Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 3,16-19)
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

Breve commento

L’evangelista Giovanni nel Prologo del suo Vangelo, un testo di altissimo valore teologico e poetico, afferma: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1, 18). É proprio Gesù, infatti, che in continuità con l’Antico Testamento ha portato la Rivelazione al pieno compimento, accompagnando l’umanità nella progressiva comprensione del vero volto dell’unico Dio, in Tre Persone uguali e distinte: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Contemplando il mondo, la bellezza del creato, l’ordine dell’universo e i processi della vita, l’uomo con la sua ragione può intuire che c’è un “Principio primo”, un “Motore Immobile”, un “Ordinatore dell’universo” , come per giunta già tanti antichi sapienti avevano fatto prima di Cristo e come tuttora tanti, pur non conoscendolo, continuano a fare. Tuttavia, senza la Rivelazione, iniziativa di questo stesso Essere Perfettissimo, l’uomo non sarebbe in grado di penetrarne l’essenza, per conoscere chi Egli sia veramente. Nel suo piano di amore provvido, dunque, Dio stesso in Cristo Gesù ha deciso di aprirci i tesori della sua identità profonda, non semplicemente per accrescere le nostre conoscenze, ma per renderci partecipi del suo Amore Infinito e della sua stessa natura divina. Ed è esattamente questo il senso del brano evangelico di questa domenica della Santissima Trinità: Dio Padre, l’Amante ha mandato nel mondo il suo Figlio Unigenito, l’Amato, a causa dell’Amore che dall’eternità Essi si scambiano. Questo Amore, poi, non è un semplice elemento accidentale, come accade tra le creature, ma è Esso stesso Persona, lo Spirito Santo. Non c’è altro concetto più immediato e profondo per descrivere l’incommensurabile mistero della Trinità, se non quello di Amore. Un Amore divino, infinito e perfetto, che, a causa della sua eccedente sovrabbondanza, non può rimanere chiuso in se stesso, ma desidera riversarsi sulle sue creature. Esse, infatti, da tale Fonte derivano e ad Essa sono destinate in quella che Gesù stesso chiama “vita eterna”, ossia la partecipazione piena alla natura divina nella comunione totale e definitiva del cielo! La fede, come risposta consapevole e libera della creatura all’Amore di Dio, ci immette in questo disegno meraviglioso di salvezza, rendendoci – mediante il Battesimo ricevuto nel nome della Trinità – “figli nel Figlio” e destinatari dell’Amore del Padre “riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (Rm 5, 5). Il mistero della Santissima Trinità, dunque, non può mai essere considerato un oggetto astratto di speculazione relegato ai trattati di teologia, ma è la realtà in cui “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17, 28) ed è il fine di ogni nostro pensiero, desiderio e azione. Scrive Sant’Agostino: “Padre e Figlio e Spirito Santo sono una sola cosa. Qui è il tuo fine: fuori di qui non c’è altro che la strada. Non fermarti sulla strada perché altrimenti non giungerai al fine. In qualunque altro luogo tu sia giunto, passa oltre finché non giungerai al fine. Che cosa è il fine? Per me è buona cosa stare unito al Signore (Sal 72, 28). Hai aderito al Signore, sei giunto al termine della strada: rimarrai in patria” (Commento alla Prima Lettera di Giovanni, 10, 5).


Bene-dire (a cura di don Francesco Diano)

La luce del tempo pasquale e della Pentecoste rinnova ogni anno in noi la gioia e lo stupore della fede: riconosciamo che Dio non è qualcosa di vago, il nostro Dio non è un Dio “spray”, è concreto, non è un astratto, ma ha un nome: «Dio è amore». Non è un amore sentimentale, emotivo, ma l’amore del Padre che è all’origine di ogni vita, l’amore del Figlio che muore sulla croce e risorge, l’amore dello Spirito che rinnova l’uomo e il mondo. Pensare che Dio è amore ci fa tanto bene, perché ci insegna ad amare, a donarci agli altri come Gesù si è donato a noi, e cammina con noi. Gesù cammina con noi nella strada della vita. La Santissima Trinità non è il prodotto di ragionamenti umani; è il volto con cui Dio stesso si è rivelato, non dall’alto di una cattedra, ma camminando con l’umanità. E’ proprio Gesù che ci ha rivelato il Padre e che ci ha promesso lo Spirito Santo. Dio ha camminato con il suo popolo nella storia del popolo d’Israele e Gesù ha camminato sempre con noi e ci ha promesso lo Spirito Santo che è fuoco, che ci insegna tutto quello che noi non sappiamo, che dentro di noi ci guida, ci dà delle buone idee e delle buone ispirazioni. Oggi lodiamo Dio non per un particolare mistero, ma per Lui stesso, «per la sua gloria immensa», come dice l’inno liturgico. Lo lodiamo e lo ringraziamo perché è Amore, e perché ci chiama ad entrare nell’abbraccio della sua comunione, che è la vita eterna. Affidiamo la nostra lode alle mani della Vergine Maria. Lei, la più umile tra le creature, grazie a Cristo è già arrivata alla meta del pellegrinaggio terreno: è già nella gloria della Trinità. Per questo Maria nostra Madre, la Madonna, risplende per noi come segno di sicura speranza. E’ la Madre della speranza; nel nostro cammino, nella nostra strada, Lei è la Madre della speranza. E’ la Madre anche che ci consola, la Madre della consolazione e la Madre che ci accompagna nel cammino. Adesso preghiamo la Madonna tutti insieme, a nostra Madre che ci accompagna nel cammino.
(PAPA FRANCESCO, Angelus, Piazza San Pietro, Solennità della Santissima Trinità, Domenica, 26 maggio 2013).

Preghiera

            Mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi interamente per fissarmi in te, immobile e tranquilla come se la mia anima fosse già nell’eternità. Niente possa turbare la mia pace né trarmi fuori di te, o mio immutabile; ma che ogni istante mi immerga sempre più nella profondità del tuo mistero. Pacifica l’anima mia, rendila tuo cielo, tua dimora prediletta e luogo del tuo riposo. Che io non ti lasci mai solo, ma ti sia presente, con fede viva, immersa nell’adorazione, pienamente abbandonata alla tua azione creatrice.

            Gesù, mio diletto, crocifisso per amore, io vorrei coprirti di gloria, vorrei amarti fino a morire. Ma sento la mia impotenza e ti chiedo di rivestirmi di te, di identificare la mia anima a tutti i movimenti della mia anima, di sommergermi, di invadermi, di sostituirti a me, affinché la mia vita sia un riflesso della tua vita. Vieni in me come Adoratore, come Riparatore, come Salvatore. O Verbo eterno, Parola del mio Dio, voglio passar la vita ad ascoltarti. Voglio rendermi docile ai tuoi insegnamenti per imparare tutto da te: e poi, nelle tenebre dello spirito, nel vuoto, nell’impotenza, voglio fissare lo sguardo in te e restare nella luce del tuo splendore. O mio astro adorato, affascinami, affinché io non possa mai più sottrarmi alla tua luce.

            O fuoco divorante, Spirito d’amore, sopravvieni in me, affinché si faccia nella mia anima come una nuova incarnazione del Verbo, ed io gli sia una umanità aggiunta in cui egli rinnovi il suo mistero.

            E Tu, o Padre, degnati di curvarti verso la tua povera creatura, e vedi in essa il Diletto in cui hai messo tutte le tue compiacenze.

            O miei Tre, mio Tutto, mia Beatitudine, Solitudine infinita, immensità in cui mi perdo, io mi do a voi come una preda: immergetevi in me, affinché io mi immerga in voi, aspettando di venire a contemplare nella vostra luce l’abisso delle vostre grandezze.

Così sia.

(ELISABETTA DELLA TRINITÀ, Scritti spirituali di Elisabetta della Trinità, Brescia 1961, 73s.).

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