Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo: Un Re consegnato

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Cristo in trono, Miniatura, IX sec., Biblioteca Capitolare, Vercelli

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 18, 33b-37)
In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giu­deo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno con­segnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Breve commento

Una pagina molto suggestiva quella del dialogo tra Gesù e Pilato: un condannato a morte dinanzi al rappresentante a Gerusalemme dell’autorità romana, la massima potenza dell’epoca. Pilato, conscio della sua autorità, può decidere la vita o la morte di quest’uomo, ma in realtà, a condurre il gioco non è il governatore, ma Gesù stesso. La domanda di Pilato sulla regalità, diventa per Gesù l’occasione per manifestarsi nella sua vera identità. Gesù è un Re consegnato: nel suo essere “nelle mani dei peccatori” (Mc 14, 41) si manifesta la sua massima dignità, quella del farsi servo dell’umanità, fino al dono estremo della sua vita nell’ora della Passione e della Morte. Come può un Re essere consegnato? Cioè, entrare nella sfera di controllo di un altro? Un Re, che proprio in virtù del suo ruolo di guida e garante del popolo che gli è affidato, dovrebbe mantenere la sua massima indipendenza e libertà? Ma il Regno di Cristo non è di questo mondo: con Lui le immunità dei capi di Stato non funzionano, non c’è una guardia regale a difenderlo, a garantirne la sicurezza, a presidiarne il palazzo. Il suo Regno non è terreno, ma di lassù.

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Gesù davanti a Pilato, vetrate, Cattedrale di Worms, sec. XX

Gesù, il Figlio Unigenito, per un disegno misterioso e volontario, si consegna liberamente offrendosi al Padre, nello Spirito Santo, per la nostra salvezza. L’atto sommo della sua potenza e regalità si realizza su un trono singolare, quello della Croce: l’umiliazione massima per un uomo diviene la più alta esaltazione nella logica divina. Egli sa di essere Re, anzi, sa di essere l’autobasileia, come scriveva Origene (Commento al Vangelo di Matteo 14,7), ossia la realizzazione personale e massima dello stesso Regno di Dio, in cui Divinità e Umanità si sono unite indissolubilmente nell’unica persona del Verbo fatto carne. San Giovanni Paolo II scriveva: “Il regno di Dio non è un concetto, una dottrina, un programma soggetto a libera elaborazione, ma è innanzi tutto una persona che ha il volto e il nome di Gesù di Nazaret” (Redemptoris Missio, n. 18). Accogliere Gesù, costruire un dialogo e una relazione con la sua persona, significa già entrare nella logica del Regno e in essa porsi dalla parte della Verità e lasciarsi possedere e illuminare da essa. Invocare la venuta del Regno di Gesù, dunque, è desiderare che si realizzi sulle coscienze e sui cuori di tutti gli uomini, la signoria di Dio, che manifesta la sua onnipotenza e regalità non nell’opprimere, ma nel consegnarsi senza riserve per donare la vita degli altri. Quanto bisogno abbiamo di convertirci da una regalità del potere, ad una regalità del servizio! Don Tonino Bello, Vescovo di Molfetta, con il suo stile inconfondibile e profetico diceva: “Che cosa significa che Gesù Cristo è Re e Signore?». […] Significa rifiutare gli idoli del potere, le suggestioni del denaro, il fascino delle ideologie. Significa andare contro corrente in un mondo che ogni tanto si popola di nuove divinità e obbliga a prostituirsi davanti ad esse. Significa combattere i soprusi dei più forti, le violenze degli arroganti, le assolutizzazioni delle strutture. Significa contestare la logica della sopraffazione e dell’asservimento dell’uomo all’uomo. Significa impedire che i criteri dell’efficienza siano il metro per misurare i fratelli. […]. Significa affermare la precarietà dell’angoscia, la provvisorietà del dolore, la labilità della malattia, la caducità della morte. Significa proclamare che la nostra storia, personale e comunitaria, ha un senso, non è inutile, non è disarticolata, si muove verso un traguardo, ha una sua traiettoria, è, in una parola, un frammento di Storia della Salvezza” (Omelia per l’ingresso in Diocesi, 1983).

 

 

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