Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,1-9)

V. Van Gogh, Seminatore al tramonto, 1888

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

Breve commento

Iniziamo con questa domenica la lettura del capitolo 13 di Matteo, il cosiddetto discorso in parabole. Gesù, secondo lo stile che lo caratterizza, per annunciare il Regno di Dio utilizza una modalità immaginifica e concreta che possa toccare i cuori degli ascoltatori, invitando ciascuno a rivedersi tra le righe di questi racconti. Oggi è la volta della parabola del seminatore. Riprendendo una scena tipica delle colture mediorientali, Gesù descrive la scena di quest’uomo che semina a piene mani, senza curarsi troppo del terreno su cui lo fa. Normalmente, prima di gettare il seme un contadino prudente cerca di rendersi conto del luogo di destinazione per evitare di sprecare il seme. Nei terreni aridi e sassosi della Palestina, però, i contadini erano soliti gettare il seme ovunque e solo in un secondo momento con l’aratro dissodavano il terreno per farsì che le semente penetrasse in profondità. Gesù riprende questa prassi mediorientale per sottolineare come Lui stesso, quale vero seminatore della Parola, agisce nel medesimo modo. Egli sparge il seme della sua Parola a piene mani, con amore e generosità, non selezionando i suoi destinatari, ma dando a tutti la stessa possibilità di portare frutto. La diversa riuscita del seme, dunque, sta evidentemente nel tipo di terreno, quindi nel modo in cui lo stesso seme viene accolto e custodito. Come Gesù ogni predicatore e testimone del Vangelo dovrebbe agire così, seguendo l’invito che San Paolo rivolge al suo discepolo Timoteo: “annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina” (2Tm 4,2). In altre parole, Gesù ci esorta a liberarci dalla tentazione dei bilanci preventivi e dal falso criterio del successo, quando si tratta del Vangelo. Il nostro compito è quello di gettare il seme con magnanimità, senza risparmiarci. Il frutto, però, non dipende da noi. Nel prodigio sempre nuovo dell’incontro fra il seme e il terreno buono, si realizza la crescita del Regno. È ancora una volta l’Apostolo Paolo ad aiutarci a comprendere questa dinamica: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irrìga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere. Non c’è differenza tra chi pianta e chi irrìga, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio” (1Cor 3,6-9). Tuttavia, se come abbiamo visto il dono abbondante della Parola è una certezza, dall’altra parte – per quanto è in nostro potere – siamo invitati ad essere terreno buono per accoglierlo, facendo sì che esso non vada sprecato e non soffochi a causa degli entusiasmi facili e passeggeri, delle superficialità, delle distrazioni e delle mondanità che possono insinuarsi in noi, togliendo il primato all’ascolto e all’obbedienza della fede.

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

Uno di questi grandi maestri anonimi, però, è stato per me un vicino di casa, Pinot […] Aveva un bellissimo orto in un terreno che in seguito dovette cedere per fare spazio alla costruzione della cantina sociale del paese: Pinot ogni mattina scendeva nell’orto a lavorare per poi tornare a casa verso le undici con ortaggi e verdure che servivano per il pranzo e la cena. […] Quell’uomo semplice e buono mi ripeteva sempre: «Ricordati che per fare un orto ci vuole acqua, letame, ma soprattutto una ciuènda!» Sì, per l’orto non basta che ci siano gli elementi che fanno crescere una pianta, ci vuole anche la ciuènda, la recinzione fatta di canne – più tardi sostituite dalla rete metallica – e di pali che protegge l’appezzamento di terra dagli animali che minacciano di devastarlo: cani, conigli, a volte il cinghiale, più raramente anche altre persone attratte dall’idea di poter raccogliere senza aver seminato. Così, alla fine dell’inverno e anche ogni volta che si apriva qualche varco, aiutavo Pinot a riparare la ciuènda e più che i segreti della coltivazione degli ortaggi imparavo una lezione di vita perché l’orto è una grande metafora della vita spirituale: anche la nostra vita interiore abbisogna di essere coltivata e lavorata, richiede semine, irrigazioni, cure continue e necessita di essere protetta, difesa da intromissioni indebite. L’orto, come lo spazio interiore della nostra vita, è luogo di lavoro e di delizia, luogo di semina e di raccolto, luogo di attesa e di soddisfazione. Solo così, nell’attesa paziente e operosa, nella custodia attenta, potrà dare frutti a suo tempo. Mi sono quindi appassionato molto presto all’orto, soprattutto alle piante aromatiche: prezzemolo, basilico, borragine, erba cipollina, menta, timo, maggiorana, rosmarino… Piantavo talmente tante piante di rosmarino, che Pinot si lamentava, perché sottraevano terreno agli ortaggi: «Basta rosmarini, quelli non si mangiano!». Io però ero già allora affascinato e sedotto dai profumi e dagli aromi che emanano da quelle pianticelle: umili erbe che, utilizzate con discernimento e sapienza, sanno rendere gloriose con la loro gratuità le pietanze più sostanziose. Così, a quattordici anni chiesi in dono a mio padre di affittare per me un fazzoletto di terra dove potessi avere il «mio» orto. Venni esaudito e da allora non sono mai riuscito a vivere senza accudirne uno: arrivato a Bose per iniziare una vita monastica, ho subito avviato un orto – che ora altri conducono, ricavandone frutti meravigliosi in ogni stagione – e anche oggi continuo a tenere un orticello vicino alla mia cella, interamente dedicato alle erbe aromatiche. Non riuscirei a vivere senza quest’orto che non solo da gusto ai cibi, ma mi insaporisce l’anima. […] Sono momenti in cui ripenso sovente con gratitudine a Pinot, che mi insegnò tramite l’orto ad avere un sano rapporto con le «cose»: non mi spiegava solo a piantare, seminare, far crescere, ma mi aiutava anche a capire perché occorre seminare in se stessi, coltivare se stessi, far crescere se stessi e attendere i frutti (E. BIANCHI, Il pane di ieri, Einaudi, Torino, 2008, 94-96).

Preghiera
Perché la tua parola, o Signore, non cada ai bordi del cammino
e Satana la sradichi dai nostri cuori,
noi ti preghiamo.
Perché la tua parola, o Signore, non cada sul suolo indurito
e l’incostanza ci vinca alla prima tentazione,
noi ti preghiamo.
Perché la tua parola, o Signore, non cada in mezzo alle
spine e gli affanni e le ricchezze ci seducano,
noi ti preghiamo.

Perché la tua parola, o Signore, cada in un cuore che sa ascoltare
e produca in noi frutti abbondanti,
noi ti preghiamo.
Perché la tua parola, o Signore, cada in un cuore che sa conservare e meditare
e ci renda esecutori obbedienti della tua volontà, noi ti preghiamo.

(COMUNITA’ ECUMENICA DI BOSE, Davanti a Dio, Torino, Gribaudi, 1977).

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