Fides: 4. Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto

4. passus est sub Pontio Pilato, crucifixus, mortuus, et sepultus

di don Stephen Kelly (testo originale in inglese)

duccio14w.jpg“Sub Pontio Pilato”, queste tre semplici parole sono in certo senso la frase più importante dell’intero Credo. Esse collocano l’intero Credo sul fondamento della storia secolare, invocando un nome conosciuto al di là della testimonianza delle Scritture, un nome conosciuto alle cronache romane, un uomo che ha lasciato la sua traccia in Palestina. Nel fare ciò, queste parole sottolineano la verità più fondamentale, cioè che ciò che è proclamato nel Credo, è realmente accaduto, in un momento specifico, in un luogo reale, in un vero uomo, che è vero Dio. Il nostro credere non riposa su un concetto o un’ideologia, ma su una persona reale e vivente, Gesù Cristo. La sua persona divina ha camminato su questa Terra, ha proclamato la Buona Notizia e ha fondato la Chiesa per continuare questa missione fino alla fine dei secoli. Inoltre, per quanto ciò possa suonare strano ai nostri orecchi umani, questo Dio-Uomo ha sofferto. Ha sofferto per noi. Questa cruda verità può sollevare diverse domande nella mente del credente. Come può soffrire Dio? Perché la redenzione deve avvenire in questo modo? Quelle domande si fondono facilmente con le altre poste da tutti gli esseri umani: perché c’è del male in questo mondo?, perché c’è dolore? Questo articolo del Credo non cerca di rispondere a queste domande come potrebbe fare un filosofo o un teologo. Piuttosto offre la risposta che riceve chiunque abbia trascorso del tempo in preghiera di fronte ad un crocifisso. Semplicemente ci mostra Gesù Cristo, giudicato, condannato, torturato e assassinato, esposto agli occhi di tutti. Quando contempliamo il nostro Dio sulla croce vediamo un Dio che era disposto a condividere ogni aspetto della nostra condizione, sofferenza, dolore, morte e sepoltura. Cambia ciò che queste cose significano per noi. Egli ha condiviso con noi la sofferenza e la morte,cri2.jpg così che noi possiamo condividere la vita eterna con lui. Nessun servo è al di sopra del suo padrone. Non possiamo evitare il dolore in questo mondo, ma possiamo offrire la nostra sofferenza a e con Cristo. Il fatto che il Signore sia morto e sepolto evoca quella che per noi è una cosa fin troppo familiare, la fine di ogni vita umana. In tempi più recenti i teologi si sono concentrati sull’immobilità e il silenzio della tomba del Signore prima della risurrezione, riecheggiando nelle loro riflessioni la silenziosa riverenza vissuta in molti luoghi di sepoltura oggi. Eppure una tradizione ancora più antica, meglio esemplificata dall’Ufficio delle letture del Sabato Santo, proclama il tempo in cui il cadavere del Signore giace nella tomba, come un tempo di intensa attività, quando Cristo libera dagli inferi Adamo ed Eva e adempie alle parole pronunciate dai profeti con desiderio. “Certo egli va a cercare il primo padre, come la pecorella smarrita. Egli vuole scendere a visitare quelli che siedono nelle tenebre e nell’ombra di morte. Dio e il Figlio suo vanno a liberare dalle sofferenze Adamo ed Eva che si trovano in prigione” (da un’antica Omelia sul Sabato Santo). Quando il piano e la volontà di Dio per noi sembra difficile da discernere o in effetti quando ci sembra che il Signore non ci stia aiutando affatto, faremmo bene a riflettere su quanto l’opera di Cristo fosse veramente nascosta in questo momento e tuttavia su quanto fosse completamente trasformante. La morte non è più la fine, se fosse così, questo quarto articolo sarebbe la fine del Credo. La morte di Gesù Cristo è in realtà la morte della morte stessa. Questa Buona Novella dovrebbe riempire il cuore di tutti i credenti e quando si incontrano difficoltà e perdite, siamo consolati nella consapevolezza che anche lui ha sofferto ed è sempre con noi.

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