XVII domenica del T.O./C: La preghiera è il termometro della fede

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 11,1-13)

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: “Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore, e non abbandonarci alla tentazione”». Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Commento

Uno dei temi centrali della teologia del Vangelo di Luca è la preghiera. Molti eventi importanti sono descritti in un clima di preghiera e di stupore, a partire dall’infanzia di Gesù, ma Lui stesso incarna il modello e il maestro di preghiera. Come vediamo dal brano di questa domenica, la pedagogia di Gesù sulla preghiera si fonda su due aspetti: l’esempio e la parola. E questo la dice lunga anche sul nostro modo di pregare. Spesso ci lamentiamo di non saper pregare e ciò forse accade perché semplicemente non preghiamo e non ascoltiamo a sufficienza. A pregare, infatti, si impara pregando e ascoltando, vivendo lo stesso atteggiamento intimo di Gesù, che si poneva in dialogo costante con il Padre, con fiducia e semplicità. La Parola di Gesù, in quella che è la preghiera al Padre, non è tanto qualcosa da ripetere in maniera pedissequa, quanto da interiorizzare come modello di vera preghiera di fiducia, di lode, di domanda, di conversione, di riconciliazione e in definitiva di trasformazione e di configurazione della nostra volontà a quella del Padre. Attraverso un esempio, poi, quello dell’amico che va a chiedere aiuto ad un altro amico, Gesù ci insegna un altro atteggiamento tipico della preghiera che è quello dell’insistenza perseverante, fatta con fede. La preghiera, infatti, è la prova vivente della nostra fede. Per comprendere la “temperatura” della nostra fede, siamo invitati a verificare come preghiamo, non tanto però a misurare la quantità delle nostre preghiere, quanto la qualità della preghiera. Essa si nutre della certezza che Dio non è un distributore automatico di grazie materiali e spirituali, quanto un Padre premuroso e buono che ci dà sempre e solo quello di cui abbiamo bisogno. Indirizzando una bellissima lettera alla vedova Proba, Sant’Agostino, a proposito della preghiera, scrive: “Colui che sa concedere ai suoi figli i buoni doni, ci spinge a chiedere, a cercare, a bussare. Potrebbe far meraviglia che agisca così Colui che conosce ciò che ci è necessario prima che glielo chiediamo, se non comprendessimo che il Signore Dio nostro non desidera che noi gli facciamo conoscere qual è il nostro volere ch’egli non può non conoscere, ma desidera che nelle preghiere si eserciti il nostro desiderio, onde diventiamo capaci di prendere ciò che prepara di darci” (Lettera 130, 8.16-17).

XVI domenica del T.O./C: L’Unum necessarium

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 10,38-42)

In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò. Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi. Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Commento

Dopo la riflessione suscitata dalla Parola di Dio domenica scorsa, con l’episodio del Samaritano tutto incentrato sull’attenzione verso il prossimo, oggi la liturgia ci invita a riflettere su un altro tipo di accoglienza, quella verso Cristo stesso. Il Maestro è in cammino verso Gerusalemme, come già ben sottolineato nel capitolo IX del Vangelo di Luca. Lo sguardo del narratore si focalizza immediatamente su Marta, donna di un villaggio privo di nome, che secondo la narrazione giovannea sarebbe Betania, a poche miglia dalla città santa. Ella accoglie Gesù come ospite d’onore nella sua casa. Accanto a lei entra in scena un’altra donna, Maria, che viene descritta in un atteggiamento di profondo ascolto della parola dell’Ospite divino. Seduta ai piedi del Maestro, ella è presentata esattamente come i discepoli ai piedi dei rabbini per ascoltarne gli insegnamenti. Il fatto che una donna stesse in quell’atteggiamento di ascolto, che in Israele era riservato ai soli uomini, la dice lunga sul ruolo centrale che Gesù stesso assegna alla donna, ponenodsi in forte discontinuità nei confronti della tradizione giudaica, perché le concede la possibilità di nutrirsi della Parola, come i veri discepoli. Possiamo immaginare che questa donna, presa dal fascino del Signore, letteralmente pendesse dalle sue labbra. La scena è come disturbata dal rumore delle stoviglie e dei preparativi compiuti da Marta per dare una degna accoglienza a Gesù. Ella viene descritta come “distolta” (periéspato), ossia distratta, non in ascolto di quanto Gesù stesse dicendo, perché grandemente affaccendata. La tensione, tuttavia, raggiunge il suo culmine quando Marta stessa, come stizzita, si reca da Gesù e – con un tono aspro – attacca sua sorella, che sembra distolta a sua volta dai bisogni immediati, dall’emergenza del momento, che è quella di preparare bene. La risposta di Gesù, piena di amore, ma anche di tanto desiderio di aiutare Marta a cogliere la verità delle cose, è intensa e profonda: Ella si ritrova nell’affanno, perché il suo cuore è diviso (merimnao, che significa proprio dividere in parti), per le molte cose che la preoccupano. Maria, invece, che non si è lasciata prendere dall’ansia da prestazione, è totalmente concentrata sull’unica cosa che conta veramente, ossia il silenzio e l’ascolto della Parola. Quella di Maria è la parte buona (tén meridén agathen), che non verrà mai meno, perché è già un anticipo dell’eternità, quando non ci saranno affanni, ma puro ascolto e contemplazione del volto di Dio. Le figure di Marta e Maria, nella tradizione della Chiesa, sono state spesso interpretate come rappresentative dei due stati di vita: quello attivo, impersonato da Marta, ossia di chi si dedica alla carità e all’apostolato nel mondo e quello contemplativo, impersonato da Maria, di chi invece si dona totalmente alla preghiera, all’ascolto e alla meditazione. Questa lettura, tuttavia, che oppone in modo forte le due figure, si presenta piuttosto riduttiva. Ad uno sguardo più attento, infatti, emerge chiaramente come si tratti di un invito, da parte di Gesù, a coltivare sempre congiuntamente queste due dimensioni, che devono convivere nel cuore di ogni credente. L’ascolto, certamente, riveste una chiara priorità, perché permette al discepolo di nutrirsi di Cristo, di ascoltarlo, di incarnarne gli stessi sentimenti, ma esso non nega il servizio, che ne diviene il frutto. Perché le due dimensioni possano essere vissute in maniera armonica nella vita del discepolo si richiede che il cuore mantenga la sua unità, senza essere trascinato nella dispersione e nella frammentazione, che un’attività frenetica, priva dell’ascolto e della riflessione orante, può causare. Ponendo Cristo, l’Unum necessarium, al centro, il discepolo – pur sporcandosi le mani con i servizi quotidiani – apprende a vivere già da questa terra la vita eterna, che consisterà nello stare con Lui per sempre e sarà appunto come quel seme che germoglia, perché è caduto sul terreno buono (tén ghén agathen), presentato da Luca qualche pagina prima dell’episodio odierno, nella parabola del Seminatore (cfr. Lc 8,8).

XV domenica del T.O./C: Il Totalmente Prossimo

Dal vangelo secondo Luca (Lc 10,25-37)

In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così». 

Commento

La domanda del dottore della legge può considerarsi quella che alberga nel cuore di ogni uomo: “Come superare la barriera della morte? Come vivere per sempre?”. Già nell’Antico Testamento, il Cantico dei Cantici cantava: “Forte come la morte è l’amore” (Ct 8,6). La morte, in altre parole, perché non sia vittoriosa, si può combattere solo con l’amore; un amore che abbia le due dimensioni tipiche: quella verso Dio e quella verso il prossimo. L’approccio precedente a Gesù, tuttavia, tipico anche degli studiosi della Legge, era di operare distinzioni concettuali e rituali per misurare il da farsi. Gesù, con la parabola che ci dona in questa pagina evangelica, supera questa teologia del misurino e coinvolge ciascuno di noi in prima persona. Il punto centrale per vivere l’amore vero, dunque, non è più il come, il chi o il quanto dell’amore, ma il coinvolgimento personale. Amare il prossimo significa farsi prossimo, sporcarsi le mani con il fratello, non prenderne le misure. La prospettiva di questa prossimità supera ogni distinzione, persino religiosa: proprio colui che, in quanto samaritano è considerato eretico, è l’unico capace di incarnare la vera prossimità. Al contrario, coloro che erano gli addetti al sacro, sacerdote e levita, prigionieri delle loro regole rituali, scelgono la via dell’indifferenza. In questo modo, allora, come diceva Marx, la religione è oppio, perché distrae dall’incontro con l’altro che sta nella sofferenza e nel bisogno. Gesù, al contrario, è venuto ad insegnare il vero culto, che non è più solo rito, ma amore che si fa concreto e tangibile, fino a toccare le piaghe dell’umanità, prendendosene cura e donandosi in prima persona. Il motore intimo del samaritano è la compassione, un moto delle viscere, del più profondo di sé, che gli fa riconoscere nell’altro il fratello, più che una minaccia alla purità rituale. È esattamente lo stesso atteggiamento che muove Gesù nel suo incontro con le folle. Quando il Figlio di Dio si è unito indissolubilmente con la nostra umanità nel grembo di Maria, egli ha scelto di superare le infedeltà e i peccati di questa umanità, per rinnovarla e guarirla nell’intimo. In Gesù, il vero buon samaritano dell’umanità, più che rivelarsi come il Totalmente Altro, Dio si è mostrato come il totalmente prossimo. Se vogliamo seguire Cristo seriamente allora, anche per noi si dischiude la medesima strada: quella della partecipazione alla sua profonda compassione e Misericordia per l’umanità, specialmente quella ferita e reietta. Siamo veramente disposti a farlo? O preferiamo ancora la religiosità del puritanesimo, che ci riempie di orgoglio e ci fa dimenticare il contatto con l’umanità sanguinante?

XIV Domenica del T.O./C: Discepoli missionari

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 10,1-12.17-20)

In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città». I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

Commento

Nel brano evangelico letto domenica scorsa, abbiamo visto come Gesù si incammina decisamente verso la realizzazione della sua Pasqua senza tentennamenti. La prima azione da lui compiuta in questo percorso è quella di estendere la sua famiglia, allargandola ad altri 72 discepoli, in aggiunta ai Dodici, già chiamati in precedenza. Il numero non è casuale: secondo la simbologia dell’Antico Testamento, 70 o 72 era il numero indicante la totalità dei popoli del mondo. Gesù, in altre parole, chiama ad essere suoi discepoli tutti i popoli della Terra. Nella Chiesa non ci sono stranieri, essa è “kat’olon” (secondo il tutto), cattolica, ossia universale. Il Vangelo è per ogni popolo, cultura, lingua e razza! Questa famiglia di Gesù, poi, non esiste per rimanere ferma e arroccata, ma per andare in tutto il mondo a preparare l’arrivo del Maestro. Essa è essenzialmente missionaria, esiste proprio per questo. Non può esserci, quindi, un discepolato che non sia per sua stessa natura missionario, ossia in cammino per diffondere il bene, l’amore e la luce di Cristo. Ciascuno di noi, oggi, dovrebbe sentirsi parte di questa famiglia dei discepoli di Gesù e chiedersi onestamente: sono io un discepolo missionario, nel contesto dove vivo e opero? La missione, poi, si fonda sempre sull’iniziativa di Gesù, il protagonista è Lui. Guai se pensassimo di autocandidarci o operare con le sole strategie umane. Parte integrante della stessa missione della Chiesa, secondo le parole di Gesù, è invocare coerentemente il dono dell’invio di questi discepoli missionari, coraggiosi e coerenti. Essi non potranno mai contare su forze e strategie umane, perché sono come pecore deboli, in mezzo a lupi feroci, con un sostegno che viene dal cielo: non è una missione socio-politica, ma soprannaturale, da accogliere e vivere con fede. Essa non ha bisogno di mezzi umani o strutture per realizzarsi, ma solo della forza che viene da Dio. Quante volte nella nostra vita e nella nostra testimonianza cristiana siamo paralizzati dal senso di inferiorità, dalla mancanza di risorse o di strumenti umani. Tutto questo è sintomatico della nostra mancanza di fede. Se Dio chiama alla fede, ad essere parte della sua famiglia, non ci abbandona a noi stessi, ma provvede per noi tutto quello di cui abbiamo bisogno. Lo crediamo davvero? Infine, Gesù presenta realisticamente la possibilità che la missione sia umanamente fallimentare. C’è sempre la possibilità del rifiuto, dell’opposizione, del disinteresse. Dall’altra parte, però, come per i discepoli, non mancano mai anche i successi. Di fronte a tutto questo Gesù raccomanda di non focalizzarsi né sui successi, né sugli insuccessi, ma sulla motivazione dell’essere discepoli missionari. Il motivo deve essere solo uno: Cristo, la nostra amicizia con Lui, cioè l’essere nella lista dei suoi amici, di coloro che sono attesi nel cielo, per condividere l’eternità beata con Lui. È questa l’unica ragione della vera gioia, che non tramonta.

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

La fecondità della nostra piccola vita, una volta riconosciuta e vissuta come la vita di colui che è Amato, va oltre qualunque cosa si possa immaginare. Uno dei più grandi atti di fede è credere che i pochi anni che viviamo su questa terra sono come un piccolo seme piantato in un suolo molto fertile. Perché questo seme porti frutto, deve morire. Noi spesso vediamo o sentiamo solo l’aspetto finale della morte, ma il raccolto sarà abbondante anche se noi non ne siamo i mietitori (Henri J.M. NOUWEN, Sentirsi amati, Brescia, Queriniana, 2005, 101).

Preghiera

A causa del tuo amore infinito, Signore,
mi hai chiamato a seguirti,
a essere tuo figlio e tuo discepolo.
Poi mi hai affidato una missione
che non somiglia a nessun’altra,
ma con lo stesso obiettivo degli altri:
essere tuo apostolo e testimone.
Tuttavia l’esperienza mi ha insegnato
che io continuo a confondere le due realtà:
Dio e la sua opera.
Dio mi ha dato il compito delle sue opere.
Alcune sublimi, altre più modeste;
alcune nobili, altre più ordinarie.
Impegnato nella pastorale in parrocchia,
tra i giovani, nelle scuole,
tra gli artisti e gli operai,
nel mondo della stampa,
della televisione e della radio,
vi ho messo tutto il mio ardore
impiegando tutte le capacità.
Non ho risparmiato niente, neanche la vita.
Mentre ero così appassionatamente immerso nell’azione,
ho incontrato la sconfitta dell’ingratitudine,
del rifiuto di collaborazione,
dell’incomprensione degli amici,
della mancanza di appoggio dei superiori,
della malattia e dell’infermità,
della mancanza di mezzi…
Mi è anche capitato, in pieno successo,
mentre ero oggetto di approvazione,
di elogi e di attaccamento per tutti,
di essere all’improvviso spostato
e cambiato di ruolo.
Eccomi, allora, preso dallo stordimento,
vado a tentoni, come nella notte oscura.
Perché, Signore, mi abbandoni?
Non voglio disertare la tua opera.
Devo portare a termine il tuo compito,
ultimare la costruzione della chiesa…
Perché gli uomini attaccano la tua opera?
Perché la privano del loro sostegno?
Davanti al tuo altare, accanto all’Eucaristia,
ho sentito la tua risposta, Signore:
«Sono io colui che segui e non la mia opera!
Se lo voglio mi consegnerai il compito affidato.
Poco importa chi prenderà il tuo posto;
è affar mio. Devi scegliere me!».

(Card. F.X. Nguyen Van Thuan)

XIII domenica del T.O./C: Senza tentennamenti

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 9,51-62)

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio».

Commento

L’apertura del brano evangelico di questa domenica, a dire degli studiosi del Vangelo secondo Luca, rappresenta un punto cruciale per la narrazione della vicenda di Gesù. In questo passo si può contemplare la ferma determinazione di Gesù di realizzare la volontà del Padre: Egli “indurì il suo volto”, è l’espressione greca, usata per dire che Egli prese la ferma decisione di mettersi al servizio del Padre e del Regno. La determinazione di Gesù, nel mettersi in cammino verso Gerusalemme, ossia verso la realizzazione del dono totale della sua vita sulla croce, diviene sprone per tutti noi a guardare a Lui, per rimanere fermi e perseveranti nelle nostre decisioni. In una cultura che ci porta al continuo cambiamento, a vivere scelte liquide, camaleontiche e cangianti, anche in aspetti fondamentali della nostra vita, la determinazione di Gesù di amare senza misura e di essere fermo sul suo proposito di donarsi diviene fortemente provocatoria e ci apre un percorso davvero contro corrente. Egli invia davanti a sé dei messaggeri, perché il suo passaggio sia ben preparato. Essi, tuttavia, si scontrano con l’esperienza sempre dura e possibile del rifiuto, incarnato nelle figure di questi samaritani, che, vedendo la carovana in cammino verso Gerusalemme, si rifiutano di accoglierla, per motivi di differenti visioni religiose. La reazione di Giacomo e Giovanni, i boanérghes, “figli del tuono”, è forte: bisogna provvedere all’eliminazione di coloro che rifiutano. L’approccio di Gesù è diametralmente opposto: egli rimprovera i suoi, perché hanno pensato ad una simile possibilità. Qual è il nostro approccio di fronte alle differenti opinioni o reazioni circa la nostra fede? Qual è il nostro atteggiamento: quello dei discepoli, che vorrebbero eliminare il male combattendolo con le sue stesse armi, oppure vincere il male con il bene, come Gesù ci ha insegnato? Proseguendo il suo cammino, il fascino di Gesù tocca diversi cuori. Ci vengono presentati tre differenti prospettive: un tale si autocandida per seguirlo. Gesù deve ricordargli che chi segue lui, non può aspettarsi nulla in termini di comodità, di sistemazioni umane o di sfere di potere. Il discepolo, come Lui, sarà a servizio della causa del Regno. Per questa ragione all’altro uomo, che Gesù stesso ha chiamato e che ha presentato la richiesta di rinvio, per poter seppellire prima il padre defunto, Gesù ricorda le esigenze della radicalità e del totale impegno nella causa evangelica. Infine, la stessa vocazione, per l’esigenza di totale abbandono nelle mani di Dio, non può mai prevedere alcun tipo di attaccamento e vacillamento. Chi ha scelto Cristo e, per sua iniziativa è coinvolto nel mistero grandioso della vocazione, non può mai abbassare la guardia, pensando di poter sistemare le proprie cose a livello umano. Chi segue Cristo, è chiamato ad imitarne la medesima determinazione nel bene e nell’amore, senza tentennamenti o facili ripensamenti.

Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo/C: Mistero di amore, Simbolo di unità, Vincolo di carità

Dal libro della Gènesi (Gen 14,18-20)
In quei giorni, Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole: «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici». E [Abramo] diede a lui la decima di tutto.

Dal vangelo secondo Luca (Lc 9,11b-17)

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti. Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

Meditazione

La Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo nacque nella diocesi di Liegi in Belgio nel 1247 come reazione all’eresia antieucaristica di Berengario di Tours, che riteneva la presenza di Cristo solo simbolica e fu poi estesa a tutta la Chiesa nel 1264 da papa Urbano IV, dopo il riconoscimento del miracolo eucaristico di Bolsena, quando nelle mani di un sacerdote assalito da dubbi di fede, la Santa Ostia sanguinò lasciando tracce inequivocabili sui lini e sull’altare. Infatti, è proprio il rafforzamento della fede nella presenza reale di Cristo il fine di questa celebrazione: siamo invitati oggi in modo particolare a rinnovare la nostra fede e devozione nell’Eucaristia, attraverso una partecipazione attiva e consapevole alla Santa Messa e proseguendo anche con un momento di adorazione e processione per le vie della città, manifestando pubblicamente la nostra fede eucaristica. La ricchissima liturgia della Parola di quest’oggi ci presenta in apertura la figura misteriosa del sacerdote Melchisedek, re di giustizia, presentato per la prima volta dalla Genesi, come “sacerdote del Dio Altissimo”. Egli è figura del Messia e ne anticipa alcuni aspetti: la regalità, la giustizia, il legame con Gerusalemme, il sacerdozio e la relazione unica con Dio Altissimo. Egli compie alcune azioni specifiche: portare/offrire e benedire. Egli offre pane e vino come segno di amicizia, comunione e gioia all’esercito di Abramo, esausto dopo la guerra contro i 4 re e più profondamente, in virtù della sua dignità sacerdotale egli realizza un’offerta sacrificale. Melchisedek offre due elementi semplicissimi, frutti della natura e del lavoro dell’uomo. Il pane è segno del nutrimento per eccellenza, fonte di sostegno ed energia per l’uomo; il vino è bevanda per eccellenza, perché disseta, riscalda, distende, quindi “allieta il cuore dell’uomo” (Sal 104). Il profumo del pane e del vino attraversa tutta la Scrittura, dal momento che si tratta di elementi fondamentali per la vita dell’uomo. Il pane, da elemento di sofferenza per Adamo, costretto a produrlo con il sudore del suo volto (cfr. Gen 3,19), diventa oggetto di offerta gradita a Dio, fino a giungere all’identificazione di Cristo stesso con il pane: “Io sono il pane vivo” (Gv 6,51) e alla sua scelta di renderlo segno sacramentale del suo Corpo nell’Eucaristia. Così il vino, causa di peccato e di disordine quando abusato, diventa segno della festa, della condivisione e della gioia ritrovata dall’annuncio dell’ora di Cristo nelle nozze di Cana (cfr. Gv 2,1-12), fino alla scelta di esso come segno sacramentale del suo Sangue nell’Eucaristia. La tradizione della Chiesa ha letto insistentemente il pane e il vino offerti da Melchisedek come figure dell’Eucaristia. La Chiesa orante, segue questa lettura tradizionale quando nel Canone Romano così prega: “Volgi sulla nostra offerta il tuo sguardo sereno e benigno, come hai voluto accettare i doni di Abele, il giusto, il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede, e l’oblazione pura e santa di Melchisedech, tuo sommo sacerdote” (Canone Romano). Guardando alle azioni del misterioso sacerdote, dunque, si colgono le due dimensioni tipiche dell’Eucaristia: quella di essere offerta a Dio (sacrificio) e quella di essere segno di condivisione con gli altri (comunione). La giusta comprensione del mistero dell’Eucaristia, dunque, è sempre offerta a Dio (vero sacrificio) e condivisione con i fratelli (banchetto). Da tutto ciò sorge una domanda esistenziale anche per noi: come sono i nostri sacrifici e le nostre offerte quotidiane? Siamo consapevoli che se prima non riceviamo qualcosa dall’Alto, non abbiamo nulla da offrire? È evidente poi che se le nostre offerte, privazioni e penitenze, oltre ad essere orientate verso Dio, non guardano benevolmente anche ai nostri fratelli, esse rimangono inesorabilmente sterili e incomplete. D’altronde, Gesù stesso diverse volte ha fatto eco all’espressione di Osea: “poiché voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Os 6,6). Questo atteggiamento di Gesù si trova anche nella pagina del Vangelo che abbiamo appena ascoltato. Quando i discepoli presentano al Maestro la necessità di congedare la folla perché non c’è nulla per loro in quella zona desertica, egli li invita: “Voi stessi date loro da mangiare”. È necessario un coinvolgimento diretto e personale, per realizzare questa condivisione. Nessuno può sottrarsi a tale dinamica. Tornando alle azioni di Melchisedek, si può vedere che dopo l’offerta, Egli benedice Abramo e Dio. Ci sono due specifici movimenti: uno discendente, in cui il re-sacerdote bene-dice, ossia fa scendere da Dio, l’Altissimo, creatore del cielo e della terra, una parola buona e irrevocabile su Abramo, facendogli dono di vita, fecondità e salvezza; l’altro, di carattere ascendente, in cui Melchisedek, bene-dice Dio per le opere compiute in Abramo. Questo accade in ogni preghiera della Chiesa e in particolare nella Santissima Eucaristia: Dio ci benedice e noi stessi, ricevendo la sua grazia, rispondiamo benedicendo Lui. Un particolare di grande interessante, poi emerge ancora dalla splendida figura di Melchisedek: egli è un uomo che non appartiene al popolo di Israele, ma è di origine cananea. Il riconoscimento di Dio come fonte del bene e destinatario della lode per le opere compiute nelle sue creature, non è dunque solo prerogativa del popolo di Israele, ma è e rimane una possibilità aperta per tutta l’umanità. La figura di Melchisedek, dunque, diventa uno stimolo a liberarsi da ogni pregiudizio e discriminazione etnica, storica o sociale. La benedizione di Dio supera i confini del popolo di Israele, supera anche i confini visibili della Chiesa, perché vuole raggiungere ogni uomo, in ogni tempo e in ogni latitudine. Potremmo dire che il dono dell’Eucaristia fattoci da Cristo supera ogni barriera, è una benedizione e un cibo illimitato, offerto con generosità a tutti coloro che vi aderiscono nella fede. Il suo dono è sovrabbondante. Come ci ha ricordato il Vangelo: “Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste” (Lc 9, 17). In conclusione, l’episodio dell’offerta di Melchisedek si conclude con un’azione di Abramo: “Ed egli diede a lui la decima di tutto” (Gen 14,20). Il gesto di Abramo rappresenta ancora una volta la partecipazione attiva dell’uomo al culto divino, come già si intravedeva nei segni del pane e del vino. L’Eucaristia apre sempre alla comunione, alla condivisione e al dono. Il dono fattoci da Cristo con l’offerta della sua vita e ripresentato nel sacramento è la fonte di ogni altro dono. Chi accoglie il dono di Cristo, Eterno Sacerdote, non può a sua volta non coinvolgersi nel dono totale di sé ai fratelli. Ciascuno, che vuole essere discepolo di Cristo, dovrebbe seriamente interrogarsi se nella propria esistenza concreta viva tale dimensione del dono. La carità, non come semplice atto del dare qualcosa, ma come atteggiamento del cuore e della vita del cristiano, non può mai essere soltanto frutto dell’impegno umano, prescindendo dal suo essere risposta ad un amore che ci precede. L’Eucaristia, dunque, per tale ragione è “Sacramentum caritatis”, sacramento dell’amore, della comunione e del dono. Dopo la partecipazione alla Santa Messa, all’Adorazione e ad ogni atto di culto eucaristico, possiamo dire che la nostra carità è cresciuta e il nostro amore verso i fratelli è aumentato davvero? In conclusione piace richiamare una bellissima espressione di Sant’Agostino, in cui contemplando il mistero dell’Eucaristia, egli afferma in uno slancio orante: “Mistero di amore! Simbolo di unità! Vincolo di carità! Chi vuol vivere, ha dove vivere, ha di che vivere. S’avvicini, creda, entri a far parte del Corpo, e sarà vivificato” (Commento al Vangelo di Giovanni, 26,13).

Solennità della Santissima Trinità/C: Riflessi dell’Amore divino

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 16,12-15)

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

Commento

Se un non credente o una persona di altra tradizione religiosa ci dovesse chiedere: “Tu, come cristiano, in cosa credi? Qual è il cuore della tua fede?”. Forse qualcuno potrebbe rimanere interdetto, oppure correre il rischio di rispondere in maniera superficiale o imprecisa; molti potrebbero rispondere che credono in Dio, ma in questo caso l’obiezione degli interlocutori sorgerebbe immediata: “Anche i mussulmani, gli ebrei e tutti coloro che coltivano un sentimento religioso credono in Dio”. La domenica in cui la Chiesa ci fa celebrare la Solennità della Santissima Trinità, dopo la conclusione del tempo pasquale con la Pentecoste, è un grande aiuto per tutti noi credenti nel riaffermare e testimoniare le verità fondamentali della nostra fede. La prima delle quali è l’unità e la Trinità di Dio, accanto all’altra, che è l’Incarnazione, Passione, morte e Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. Dopo la celebrazione dei misteri pasquali e il dono dello Spirito a Pentecoste, il nostro sguardo spirituale si eleva nella contemplazione del grande mistero di Dio, Uno nella sostanza divina e Trino nelle persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. La promessa di Gesù, quella di infondere il suo Spirito di verità sui discepoli, si è compiuta a Pentecoste e da allora, la rivelazione compiuta da Gesù in maniera già completa, è andata approfondendosi sempre di più nelle menti e nei cuori dei credenti di ogni epoca, che hanno potuto professare e chiarire sempre meglio la conoscenza e l’amore di Dio. Lo spirito umano, dotato di intelligenza e ragione, leggendo i segni della creazione e della storia può giungere facilmente a comprendere l’esistenza di un Essere superiore, di una Fonte della vita, un Ordinatore dell’universo, ma solo Cristo, l’Inviato dal Padre, ha potuto pienamente rivelarci il vero volto di Dio. Cristo con la sua rivelazione pubblica, contenuta specialmente nelle Scritture e trasmessa fino a noi nella Tradizione della Chiesa, ha dischiuso all’umanità il mistero del cuore di Dio, testimoniando la sua relazione unica con il Padre e promettendoci il dono dello Spirito, rivelandoci che l’essenza stessa di Dio è Amore. Non c’è altro modo con il quale l’uomo possa bisbigliare il mistero della Trinità, al di fuori del concetto di Amore. Sant’Agostino, nel famoso trattato sulla Trinità, ci ha ricordato che le tre persone della Trinità possono considerarsi come l’Amante (Padre), l’Amato (il Figlio) e l’Amore (Lo Spirito Santo) (cf. De Trinitate, VIII, 10,14). Questo Spirito, Terza Persona della Santissima Trinità, è l’Amore increato, eterno e personale che il Padre e il Figlio si scambiano ab aeterno, rendendoci connaturali a Cristo. Egli ci permette di essere figli nel Figlio e ci rende partecipi di questo stesso dono, dandoci la possibilità di amare i fratelli con la stessa carità divina. Solo la fede, come adesione personale e profonda al mistero, al di là della conoscenza intellettuale, ci fa entrare in questa nuova dimensione relazionale, trasformandosi in amore. All’Amore eterno del Padre, del Figlio e dello Spirito si può rispondere in modo esistenziale solo con l’amore. In conclusione, nello stesso trattato sopra citato, Sant’Agostino ci provoca ancora con una sua affermazione, che diventa per tutti noi un programma di vita cristiana: “sì, tu vedi la Trinità, se vedi la carità” (De Trinitate, VIII, 8,12). Chiediamoci dunque: se abbiamo la Trinità nel cuore e amiamo Dio veramente, quando gli altri guardano alla nostra vita, possono veramente vedere questa carità? È il nostro amore fraterno specchio della nostra fede e del nostro amore al Dio Uno e Trino?

Solennità di Pentecoste/C: Il dono del Divino Sconosciuto

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 14,15-16.23-26)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Commento

La solennità di Pentecoste, il cinquantesimo giorno dopo la Pasqua, è la celebrazione del dono dello Spirito Santo fatto alla Chiesa dal Risorto, dopo la sua Ascensione al cielo, secondo la promessa fatta da Gesù nel corso della sua vita terrena. Il distacco da Lui, per coloro che erano abituati alla sua presenza fisica e a vederlo camminare per le strade della Palestina, non è stato per nulla facile. Egli, l’Inviato del Padre, che era venuto nel mondo a portare la consolazione del Padre, a liberare l’umanità dalle tenebre dell’ignoranza e del peccato, come vero Paràclito, Advocatus, terminato il suo cammino terreno con gli eventi gloriosi della Pasqua, sparisce dagli occhi dei discepoli. La sua presenza, tuttavia, non viene meno: Egli promette un altro Paràclito, un altro Avvocato, che possa mantenere vivo il contatto tra Lui e l’umanità, in modo nuovo e spirituale. È questo il ruolo dello Spirito Santo, che rimane per sempre con la Chiesa e nella Chiesa sua Sposa. Egli, la Terza Persona della Santissima Trinità, è il Dono per eccellenza, l’Amore increato che dall’eternità il Padre e il Figlio si scambiano senza fine e che viene riversato sempre di nuovo nel cuore dei discepoli, per infiammarli della medesima carità divina. Quando i cuori aderiscono alla Parola di Gesù, credono in Lui, si aprono per essi le porte della grazia ed essi stessi divengono “tempio dello Spirito”, ricevendo la santa unzione. Un autore antico, San Basilio di Cesarea, nel suo trattato sullo Spirito Santo ci ricorda: “per mezzo dello Spirito, i cuori si innalzano, i deboli sono condotti per mano, i progredienti diventano perfetti. Egli illumina coloro che si sono purificati e, comunicandosi loro, li rende spirituali” (De Spiritu Sancto 9,23). Fu proprio questa l’esperienza degli Apostoli dopo la Pasqua: da deboli e pavidi, per l’effusione dello Spirito nel cenacolo, essi furono fortificati e resi capaci di annunciare a tutti gli uomini il kérigma di salvezza, fino all’effusione del sangue. Agli Apostoli e ai loro successori, come ad ogni discepolo-missionario, spetta il compito di far conoscere il mistero di Dio ai fratelli, in tutte le latitudini e le longitudini del mondo, permettendo ai cuori dei fedeli di ricevere lo stesso Dono. Ci provoca sempre fortemente quell’episodio che vede l’apostolo Paolo camminare per le strade di Efeso, quando imbattendosi in alcuni discepoli, chiede loro: “Avete ricevuto lo Spirito Santo quando siete venuti alla fede?” ed essi gli risposero: “Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo” (Cfr. At 19,2). La dichiarazione sincera di quei discepoli non si distanzia molto dall’esperienza di tanti discepoli di Gesù del nostro tempo. A prescindere da coloro che non hanno ancora ricevuto il dono della fede e che non conoscono Cristo, questa mancata conoscenza ed esperienza dello Spirito si verifica anche nelle vite di tanti cristiani del nostro tempo. Non a caso, un autore francese, Mons. Landrieux, agli inizi del XX secolo, intitolò un suo scritto sullo Spirito Santo: “Le Divin Méconnu” (“Il divino Sconosciuto”). Troppo spesso, distratti dalla materialità e dal moralismo volontarista, noi stessi pensiamo di poter crescere spiritualmente solo con il nostro impegno, dimentichiamo che l’amore di Cristo in noi può essere reso perfetto solamente dal dono celeste dello Spirito, che ci illumina, ci insegna la verità su Dio e su noi stessi e ci ricorda, non in senso intellettuale, ma in senso esistenziale, tutto ciò che il Figlio ci ha insegnato.

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

La Chiesa ha bisogno della sua perenne pentecoste. Ha bisogno di fuoco nel cuore, di parole sulle labbra, di profezia nello sguardo. La Chiesa ha bisogno d’essere tempio dello Spirito Santo, di totale purezza, di vita inferiore. La Chiesa ha bisogno di risentire salire dal profondo della sua intimità personale, quasi un pianto, una poesia, una preghiera, un inno, la voce orante cioè dello Spirito Santo, che a noi si sostituisce e prega in noi e per noi «con gemiti ineffabili», e che interpreta il discorso che noi da soli non sapremmo rivolgere a Dio. La Chiesa ha bisogno di riacquistare la sete, il gusto, la certezza della sua verità e diascoltare con inviolabile silenzio e con docile disponibilità la voce, il colloquio parlante nell’assorbimento contemplativo dello Spirito, il quale insegna «ogni verità». E poi ha bisogno la Chiesa di sentir rifluire per tutte le sue umane facoltà, l’onda dell’amore che si chiama carità e che è diffusa nei nostri cuori proprio «dallo Spirito Santo che ci è stato dato». Tutta penetrata di fede, la Chiesa ha bisogno di sperimentare l’urgenza, l’ardore, lo zelo di questa carità; ha bisogno di testimonianza, di apostolato. Avete ascolta-to, voi uomini vivi, voi giovani, voi anime consacrate, voi fratelli nel sacerdozio? Di questo ha bisogno la Chiesa. Ha bisogno dello Spirito Santo in noi, in ciascuno di noi, e in noi tutti insieme, in noi Chiesa. Sì, è dello Spirito Santo che, soprattutto oggi, ha bisogno la Chiesa. Dite dunque e sempre tutti a lui: «Vieni!»

(PAOLO VI, Discorso del 29 novembre 1972).

Sequenza dello Spirito Santo

La sequenza allo Spirito Santo è un testo antico, che nel XIII secolo mise in forma poetica una tradizione e una serie di invocazioni che la comunità cristiana fin dai primi secoli innalzava allo Spirito, soprattutto nel giorno di Pentecoste. La sequenza allo Spirito è ricca di prospettive teologiche, di immagini “vive” e ricca di bellezza, tanto da guadagnarsi l’appellativo di “Sequenza aurea”.

Vieni, padre dei poveri,
vieni; datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.
Consolatore perfetto,
ospite dolce dell’anima,
dolcissimo sollievo.
Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto, conforto.
O luce beatissima,
invadi nell’intimo
il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua forza,
nulla è nell’uomo,
nulla senza colpa.
Lava ciò che è sordido,
bagna ciò che è arido,
sana ciò che sanguina.
Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
raddrizza ciò ch’è sviato.
Dona ai tuoi fedeli
che solo in te confidano
i tuoi santi doni.
Dona virtù e premio,
dona morte santa,
dona gioia eterna. Amen.

Maria e il dono dello Spirito Santo

Nel lungo discorso di Gesù nell’ultima cena, quello presentato dall’evangelista Giovanni nei capitoli 13-17 del suo Vangelo, la promessa fatta da Gesù ai suoi discepoli, quella di donare loro lo Spirito Santo, era rivolta evidentemente anche a Maria. Dalle Scritture sappiamo che prima della Pentecoste “Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui” (At 1,14). Il rapporto di Maria con lo Spirito Santo inizia molto tempo prima della Pentecoste, come ben sottolinea San Luca nel suo Vangelo. Al tempo del concepimento del Figlio, infatti, l’angelo la rassicura con queste parole: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra” (Lc 1,35). Sin da quel primo sì, tutta la vita della Madre di Gesù è stata sotto l’ala dello Spirito, perchè si compisse pienamente la sua missione di discepola e di madre. La sua piccolezza e totale disponibilità l’ha resa “tempio dello Spirito”, trasformandola nell’arca santa della presenza di Dio nel mondo. L’episodio della Visitazione di Maria a sua cugina Elisabetta, che “fu colmata di Spirito Santo” (Lc 1,41), sottolinea proprio questo aspetto: l’anziana cugina, illuminata, riconosce in Maria la presenza del Verbo. Lo Spirito Santo, infatti, ha fecondato il grembo verginale di Maria, facendo sì che ella concepisca il Figlio dell’eterno Padre in una carne umana presa da Lei. Per questa ragione lo Spirito Santo è considerato lo sposo della Vergine Maria, in un senso profondo e spirituale, dal momento che Egli la trasforma in tempio e primo tabernacolo del Figlio di Dio. Dall’insegnamento del Concilio, sappiamo che Maria ha percorso il pellegrinaggio della fede, perchè sebbene avesse già aderito totalmente alla volontà di Dio manifestatale dall’angelo, la piena comprensione dei misteri del Figlio si è sviluppata in lei passo passo: “anche la beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede” (LG 58). Anche per Maria, “tutta la verità” si è svelata solamente attraverso l’esperienza della Pentecoste, quando lo Spirito ha ricordato gli insegnamenti del Figlio e ha confermato i discepoli nella loro missione. San Giovanni Paolo II, in una delle sue catechesi, afferma: “A differenza di coloro che erano presenti nel Cenacolo in trepida attesa, Ella, pienamente consapevole dell’importanza della promessa di suo Figlio ai discepoli (cfr Gv 14,16), aiutava la comunità a ben disporsi alla venuta del “Paraclito”” (Catechesi, 28 maggio 1997). Al contrario degli altri, infatti, come si è detto, Maria aveva già fatto esperienza dello Spirito al momento dell’annuncio e in tutta la sua vita. Per tale ragione, come vera maestra di vita spirituale, Maria può aiutare i discepoli e tutti noi ad accogliere pienamente il Dono di Cristo, aiutandoci a predisporre i cuori e le menti all’accoglienza del dono. La liturgia della Chiesa presenta in modo chiaro il ruolo di Maria nell’attesa dello Spirito: “La Vergine Figlia di Sion, che aveva atteso pregando la venuta di Cristo, invoca con intense suppliche lo Spirito promesso. Lei che nella incarnazione del Verbo fu adombrata dalla tua potenza, è di nuovo colmata del tuo Dono al sorgere del nuovo Israele” (prefazio della Messa di Maria Vergine del Cenacolo). Come al momento dell’annuncio Maria era stata la porta dello Spirito per recare nel mondo il Figlio, così ora, al momento in cui nasce la Chiesa, a Pentecoste, Maria intercede per tutti affinchè si realizzi in pienezza l’accoglienza del Spirito. Lo Spirito, secondo la parola di Gesù, aiuta la Chiesa nascente a comprendere e ad approfondire gli insegnamenti del Figlio e così, allo stesso modo, la Vergine consegna ai discepoli, quale inestimabile tesoro, i suoi ricordi sull’Incarnazione, sull’infanzia, sulla vita nascosta e sulla missione del divin Figlio, contribuendo a farlo conoscere e a rafforzare la fede dei credenti. A tale proposito, sono ancora fortemente illuminanti per noi le parole del Concilio: “anche nella sua opera apostolica la Chiesa giustamente guarda a colei che generò il Cristo, concepito appunto dallo Spirito Santo e nato dalla Vergine per nascere e crescere anche nel cuore dei fedeli per mezzo della Chiesa. La Vergine infatti nella sua vita fu modello di quell’amore materno da cui devono essere animati tutti quelli che nella missione apostolica della Chiesa cooperano alla rigenerazione degli uomini” (LG 65). Con questi sentimenti, in questa festa che conclude il mese mariano, ripetiamo con convinzione questa invocazione, che sia di accompagnamento in questi giorni di preparazione immediata alla Pentecoste: “Veni Sancte Spiritus! Veni per Mariam”.

Solennità dell’Ascensione del Signore/C: L’esodo di Cristo

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 24, 46-53)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo gior­no, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto». Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Commento

La solennità dell’Ascensione, con la quale si celebra la conclusione dell’esperienza terrena di Gesù dopo la sua morte e risurrezione, ci invita – parafrasando un’espressione dell’Apostolo Paolo – a puntare i nostri occhi verso il cielo (Col 3,1). Gesù, dopo 40 giorni dalla sua Resurrezione, conclude il ciclo delle sue apparizioni, sale al cielo e rientra definitivamente nel cuore della Trinità, portando con sè la sua umanità glorificata e redenta, trasformando il cielo nella nostra patria definitiva e sperata (cf. Fil 3,20). L’Ascensione rappresenta il compimento dell’esodo di Gesù ed è complementare al mistero dell’Incarnazione: come nel Natale il Verbo di Dio si fa carne per porre la sua dimora in mezzo a noi, così con la sua salita al cielo l’umanità redenta in Cristo, entra nell’eterna dimora del cielo. La presenza di Gesù nella Chiesa e nel mondo, dopo l’Ascensione, assume un senso nuovo: essa supera la familiarità umana e fisica, per collocarsi su un piano spirituale, in cui il legame con Lui Vivente si realizza mediante la pura fede. I discepoli – quindi anche noi – siamo testimoni di questo evento trasformante che è la sua morte e resurrezione, attingendone la forza rinnovatrice da condividere con tutte le genti, alle quali dobbiamo sentirci inviati. Il distacco fisico di Gesù dai suoi diviene un modo nuovo di essere presente per tutta l’umanità, superando le barriere del tempo e dello spazio. Presentando le sue piaghe gloriose al Padre come segno del suo amore per noi, Egli continua ad intercedere per la Chiesa e per il mondo, come il Sommo ed Eterno Sacerdote della Nuova Alleanza, Capo del corpo che è la Chiesa, mantenendo il contatto vivo con essa attraverso lo Spirito Santo. Proprio nell’atto di distaccarsi, infatti, Egli promette il Dono, che darà ai discepoli “potenza dall’alto”, per realizzare la loro missione con forza e coraggio. Nel descrivere il momento dell’ascensione, Luca presenta il gesto di Gesù, che alza le mani al cielo, proprio come segno della sua dignità sacerdotale. La benedizione di Cristo rimane sul mondo come scudo protettivo contro gli assalti del male e forza per realizzare con frutto la missione di salvezza. Nonostante Gesù sia sparito dai loro occhi, i discepoli continuano ad adorarlo, prostrandosi davanti al Signore. Da duemila anni, specialmente celebrando la liturgia, la Chiesa prosegue questa adorazione del Vivente, pur non vedendolo con gli occhi della carne, nella ferma certezza che Egli è presente ed operante e attende la sua Sposa per l’incontro definitivo con lei che ci sarà alla fine dei tempi, quando crolleranno tutte le barriere e si entrerà tutti nella dimensione definitiva della gloria.

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano) 

Trasfigurati dalla speranza

Come si vede, prima componente della speranza, che io propongo, è il dialogo con Dio, da figlio a padre, da povero peccatore a colui che è misericordia infinita; esso va bene tanto nei momenti della gioia quanto in quelli del dolore; chi non lo conosce, questo dialogo, o l’avesse da tempo sospeso o tralasciato, dovrebbe riprenderlo quanto prima. Altra componente della speranza: dare più spazio alla parte migliore di noi, che bisogna saper scoprire, far riemergere dal profondo e valorizzare. La gente, oggi, mitizza volentieri e cerca modelli di vita nei divi del cinema, nei campioni dello sport, negli uomini che hanno successo. Questa gente, si direbbe, si ispira a Carlyle, che pensò agli “eroi” come a “uomini superiori”, sorti a guidare i popoli: Meglio ispirarsi al nostro Giambattista Vico, per il quale l’”eroe” è “qui sublimia appetit”, chi cioè tende a cose alte: alla perfezione morale, all’unione con Dio, a promuovere, secondo le proprie possibilità, l’avanzamento di ogni uomo e di tutto l’uomo. C’è davvero maggiore speranza in noi, quando sentiamo più cocente la nostalgia di un’autentica grandezza umana. Quella, per esempio, che Amleto attribuiva al suo defunto padre, dicendo: “Tutto in lui armonizzava così bene che la natura sem-brava alzarsi in punta di piedi e segnarlo a dito dicendo: Quegli era un uomo”. Oppure l’altra grandezza, di cui un poeta francese: “L’homme est un dieu tombé qui se souvient des cieux”, l’uomo è un dio decaduto, che ha nostalgia del cielo. Noi siamo infatti una specie di angelo che non ha più le ali, ma se ricordiamo di averle avute e se crediamo che le riavremo, veniamo trasfigurati dalla speranza

(Albino Lucani [Giovanni Paolo I], Da “Opera Omnia”, voll. VII, Padova, Messaggero, 1975-1976, 540-41).

Preghiera

Gesù, vorremmo sapere che cosa sia stato per te tornare nel seno del Padre,
tornarci non solo quale Dio, ma anche quale uomo, con le mani, i piedi e il costato piagati d’amore. Sappiamo che cosa è tra noi il distacco da quelli che amiamo:
lo sguardo li segue più a lungo che può …
Il Padre conceda anche a noi, come agli apostoli, quella luce che illumina gli occhi del cuore e che ti fa intuire Presente, per sempre. Allora potremo fin d’ora gustare la viva speranza a cui siamo chiamati e abbracciare con gioia la croce,
sapendo che l’umile amore immolato è l’unica forza atta a sollevare il mondo.