrenti in Avvento, soprattutto nella prima parte, ossia l’invito costante alla vigilanza nell’attesa del Signore che viene. Esso ci viene presentato attraverso le pagine evangeliche dei cosiddetti discorsi escatologici di Gesù (Mc 13, Mt 24-25, Lc 21), quelli in cui il Maestro annuncia ta éschata, le cose ultime, vale a dire il compimento del tempo e della storia dell’umanità, coronati dal suo ritorno glorioso alla fine dei tempi. Come è noto la parola Avvento deriva dal latino adventus, che significa proprio “venuta, arrivo”. Ed essenzialmente sono tre le venute di Gesù sulle quali noi meditiamo attraverso le letture bibliche e la preghiera della Chiesa in questo tempo forte dell’anno liturgico: il ricordo della sua prima venuta nella storia mediante il mistero dell’Incarnazione, che celebriamo ogni anno nel Natale, la speranza del suo ritorno glorioso “nella gloria per giudicare i vivi e i morti” (dal Credo niceno-costantinopolitano) e quella del presente, in cui nascosto sotto i veli della Parola, dei sacramenti e dell’umile quotidianità, Cristo ci viene incontro sempre di nuovo, specialmente attraverso il grido umile dei poveri, dei sofferenti e degli ultimi, che bussano alle porte del nostro cuore. Come prepararsi bene allora a queste venute del Signore? Gli stessi Vangeli ci suggeriscono l’atteggiamento giusto per non perdere o vanificare l’occasione del nostro incontro con Lui. Si tratta appunto della vigilanza, dal latino vigilare, ossia “rimanere svegli, non dormire, essere attenti, avere cura attiva”. Essa si configura come quell’attitudine a non perdere il controllo di sé stessi, lasciandosi distrarre da cose diverse, che non ci permettano di concentrarci sul momento della venuta di Cristo. La pagina evangelica della prima domenica di Avvento di questo anno C, tratta dal Vangelo di Luca, ci ha ricordato: “State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; (…) Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo»” (Lc 21,34.36). La prima espressione tradotta in italiano con “state attenti a voi stessi” (Προσέχετε δὲ ἑαυτοῖς), ci offre una prima sfumatura di questo atteggiamento della vigilanza: il verbo greco prosécho, significa proprio “badare, volgere lo sguardo” a sé stessi, nel senso di essere presenti a sé stessi, non distratti o fuori di sé, concentrati su altri o su altro. La vigilanza, infatti, consiste proprio in questo pieno possesso delle proprie facoltà, del proprio essere completo, corpo, spirito, mente. Se il cuore, ossia la parte più intima di noi stessi, dovesse appesantirsi, disperdendosi nel vizio, nelle ubriachezze o nelle ansie, non potremmo rimanere concentrati su noi stessi, ma finiremmo per ritrovarci alienati in un altrove indefinito e nebuloso. Si sa che la distrazione offre sempre un pessimo servizio alla nostra concentrazione e attenzione. Quanti disastri si eviterebbero mantenendo il controllo di sé stessi: sicuramente gli imprevisti e le situazioni inattese non ci colpirebbero di sorpresa! Così avviene anche per il passaggio del Signore nella nostra vita. Quanto più siamo presenti a noi stessi, tanto più avremo uno sguardo desto e pronto a riconoscerlo e, quando Egli verrà, potremo evitare l’effetto sorpresa. Questa attitudine a rimanere concentrati su sè stessi ed evitare distrazioni, si può riscontrare anche nella famosa pagina del capitolo 21 del Vangelo di San Giovanni. Dopo che Gesù risorto affida a Pietro la missione di guidare i suoi fratelli, vedendo il discepolo amato, “Pietro disse a Gesù: «Signore, che cosa sarà di lui?». Gesù gli rispose: «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi»” (Gv 21,21-22). Gesù vuole che Pietro non sia distratto da quello che riguarda gli altri, ma che si concentri totalmente sul suo rapporto con Lui, espresso nella sequela. Il richiamo a questa vigilanza è profondamente attuale per noi oggi, immersi in una società frenetica, in cui le informazioni viaggiano alla velocità della luce, in cui la realtà si confonde facilmente con il virtuale, dove la nostra immagine “social” sembra contare più della vera dignità e identità personale, dove l’uomo conta più per quanto produce o consuma, che non per quanto sia in sé stesso, come immagine e somiglianza di Dio. In questo contesto, la domanda risuona forte per noi: siamo veramente presenti a noi stessi in questo tempo? Tornando al passo succitato dell’evangelista Luca, si può notare anche un’altra espressione posta sulla bocca di Gesù: “vegliate in ogni momento pregando” (ἀγρυπνεῖτε δὲ ἐν παντὶ καιρῷ δεόμενοι). Il verbo agrupnéo, significa proprio rimanere svegli, attenti, guardare e stare pronti in ogni momento opportuno (kairòs), pregando. Non si tratta del semplice atto di rimanere svegli, quanto di riempire tale tempo significativo (kairos) di un dialogo orante con Dio. La nostra attesa vigilante, riprendendo la nota immagine del Vangelo di Matteo, deve essere come quella delle vergini che non solo portano con sé le lampade, ma si riforniscono anche dell’olio della preghiera. La mancanza di olio delle lampade fa perdere alle vergini stolte l’occasione dell’incontro con lo Sposo (cfr. Mt 25,1-13). Il tempo di Avvento ci ricorda che la vita cristiana si configura costantemente come una lotta spirituale contro i nemici interni ed esterni della nostra salvezza, contro i quali combattere strenuamente, sebbene noi stessi rimaniamo segnati dall’esperienza della fragilità umana: “Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole” (Mt 26,41). In tale lotta ciascuno deve essere ben armato ed equipaggiato, indossando le armi della luce (cfr. Rm 13,12), la prima delle quali è senz’altro la preghiera. Benedetto XVI, nel suo capolavoro Gesù di Nazareth, ci ha spiegato bene cosa debba intendersi per vigilanza evangelica, quando ha affermato che essa consiste nel “non uscire dal presente, uno speculare sul futuro, un dimenticare il compito attuale – tutt’al contrario, vigilanza significa fare qui e ora la cosa giusta, come si dovrebbe compierla sotto gli occhi di Dio. (…). Essere vigilanti significa: sapersi ora sotto gli occhi di Dio ed agire come si suole fare sotto i suoi occhi” (Gesù di Nazareth, Seconda Parte, Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2011, 60). In conclusione, tenere desta la fiamma della prima candela della nostra corona d’Avvento, significa proprio alimentare la virtù della vigilanza in noi, riconquistando quotidianamente il nostro stare presenti a noi stessi e a Dio, vivendo in pienezza il nostro presente, senza lasciarci distrarre e alienare da persone e situazioni, ma alimentando la nostra vita con l’olio della preghiera. Questo eviterà che possiamo soccombere agli eventi e ci permetterà di essere sempre pronti all’incontro con il Signore che viene.

La parola di Pietro

“Vegliate”, la vigilanza. Fermiamoci su questo aspetto importante della vita cristiana. Dalle parole di Cristo vediamo che la vigilanza è legata all’attenzione: state attenti, vigilate, non distraetevi, cioè restate svegli! Vigilare significa questo: non permettere che il cuore si impigrisca e che la vita spirituale si ammorbidisca nella mediocrità. Fare attenzione perché si può essere “cristiani addormentati” – e noi sappiamo: ce ne sono tanti di cristiani addormentati, cristiani anestetizzati dalle mondanità spirituali – cristiani senza slancio spirituale, senza ardore nel pregare – pregano come dei pappagalli – senza entusiasmo per la missione, senza passione per il Vangelo. Cristiani che guardano sempre dentro, incapaci di guardare all’orizzonte. E questo porta a “sonnecchiare”: tirare avanti le cose per inerzia, a cadere nell’apatia, indifferenti a tutto tranne che a quello che ci fa comodo. E questa è una vita triste, andare avanti così… non c’è felicità lì” (Papa Francesco, Angelus, 28 novembre 2021)

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