III domenica del T.O./A: Nella luce della Parola

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 4,12-23)

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce,per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

Commento

Per volontà di Papa Francesco, a partire dal 2020, la Terza domenica del Tempo Ordinario è dedicata alla Parola di Dio. È ovvio che ogni domenica fondamentalmente lo è, dal momento che siamo sempre chiamati a nutrirci alla doppia mensa, quella della Parola e del Pane di vita. In questa, in particolare, il Santo Padre ci invita a riflettere in modo ancora più profondo sul nostro rapporto con la Parola, che è faro per il nostro cammino di fede, come ben canta il salmo 118: “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino”. Entrando nel brano del Vangelo di questa domenica, contempliamo Gesù che inizia il suo ministero a Cafarnao, nella terra di Zabulon e Neftali, tradizionalmente considerata una zona pagana, lontana dalla sfera di influenza del giudaismo tradizionale. L’evangelista Matteo rilegge questi eventi richiamando una profezia di Isaia, che fa riferimento proprio ad un evento di luce che accade per quei popoli. La luce della Parola, attraverso la presenza e la predicazione del Verbo fatto carne, rifulge per quei popoli apparentemente abbandonati alle tenebre. Quando diveniamo destinatari di una parola, facciamo esperienza di esistenza. Se ci pensiamo, cosa c’è di più terrificante di non vedersi rivolgere la parola da qualcuno? Dio non resta indifferente, per questo motivo, sin dalla creazione parla al cosmo e all’umanità, facendo passare con la forza della sua Parola dal non essere all’essere. Il salmista riecheggia questa circostanza del silenzio di Dio accostandola all’esperienza della morte: “A te grido, Signore, mia roccia, con me non tacere: se tu non mi parli, sono come chi scende nella fossa” (Sal 28,1). Dio parla al cuore dell’uomo come ad un amico e vuole anzitutto che egli si renda conto della sua presenza e della sua attenzione. È questo il senso dell’espressione di Gesù, secondo la quale il regno dei cieli sta arrivando, è prossimo. In fin dei conti, questo è il contenuto più essenziale della Parola: Dio c’è, è vicino a noi, tanto da farsi carne nel grembo di Maria. Questa irruzione ha certamente una conseguenza: l’uomo non è più solo, né schiavo delle tenebre. Egli è nella luce e per la luce, per questo deve convertirsi, ossia cambiare mentalità, orientarsi sempre di nuovo verso di essa, lasciando le opere delle tenebre. San Paolo ce lo ricorda bene: “È ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché adesso la nostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce” (Rm 13,11-12). In questo clima di illuminazione e di ascolto, si inserisce sempre di nuovo il mistero della vocazione. Dio parla a tutti, ma ad alcuni rivolge l’invito ad un coinvolgimento ancora più profondo: quello di lavorare per il regno a tempo pieno. In questa domenica della Parola, con onestà e coraggio, chiediamoci: perché oggi si avverte meno nelle nostre comunità questo desiderio di coinvolgimento vitale dei nostri giovani nella causa del Vangelo? Forse perché Gesù non chiama più, oppure forse perché i nostri giovani non sono più generosi? Non è forse, invece, perché non siamo più in grado di rimanere in questo clima di illuminazione e di ascolto che solo la Parola viva ed efficace di Cristo può darci? Torniamo a fare un po’ più di silenzio, ad ascoltare, a familiarizzare con la Scrittura e forse così, come Chiesa, torneremo ad ascoltare la voce dello Sposo, che ci parla e parla al cuore di tanti per chiederne un coinvolgimento e un impegno più profondi, senza lasciarci distrarre dal tanto fare, dalla sete di iniziative, che spesso genera soltanto protagonismo e mediocrità, senza intima adesione a Lui.

Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

La prima attività o energia dello Spirito in noi è la metànoia, la conversione o pentimento. Questo volgersi indietro del nostro nous (metanoia), questo cambiamento del cuore, è il nostro primo momento di verità davanti a Dio, a noi stessi e ai fratelli. Alcuni padri della chiesa ritenevano che essa comportasse normalmente il battesimo delle lacrime, a loro avviso il chiaro segno che lo Spirito si stava impossessando del corpo di un uomo: l’uomo capitola, la sua resistenza va in frantumi, ed egli piange. Si potrebbero vedere dei paralleli a quest’esperienza con esperienze analoghe riscontrate nella psicanalisi: ha luogo una sorta di catarsi. L’uomo piange e si arrende, si arrende allo Spirito santo, a quella nuova consapevolezza di se stesso che gli è possibile acquisire mediante il battesimo delle lacrime. Mi sembra di poter dire che la conversione, il pentimento, non è solo un tema del quale è difficile parlare ai nostri giorni, ma è anche  visti i complessi che attanagliano l’uomo moderno  uno dei più difficili da mettere a fuoco con precisione e da vivere autenticamente. E tuttavia rimane essenziale. Il pentimento è oggi qualcosa che suscita repulsione. Ci troviamo a vivere in un periodo di transizione tra la nevrosi ossessiva (se così si può chiamarla) che caratterizzava il periodo immediatamente precedente al nostro, e l’effervescenza e l’aggressività adolescenziali di un periodo che si sta liberando da tale nevrosi. A chi è già divorato dall’angoscia l’evidenza del peccato può creare soltanto un’angoscia ancor più insopportabile. Il peccato era del tutto intollerabile nell’epoca precedente alla nostra, e gli uomini cercavano di liberarsene ricorrendo a quella che i padri erano soliti chiamare dikaioma, la pretesa di esser giusti, l’autogiustificazione: non si era in grado di portare il peso del peccato? E allora ci si convinceva d’esser giusti mediante un’osservanza esteriore della legge, o piuttosto, di un certo numero di regole. In realtà, in questo modo non si fa che sfuggire alla conversione, alla metànoia. Oggi, invece, manifestiamo un’effervescenza e un’aggressività adolescenziali che sono altrettanto nevrotiche, e per le quali il peccato è altrettanto insostenibile; la soluzione odierna consiste tuttavia nel dire che non esiste il peccato (A. Louf, La vita spirituale, Edizioni Qiqajon/Comunità di Bose, Magnano (Biella) 2001, 9-20).

Preghiera

O Signore, mio Dio e mio Salvatore, Gesù Cristo,
continuo a chiederti di darmi la grazia della conversione.
Giorno e notte spero soltanto una cosa:
che tu mi mostri la tua misericordia
e lasci che io sperimenti la tua presenza nel mio cuore.
Fa’ che io pervenga a un genuino atto di pentimento,
a una preghiera sincera e umile, a una generosità libera e
spontanea.
Vedo così chiaramente la strada da seguire!
Comprendo così bene che mi è necessario venire a te.
Posso insegnare e parlare con eloquenza sulla vita in te;
ma il mio cuore esita,
il mio io interiore e più profondo ancora si tira indietro,
vuole mercanteggiare, vuole dire: «Sì, ma…».
O Signore, continuo forse a dimenticare che tu mi ami,
che tu mi aspetti a braccia aperte?
Come un padre con le lacrime agli occhi,
tu vedi come il tuo figlio stia distruggendo la vita stessa che tu gli hai
dato.
Ma anche come un padre tu sai che non puoi costringermi a tornare a
te.
Solo quando verrò liberamente a te,
quando mi scuoterò liberamente di dosso le preoccupazioni e gli
affanni
e confesserò liberamente le mie vie sbagliate
e chiederò liberamente misericordia,
solo allora tu potrai darmi liberamente il tuo amore.
Ascolta la mia preghiera, o Signore, ascolta la mia difesa,
ascolta il mio desiderio di ritornare a te.
Non lasciarmi solo nella mia lotta.
Salvami dalla dannazione eterna e mostrami la bellezza del tuo volto.
Vieni, Signore Gesù, vieni. Amen.

 
(J.M. NOUWEN, (manoscritto inedito), in ID., La sola cosa necessaria.
Vivere una vita di preghiera, Brescia, Queriniana, 2002, 239-240)

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